25 marzo 2019

La parolaccia ‘ebreo’: dalle accezioni antisemite al tabù politicamente corretto

1. «Dov’è l’ebreo?!»

 

All’inizio degli anni Novanta, in una scuola elementare milanese, una bidella (che già allora, peraltro, era meglio chiamare ‘commessa’ e che ora si chiama ‘collaboratrice scolastica’) usava spalancare la porta della classe, con in mano un pranzo al sacco kasher, e chiedere a gran voce: «Dov’è l’ebreo?!».

Sul potere di quell’articolo torneremo alla fine, ma intanto questo aneddoto ci serve a capire che l’attuale moda di sostituire la parola ‘ebreo’ con il sintagma ‘di origini ebraiche’ (o con espressioni simili) non è liquidabile come un fenomeno di negazione, cioè, in ultima analisi, di antisemitismo, perché la parola ‘ebreo’ è una parola delicata, che il contesto può rendere inopportuna, discriminatoria. Se, per esempio, leggessimo su un quotidiano che «un ebreo ha ucciso la moglie» non potremmo che inorridire (confortati solo dal guaio che di sicuro passerebbe il giornalista).

 

2. Dov’è l’‘ebreo’?

 

È esperienza ormai comune imbattersi in articoli di giornale che trasformano ‘ebrei’ famosi in celebrità ‘di origini ebraiche’. Che io sappia, la frequente (e indebita) eliminazione verbale di ebrei sta lasciando indifferenti i linguisti, mentre non smette di suscitare fastidio negli ebrei italiani, tra cui il giurista Emanuele Calò, che per primo ha stigmatizzato questa moda linguistica (cliccare qui).

Partendo proprio dal caso che ha suscitato l’indignazione di Calò, si può innanzitutto osservare che nelle didascalie degli articoli apparsi sul «Corriere della Sera» lo scorso 24 maggio (a p. 39) si parla della nascita di Philip Roth in una famiglia «di origine ebraica» e «di religione ebraica», evitando, dunque, accuratamente la parola ‘ebreo’ e attribuendo alla ‘famiglia’ una ‘religione’ non necessariamente praticata e un’‘origine’ che mantiene troppo vago il nesso con l’ebraismo per dare un’informazione corretta e non ambigua.

Viene, quindi, da chiedersi se sul «Corriere» di oggi sarebbe ancora possibile leggere la parola ‘ebreo’ che campeggiava in prima pagina il 12 aprile 1987, nell’occhiello che annunciava «la scomparsa a Torino dello scrittore ebreo» Primo Levi, e che abbondava negli articoli pubblicati nei giorni successivi su altre testate, come «la Repubblica».

Le stesse identiche strategie sostitutive si ritrovano, per fare solo un esempio dei molti possibili, in un articolo pubblicato sul supplemento domenicale del «Sole 24 ore», lo scorso 7 ottobre, in cui della traduttrice ebrea Laura Dallapiccola, che nell’occhiello viene definita «intellettuale di origini ebraiche», si dice solo che i genitori erano «entrambi di religione ebraica» (p. 33).

 

3. Le cause dell’omissione: tabuizzazione politicamente corretta e ignoranza

 

Le cause dell’omissione della parola ‘ebreo’ sono almeno quattro, le prime tre riconducibili a una tabuizzazione politicamente corretta per varie ragioni sconsigliabile.

 

3.1 L’insulto

 

La principale mi pare l’imbarazzo, per un periodo avvertito anche nel mondo ebraico, di usare un termine così compromesso dagli usi impropri da essere diventato addirittura un insulto in sé, anche in assenza di aggettivi ingiuriosi (cliccare qui).

