27 maggio 2019

Tra tradizione e innovazione: Leonardo e le parole

di Marco Biffi*

È quasi stupefacente che la lingua di Leonardo sia stata a lungo trascurata (sarebbe forse meglio dire evitata) dai linguisti. Negli ultimi anni invece si è assistito a un interesse crescente che sta diventando anche sistematico: si sono infittiti studi sulle caratteristiche grafiche, fonetiche, morfologiche del suo fiorentino quattrocentesco; ma soprattutto sulla sua lingua tecnico-scientifica, in particolare della meccanica, dell’ottica e della prospettiva, dell’anatomia, della pittura e dell’architettura.

La distanza dei linguisti da Leonardo ha molteplici spiegazioni: una certa chiusura della cerchia dei leonardisti, l’imbarazzo nei confronti dell’indiscusso genio per antonomasia, la scrittura al contrario (da destra verso sinistra in simmetria speculare), la vastità degli argomenti toccati, l’apparente disordine testuale di un corpus con una forma sfuggente e in divenire definito con felice intuizione «grande “libro”» da Carlo Vecce. Lo storico della lingua deve tenere sotto controllo molte variabili per inquadrare un testo e quindi la lingua in esso contenuta; e di fronte a Leonardo si è trovato spiazzato, per molto tempo anche a causa delle intrinseche debolezze della disciplina, fino agli anni Ottanta del secolo scorso attenta pressoché esclusivamente alle varietà di lingua letterarie o quantomeno colte.

Mancava anche un tassello che doveva fornire la storia della scienza, che alla fine con Carlo Maccagni ha inquadrato lo “strato culturale intermedio”, vale a dire quello di coloro che non erano letterati e non avevano quindi una cultura tradizionalmente dotta (di lingua latina), ma avevano un’elevata cultura volgare soprattutto per quanto riguardava gli ambiti tecnici. Si è così potuta studiare con successo la lingua di artisti, architetti, “ingegnari”, come Piero della Francesca, Francesco di Giorgio Martini, per fare soltanto due nomi; e inquadrare meglio il profilo a cui poteva essere ricondotto anche Leonardo, «homo sanza lettere».

 

Il complesso del genio

 

Non va sottovalutato il “complesso del genio” che ha necessariamente condizionato ogni approccio a Leonardo. Qualunque cosa abbia scritto o disegnato è sempre stata giudicata necessariamente geniale. Da questo punto di vista gli studi sulla sua lingua hanno contribuito al consolidarsi di un atteggiamento più disincantato, meno emotivo, più equilibrato. Un esempio di come ciò sia avvenuto è costituito dal caso degli scritti “linguistici” di Leonardo, appunti grammaticali e liste di parole che, nel quadro del “complesso” a cui accennavo, sono stati inizialmente interpretati come i primi abbozzi di una grammatica dell’italiano e il primo tentativo di un dizionario della nostra lingua. Marinoni ha invece chiarito abbastanza precocemente (prima dei linguisti) che si tratta di esercizi, tipici di un colto illetterato, funzionali ad acquisire rudimenti di conoscenza del latino e ad ampliare e consolidare il proprio lessico attingendo da testi colti in lingua latina.

 

La questione della lingua

 

Come tutti coloro che si sono confrontati con la scrittura in Italia fino ad anni recenti, anche Leonardo ha dovuto affrontare una “questione della lingua”, che ha sempre riguardato, in maniera più o meno esplicita e con una maggiore o minore attenzione metalinguistica, coloro che si muovevano nel campo delle discipline tecniche. Queste, infatti, erano collocate fra le artes mechanicae e quindi, in Italia, linguisticamente riconducibili alla variegata realtà orale volgare delle botteghe, dei cantieri, dei laboratori; mentre le artes liberales “parlavano” latino nelle università e negli ambienti colti. Per Leonardo questo vale anche in ambito più propriamente teorico-scientifico, perché il suo metodo incentrato sull’osservazione della natura lo obbliga a dover definire oggetti e concetti del tutto nuovi, mai espressi in latino, né tantomeno in volgare, lingua non conforme al campo d’indagine nel quadro del sapere medievale. In quanto «homo sanza lettere» l’uso del latino era escluso; ma quale volgare usare? Come renderlo efficace per affrontare i temi tecnico-scientifici?

Sulla lingua da utilizzare Leonardo non ha dubbi: è la sua lingua materna, il fiorentino quattrocentesco; e spiega le ragioni della sua scelta in un passo famoso e spesso citato: «I’ ho tanti vocavoli nella mia lingua materna, ch’io m’ho piuttosto da doler del bene intendere le cose che del mancamento delle parole colle quali io possa bene esprimere il concetto della mente mia» (Disegni anatomici, c. 178r).

