Landolfi: la maschera, la maniera, il miraggio

 

Morto quarant'anni fa, dove sta, oggi, Tommaso Landolfi da Pico, narratore, poeta, diarista, drammaturgo e traduttore della grande letteratura europea (dal russo, dal francese, dal tedesco)? Qual è la sua collocazione nella letteratura italiana e, all'interno di quest'ultima, qual è l'impronta lasciata dalla sua lingua e dal suo stile? Nonostante il giudizio limitativo di Gianfranco Contini («ottocentista eccentrico in ritardo») – controbilanciato, peraltro, dall'apprezzamento, anche se non lineare, di Eugenio Montale o da quello selettivo di Italo Calvino –, Landolfi, secondo Paolo Zublena in questo Speciale, «resta fuori dalle storie della letteratura o della lingua letteraria – o almeno vi è parcamente e marginalmente rappresentato». Zublena sostiene che ciò dipenda dal suo essere eccentrico rispetto ai filoni stilistici prevalenti del plurilinguismo espressionistico da una parte e dello "stile semplice" dall'altro. Grande scrittore è, sostiene Zublena, ma, come scrive Maria Antonietta Grignani, nella sua alta anomalia Landolfi è preso (e in parte logorato) nel «gioco faticoso, che alla percezione tutta novecentesca dell’usurarsi del mezzo linguistico di libro in libro, di secolo in secolo, accosta un divieto a abbandonare gli allettamenti e il repertorio retorico della tradizione nelle sue forme bloccate»: il sogno di una chiusura/clausura stilistica non può che restare un miraggio. La maschera della parola ipermanieristica in contesa con sé stessa e con una realtà per nulla compiacente, indicibile ma, per statuto, da rappresentare, esprime «una vocazione fortissima alla scrittura e una sfiducia totale nei confronti della lingua che è il suo stesso e unico mezzo», scrive Francesca Serafini, che esamina in questo contesto la funzionalità stilistica e concettuale del periodare parentetico e incidentale caratteristico dell'autore. A proposito di punteggiatura, Paola Baratter mette in rilievo l'orchestrazione accorta che ne fa Landolfi: «i segni interpuntivi sono usati in tutta la loro gamma», un uso «morigerato» al servizio di una sintassi e una testualità complesse.
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