I ‘giudei’ dei testi italiani antichi (interrogabili grazie alla banca dati TLIO (cliccare qui) sono innanzitutto i deicidi e i loro degni successori medievali. Il campionario degli epiteti offensivi è vasto (‘cani’, ‘maledetti’, ‘malvagi’, ‘meschini’, ‘perfidi’, ‘pessimi’ etc.) e ampia la gamma delle sfumature della loro crudeltà, tra cui prevalgono le tonalità dell’ostinazione (nella negazione della Verità), della spietatezza, dell’invidia, della falsità e del tradimento (sulla scorta del rapporto pseudoetimologico con Giuda Iscariota). Essendo i ‘giudei’ i cattivi per antonomasia, nella lirica amorosa due-trecentesca il termine viene abbondantemente usato come sinonimo di ‘crudele’, generalmente per donne dure di cuore, ostili all’amante. Minoritaria, invece, l’accusa di avarizia e di avidità, che nei denari guadagnati dal suddetto Giuda con il tradimento di Gesù trova solo un debole appiglio e che sarà, invece, destinata ad affermarsi sulle altre nei secoli successivi, corroborata dall’espansione dell’attività creditizia (come si sa praticata anche dai cristiani, ma pretesto di ingiuria solo per gli ebrei).

Inutile dire che nella lingua attuale il sostantivo ‘giudeo’ è comprensibilmente proscritto, appesantito com’è da questa lunga tradizione di accezioni offensive, che viceversa ispirava la raccomandazione che il 27 agosto 1938 il Ministero della Cultura popolare faceva agli organi di stampa: «D’ora innanzi anziché parlare di ebraismo e di anti-ebraismo, usare l’espressione giudaismo e antigiudaismo» (p. 102).

Se nella lingua antica la rara parola ‘ebreo’, al pari dell’ancor più raro sinonimo ‘israelita’, è per lo più priva di significati peggiorativi, dal momento che di solito si riferisce ai contemporanei dei venerabili patriarchi e profeti, nell’italiano moderno e nei suoi dialetti condivide la sorte di ‘giudeo’ e presso i parlanti antisemiti diventa sinonimo di ‘spilorcio’ e di ‘esoso’.

 

3.2 Il marchio

 

A rendere inquietante l’uso del termine ‘ebreo’ non c’è solo la secolare incrostazione di accezioni spregiative, ma anche un fenomeno di ‘segnalazione’ degli ebrei che trova nell’imposizione coatta del signum e della stella di David le forme più note e negli elenchi di cognomi ebraici periodicamente pubblicati sul web le più recenti, e che basta a evocare lo spettro della marchiatura, anche in assenza di elementi disambiguanti. Emotivamente me ne sono resa conto qualche anno fa, consultando un libro della Biblioteca Nazionale di Firenze, pubblicato nel 1928, in cui ho trovato etichettato come «ebreo!» (sul frontespizio e a p. 7), da una mano ignota (di un correligionario orgoglioso? di un appassionato di onomastica ebraica? di uno schedatore di ebrei?), il medico ebreo mantovano Annibale Gallico, autore della prefazione.

 

3.3 L’etichetta

 

Tra le ragioni del tabù va annoverato, infine, il timore di apporre un’etichetta che potrebbe riuscire sgradita al destinatario, di cui l’interessato potrebbe rivendicare il rifiuto, per esempio in polemica con le autorità rabbiniche.

Non sembra, insomma, un caso che nei quotidiani usciti a ridosso della morte di Philip Roth gli ‘ebrei’ siano quasi solo i personaggi dei suoi romanzi, evidentemente etichettabili a piacimento, a differenza del loro autore, che, pur senza rinnegarla mai, ha preso nettamente le distanze dalla sua identità ebraica, arrivando a dichiararsi innanzitutto americano e solo secondariamente ebreo e a rifiutare il rito funebre ebraico: più o meno ovunque ho letto che il protagonista del Lamento di Portnoy è un «trentenne ebreo» e che l’alter ego Nathan Zuckerman è uno «scrittore ebreo», ma molto raramente ho trovato questa parola riferita direttamente a Roth, senza scomodare familiari e antenati e senza formulare ipotesi poco verificabili sulla loro religiosità.