 

Prove di lingua tecnica

 

La potenza della lingua materna è accompagnata da metodi efficaci per renderla funzionale a soddisfare l’esigenza di precisione propria della lingua tecnico-scientifica. Per quanto ricca la lingua materna non fornisce infatti tutte le parole di cui Leonardo ha bisogno per descrivere il mondo tecnico quale gli appare sotto la sua particolare lente di osservazione (una lente che prevede di ingrandire particolari mai considerati prima, o di allontanare oggetti guardandoli da una prospettiva diversa); e si tratta di parole che per la loro natura tecnica e scientifica devono indicare oggetti e concetti in maniera univoca, con una corrispondenza uno a uno tra significante e significato.

Il primo stratagemma per allargare le potenzialità della lingua materna è l’interazione multimediale con il disegno, che spesso è anzi centrale rispetto al testo. Così le specifiche ruote o leve in meccanica, o le strade con particolari funzioni in architettura, trovano la loro specificità terminologica nella lettera che le accompagna e che rinvia a una specifica ruota, leva, strada nel disegno. Se il problema non è superato o superabile con il disegno allora Leonardo ricorre alle potenzialità morfologiche della propria lingua, con polirematiche in cui la ruota o la leva vengono precisate nella loro funzione tecnica con un aggettivo (leva materiale, leva spirituale, ruota dentata, ruota sofistica) o con sintagma di specificazione (ruota dell’aumento, ruota senza centro); oppure fa perno sulla suffissazione (governatore, servitore) o sulle formazioni con prefisso (contrappeso, contralleva). Si tratta di strategie ben note e usate normalmente nell’ambiente delle botteghe artigiane, come del resto la scelta dei diminutivi, che si candidano in potenza ad assumere una specializzazione semantica in senso tecnico: assicella, fusello, listello, linguella, rotella ecc. Altrove l’ampliamento della terminologia tecnica passa attraverso un altro consueto processo di formazione, quello (poi sistematicizzato da Galileo per la lingua scientifica) della risemantizzazione in senso più tecnico-scientifico di una parola dell’uso comune che assume un significato tecnico diventando termine: maestra, maschio e femmina, motore, mobile.

 

Leonardo onomaturgo

 

Rimane difficile stabilire quanta terminologia tecnica sia ereditata dal mondo artigiano “meccanico” in cui Leonardo si è formato, e quanto sia invenzione. Più chiara è la situazione da quando negli ultimi anni (a partire dal 2012) sono stati pubblicati glossari dedicati alla terminologia leonardiana di specifici settori: la meccanica, l’ottica e la prospettiva, l’anatomia. L’obiettivo dei glossari è infatti anche quello di analizzare in dettaglio quali parole Leonardo eredita dalla tradizione precedente (quella delle botteghe, quella dotta, quella mediana), quali ha consolidato  nella nostra lingua tecnica, quali ha coniato. Il quadro emergente è quello di un Leonardo che assorbe gran parte del lessico dal mondo tecnico artigiano per quanto riguarda i saperi tecnici (particolarmente forte è l’apporto per la meccanica e l’architettura), mentre per il lessico teorico-scientifico si apre anche ad alcuni termini di area dotta. Ma è costretto anche ad inventare.

Va precisato che il principale indizio di un’invenzione lessicale è il primato (e tanto più l’unicità) dell’attestazione di una data parola, che però di per sé non dimostra in modo inequivocabile che non sia stata usata prima e che quindi sia stato proprio Leonardo a inventarla. Però è certamente vero che nei casi in cui le parole con prima attestazione siano collegate a oggetti che Leonardo mette per primo a fuoco o a concetti legati a sue riflessioni innovative, la probabilità è alta. Per Leonardo le parole sono esse stesse strumenti speculativi: nominare oggetti e concetti nuovi è parte integrante della conoscenza. Così sono numerose le probabili invenzioni di Leonardo nella meccanica pratica: nessuno prima di lui aveva scomposto i meccanismi fino ai minimi termini, individuando componenti con specifiche funzioni (come il servidore, un particolare tipo di retinaculo ‘ruota d’arresto’ che svolge una funzione di servizio). Ma la vocazione onomaturgica emerge anche quando la speculazione teorica e tecnica approda a scoperte fortemente radicali e innovative, come avviene in pittura per prospettiva aerea ‘restituzione corporea della profondità dello spazio realizzata con lo sfumato’ (che non a caso attraverso le traduzioni del Trattato della pittura si diffonderà in tutte le lingue europee a partire dal Seicento).

Si potrebbe dire che la presenza di un alto numero di prime attestazioni, probabili neologismi, diventa quasi un “indice di innovazione” dei testi di Leonardo: e in effetti è un indice alto in meccanica ma inesistente in architettura, un campo in cui ciò che è depositato nel «grande “libro”» è riconducibile a note pratiche con qualche raro sprazzo di invenzione urbanistica (ad esempio nel passo sulla “città ideale” contenuto nel Manoscritto B dell’Institut de France, carta 16 r).

