Leonardo, parole e visioni nella bottega dell’ultratesto

 

A cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, uno Speciale dedicato alla lingua del colto illetterato artista scienziato diventa in modo naturale un percorso per orientarsi nel «grande “libro”», come lo definì Carlo Vecce, della sua opera composita, polimorfa, frammentata. Un colto letterato non accademico contemporaneo, Giampaolo Dossena, raccontò come – lui studentello – un aforistico “spettacolo naturale” vinciano, assegnatogli come traccia per un compito in classe, lo lasciò, per meraviglia, muto, «e ancora adesso son qui a chiedermi cosa se ne potrebbe dire». Ecco la traccia leonardiana: «La luna densa e grave, densa e grave come sta, la luna?» Queste parole riverberano un’aura poetica e pur non portando in sé il segno della netta fiorentinità quattrocentesca della lingua vinciana, nella tecnificazione di due aggettivi della lingua comune come “grave” e “denso”, sono espressione del proposito di «soddisfare l’esigenza di precisione propria della lingua tecnico-scientifica», come scrive Marco Biffi, che sottolinea come sia importante capire, nel piuttosto recente fervore di studi linguistici su Leonardo, «quanta terminologia tecnica sia ereditata dal mondo artigiano “meccanico” in cui Leonardo si è formato, e quanto sia invenzione» onomaturgica individuale. Per questo, è decisiva l’analisi dettagliata dei glossari, di cui ci danno qui un saggio Barbara Fanini (la meccanica applicata e teorica), Andrea Felici (l’acqua e il moto dei fluidi), Rosa Piro (l’anatomia), Margherita Quaglino (prospettiva, ottica e pittura). Ma la prassi semiotica leonardesca induce a inseguire nuove suggestioni: il testo, scrive Biffi, snodato in ipotesti, col suo “aprirsi” in propaggini collaterali, si costruisce, tra disegni e lingua, come «un unico ultratesto aperto, sempre ampliabile e quindi modificabile»: insomma, Leonardo era già con noi, praticava ai suoi fini «le ultra-narrazioni riunite dalle varie Tendenze di Twitter».
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