 

3.4 La confusione

 

Nel corso dei secoli gli ebrei hanno costituito un bersaglio proteiforme (popolo deicida, razza inferiore, lobby finanziaria, ‘cancro’ sionista etc.), a cui sono state attribuite colpe variamente espiabili (il deicidio, redimibile solo con una improbabile conversione sincera; la contaminazione razziale, eliminabile solo con lo sterminio; l’estraneità ideologica, risolvibile solo con l’estirpazione dal corpo sociale o con la negazione del diritto all’autodeterminazione etc.).

Anche al di fuori dell’universo antisemita sulla nozione di ebreo regna una confusione che da sola basta a spiegare l’inappropriata sostituzione della parola ‘ebreo’ con espressioni niente affatto equivalenti e che è forse incrementata dalla vaghezza (ai limiti dell’inesattezza) dei principali dizionari italiani, che non menzionano nemmeno la posizione più interna e autorevole sulla questione, quella dei rabbini, per cui è ebreo il figlio di una donna ebrea o, in alternativa (eccezionale), un convertito all’ebraismo.

 

4. Le conseguenze paradossali della sostituzione

 

Che l’uso del sintagma ‘di origini ebraiche’ (coniato sul tipo ‘italiano di origini marocchine’) come sinonimo di ‘ebreo’ si spieghi con l’esigenza politicamente corretta di evitare una parola potenzialmente portatrice di fraintendimenti e malumori oppure con l’ignoranza del suo significato proprio, la conseguenza rimane paradossale: l’erronea assimilazione della parola ‘ebreo’ agli aggettivi di nazionalità accredita quell’assurda antitesi tra l’essere italiani e l’essere ebrei che spesso risuona negli stadi italiani («Non siete italiani, siete ebrei» pare che cantino gli ultras antisemiti della mia squadra del cuore rivolti ai tifosi della Fiorentina).

 

5. Un tabù già ebraico: l’avvento di ‘israelita’ e il ritorno di ‘ebreo’

 

Il fatto che il tabù abbia un precedente ebraico basta a fugare l’ipotesi a priori antisemita.

Nell’età dell’emancipazione i significati spregiativi assunti dalle continuazioni di iudaeu(m) e, in minor misura e più recentemente, di hebraeu(m) hanno indotto gli ebrei europei a definirsi con gli esiti di israelita(m).

Tuttavia, il cambiamento terminologico è stato solo temporaneo e già da tempo il mondo ebraico si è variamente riconciliato con le parole abbandonate a ridosso dell’acquisizione dei diritti civili e politici.

In Italia, mentre ‘giudeo’ è rimasto tabù (a differenza del francese juif, dello spagnolo judío, dell’inglese Jew etc.), la famiglia lessicale di ‘israelita’ è caduta in disuso, come nel resto d’Europa (con la parziale eccezione dell’onomastica di alcune istituzioni, come l’Alliance Israélite Universelle o i molti enti assistenziali e educativi ‘israelitici’), a vantaggio di quella di ‘ebreo’, come dimostra il cambiamento di nome dell’Unione delle Comunità israelitiche italiane, sancito dal comma 1 dell’articolo 19 delle Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, emanate l’8 marzo 1989 sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987 (cliccare qui).

 

6. L’ebreo

 

Peraltro, come si diceva, la parola ‘ebreo’ va usata con cautela, tenendo presente che, come tutte le parole ‘identitarie’, può suonare discriminatoria.

Per esempio, a dir poco inquietante è l’articolo apparso sulla «Repubblica» il giorno dopo la morte di Primo Levi, a firma di Italo Chiusano. Anche tralasciando la perla nera «ogni ebreo che si rispetti è un profeta», il pezzo è un’accozzaglia di stereotipi positivi su una presunta «ebraicità classica» di cui «l’ebreo» Levi avrebbe «qualche carattere distintivo». Il Primo Levi dell’articolo assomma varie identità: è uno scrittore, è un antifascista, è un chimico, ma non si limita a essere ‘un ebreo’ (cosa del tutto normale in anni in cui la parola non era più e non era ancora tabù), è spesso ‘l’ebreo’. E che Chiusano specifichi che il «vantaggio» ricavato da Auschwitz è stato «spirituale, psichico, etico, intellettuale, storico» non toglie che il sintagma «intelligenza israelitica» sia il prodotto più o meno consapevole di un immaginario antisemita popolato di ebrei furbi, scaltri, di cui l’ebreo deportato, in grado di trarre profitto perfino da Auschwitz, è solo l’ultimo rappresentante, il solo candido, ma di un candore ottenuto senza merito, solo grazie alla provvidenziale ‘immolazione’ come olocausto (proprio per il rifiuto di questa prospettiva oggi parliamo o dovremmo parlare di Shoah e non di ‘Olocausto’).