 

Ipertestualità e ipotestualità

 

Un’ultima osservazione va dedicata alla particolare testualità di Leonardo. Anche se vi sono alcune parti in cui è riconoscibile un’aspirazione alla forma del trattato, articolato e strutturato (un esempio è, per la meccanica, il testo tramandato dal codice Madrid I; e tracce di proto-trattatistica sono riconoscibili anche per pittura e teoria delle acque), l’unico «grande “libro”» è costituito essenzialmente da unità espositive tarate sulla singola carta (eventualmente possono estendersi da una carta all’altra, con un passaggio dal verso al recto della carta successiva, e quindi con un semplice allargamento dello specchio di scrittura). Quando lo spazio della pagina non è sufficiente, Leonardo infittisce le sue note, aggiungendo “finestre” (ipertestuali) di testo su parti della carta rimaste libere, nelle più svariate direzioni. In termini contemporanei e con le opportune approssimazioni potremmo definire il «grande “libro”» come un testo costituito da un insieme aperto di ipotesti (le singole carte), vale a dire i blocchi unitari “autoportanti” riconducibili alla carta. Ciascun ipotesto può essere collegato a un argomento attraverso parole chiave e può trovare una sua strutturazione collegandosi a un sottoinsieme di carte: un po’ come avviene oggi nella rete attraverso l’hashtag, che unisce frammenti testuali in un unico ultratesto aperto, sempre ampliabile e quindi modificabile (le ultra-narrazioni riunite dalle varie Tendenze di Twitter). Nel caso del «grande “libro”» leonardiano la mente organizzatrice e ordinatrice è una, nel caso dell’hashtag della rete si tratta di un’autorialità multipla e senza controllo; ma la forma testuale e l’organizzazione del contenuto presentano in fondo similarità molto forti.

 

Riferimenti bibliografici

Le citazioni da Leonardo sono tratte dalla banca dati e-Leo. Archivio digitale di storia della tecnica e della scienza, realizzata dalla Biblioteca Leonardiana di Vinci (link).

M. Biffi, La lingua tecnico-scientifica di Leonardo da Vinci, in Prospettive nello studio del lessico italiano, Atti del IX Congresso SILFI (Firenze 14-17 giugno 2006), a cura di E. Cresti, Firenze, Firenze University Press, 2008, vol. 1, pp. 129-136.

Id., Ingegneria linguistica tra Francesco di Giorgio e Leonardo, LIII Lettura vinciana (Vinci, 13 aprile 2013), Firenze, Giunti, 2017.

C. Maccagni, Cultura e sapere dei tecnici nel Rinascimento, in Piero della Francesca tra arte e scienza, a cura di M. Dalai Emiliani e V. Curzi, Marsilio, Venezia, 1996, pp. 279-92.

Glossario leonardiano. Nomenclatura delle macchine nei codici di Madrid e Atlantico, a cura di P. Manni e M. Biffi, Firenze, Olschki, 2011.

P. Manni, Percorsi nella lingua di Leonardo: grafie, forme, parole, XLVIII Lettura vinciana (Vinci, 12 aprile 2008), Firenze, Giunti, 2008.

A. Marinoni, Gli appunti grammaticali e lessicali di Leonardo da Vinci, Milano, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, 1944-1952.

R. Piro, Glossario leonardiano. Nomenclatura dell’anatomia nel Corpus dei disegni della Collezione reale di Windsor, Firenze, Olschki, 2019.

M. Quaglino, Glossario leonardiano. Nomenclatura dell’ottica e della prospettiva nei Codici di Francia, Firenze, Olschki, 2013.

C. Vecce, Scritti di Leonardo da Vinci, in Letteratura Italiana, diretta da Alberto Asor Rosa, Le Opere. II. Dal Cinquecento al Settecento, Torino, Einaudi, pp. 95-124.

 

*Marco Biffi è Professore associato di Linguistica italiana presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze e collabora con l’Accademia della Crusca dal 1996. La sua attività di ricerca è incentrata sullo studio della lingua tecnica e artistica, dell’italiano trasmesso, della linguistica informatica. Ha diretto la realizzazione di numerose banche dati di ambito linguistico, fra cui la versione elettronica delle edizioni del Vocabolario della Crusca (link). È responsabile Web dell’Accademia della Crusca (link) e direttore tecnico della rivista «Italiano digitale. La rivista della Crusca in rete» (link).

 

Immagine: Leonardo da vinci, taccuino forster III, 1490 ca.

 

Crediti immagine: I, Sailko [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

 


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