 

7. Cui prodest il parlare meno di ebrei?

 

Se l’uso della parola ‘ebreo’ non è privo di controindicazioni, non va dimenticato che i primi a giovarsi del benintenzionato repulisti attuale sono ovviamente loro, quelli che perfino il Giorno della Memoria si lamentano del troppo parlare di ebrei e troppo poco degli altri, dove ‘gli altri’ sono un puro pretesto per dare una parvenza di liceità alla richiesta (per fortuna inascoltata) di parlare meno di ebrei, secondo i gusti dei nuovi, inconsapevoli antisemiti, che hanno tabuizzato l’antisemitismo senza liberarsi del pregiudizio antiebraico.

 

Questo articolo – il cui titolo parafrasa quello del libro di Rosetta Loy, La parola ebreo (Einaudi, 2002) – costituisce una sintesi dell’intervento che ho tenuto lo scorso 23 novembre all’Università per Stranieri di Siena, al convegno Parola. Una nozione unica per una ricerca multidisciplinare (agli atti del quale rinvio per la versione integrale, completa di un’appendice lessicografica sui termini ‘ebreo’, ‘giudeo’, ‘israelita’), e un primo abbozzo del saggio che pubblicherò tra qualche tempo.

 

Bibliografia

E. Calò, L’origine delle specie ebraiche, «moked/מוקד. il portale dell’ebraismo italiano», 5 settembre 2017.

I.A. Chiusano, Un sereno testimone della barbarie umana, «la Repubblica», 12 aprile 1987, p. 3.

L. Franzioni, Guida per il giuocatore de La dama all’italiana, Prefazione del Dott. A. Gallico, Milano, Alberto Corticelli Editore, 1928.

M. Gerstenfeld, The word ‘Jew’ as a curse in Europe, «The Jerusalem Post», 6 marzo 2019.

Q. Principe, Memorie di una traduttrice, «Il Sole 24 ore», 7 ottobre 2018, p. 33.

Stampa dell’era fascista. Le note di servizio, a cura di F. Flora, segue L’«Appello al Re», Roma 1945.

TLIO = Tesoro della lingua italiana delle origini, Centro del C.N.R. Opera del Vocabolario Italiano presso l’Accademia della Crusca [banca dati con 2324 testi, aggiornata il 18 gennaio 2019].

 

*Sara Natale (Milano, 1983), filologa, attualmente assegnista di ricerca presso l’Istituto del CNR Opera del Vocabolario Italiano, ha studiato i dialetti e i volgari degli ebrei d’Italia, i volgarizzamenti biblici e agiografici italiani e la poesia italiana delle Origini. Tra i principali lavori si ricordano le edizioni critiche delle poesie giudeo-mantovane di Annibale Gallico (Accademia Nazionale dei Lincei, 2014), dei volgarizzamenti italiani dell’Ecclesiaste (Edizioni del Galluzzo, 2017) e dell’elegia giudeo-italiana (Pacini, 2018); tra i progetti in corso l’edizione critica dei Fioretti di san Francesco, avviata nel 2012 con il sostegno della Fondazione Ezio Franceschini di Firenze, e il Censimento dei testimoni manoscritti dei testi italiani in caratteri ebraici (verso una nuova banca dati per l’OVI: “il corpus ICE”), oggetto di un programma di ricerca (“Short Term Mobility”) finanziato dal CNR e svolto a Gerusalemme, alla Biblioteca Nazionale di Israele, dal 15 ottobre al 4 novembre 2018.

 

Immagine: Portnoy's Complaint (1972), regia di Ernest Lehman

 


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