«Con pieno spargimento di cuore»: l'epistolario tra lingua, ragione e sentimento

di Fabio Magro*
 
Pur tenendo conto che in generale «un epistolario non è che la raccolta di ciò che sopravvive ad una vasta dispersione» (Giovanni Nencioni), la silloge di lettere leopardiane è stata pure considerata, e autorevolmente, «uno dei più bei libri della letteratura italiana» (Gianfranco Contini). Si tratta del resto di un’opinione largamente condivisa che si fonda sia sulle cose, ossia sulla grande capacità di Leopardi di “mettere a nudo” il proprio cuore offrendosi con generosità all’interlocutore a partire dai dati minuti e quotidiani dell’esistenza, sia sui modi con cui quelle cose ci vengono restituite, con un calore di sentimento e una spontaneità che non fa mai velo alla qualità sempre altissima della scrittura.
 
Tante opere quanti sono i corrispondenti
 
L’epistolario leopardiano, che consta di quasi novecentoquaranta lettere, accompagna l’intera esistenza del poeta coprendo un arco temporale di circa trent’anni (dal 16 ottobre 1807 al 27 maggio 1837, date della prima e dell’ultima lettera ad oggi conosciute, entrambe indirizzate al padre Monaldo). Un corpus dunque ampio e disteso nel tempo, che può essere visto e analizzato nel suo complesso, seguendo lo sviluppo della scrittura epistolare nel suo mutarsi nel corso degli anni, ma anche prendendo in considerazione i singoli carteggi, che nascono e crescono in modo autonomo grazie alla capacità di Leopardi di variare con gli argomenti anche il tono e il registro delle lettere in base all’interlocutore. Insomma l’epistolario leopardiano è un’opera tenuta saldamente unita dalla consapevolezza e dalla partecipazione di un io che non risparmia le forze, ma anche composta da tante opere singole quanti sono i corrispondenti (da qui anche la pubblicazione autonoma dei carteggi intrattenuti con i più importanti interlocutori).
 
Arricchimento della tastiera espressiva
 
Proviamo dunque a seguire queste due piste per cercare di cogliere forme e movimenti della scrittura. La prima prospettiva, che punta ad un’analisi diacronica della lingua dell’epistolario, ci permette di intraprendere un percorso condizionato in primo luogo dalla diversa funzione che la lettera stessa assume per Leopardi nel corso del tempo: dalle prime missive familiari (al padre, alla sorella, allo zio Antici, all’abate Cancellieri e all’editore Stella) quasi esercizi alla ricerca di un genere letterario, alla ricca corrispondenza con Giordani e Brighenti, tesa a costruire le fila di una militanza intellettuale che nel caso di Leopardi non può non giocarsi anche sul piano umano e affettivo; da un forte investimento nella scrittura epistolare come unico mezzo a cui affidare un urgente bisogno di condivisione («con pieno spargimento di cuore» come dice Giacomo in una lettera a Giordani) della propria scoperta e fragile interiorità (lettere ancora a Giordani e Brighenti, ma anche a Paolina, al fratello Carlo, a Bunsen e più tardi a Sinner ecc.) a un uso della lettera come necessario e quotidiano strumento di partecipazione ad una società di amici e insieme letteraria (a Vieusseux, Montani, Colletta ecc.). Mutando nel tempo le ragioni stesse della pratica epistolare, anche la scrittura si adegua seguendo una traiettoria che pur non perdendo di vista il filtro letterario (che però non si configura mai come una maschera) si apre via via a toni e forme più colloquiali. Non si tratta tuttavia solo di un passaggio a usi più moderni e correnti, che comporterebbe l’esclusione di varianti concorrenti (cosa che può anche accadere per alcuni doppioni fonomorfologici, rispetto ai quali Leopardi ad un certo punto fa selezione), ma piuttosto di un atteggiamento tendenzialmente inclusivo, che amplia lo spettro di possibilità insite nella propria già ricchissima tastiera espressiva accogliendo modelli più informali.
 
Dalla seduzione alle ragioni dell'io
 
Nella prima parte dell’epistolario la veemente ricerca giovanile di «amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita» (come scrive a Carlo, il 25 novembre 1822), ossia il desiderio da parte di Giacomo di tradurre in esperienza concreta l’intelligenza del suo sapere, si esprime soprattutto con gli interlocutori più vicini come Giordani, Brighenti o i fratelli Carlo e Paolina, in una tensione all’accumulazione sia sul piano più propriamente linguistico, sintattico (con il fitto, coinvolgente reticolo di esclamative e interrogative, per lo più retoriche) e lessicale (con l’apertura al registro basso e al turpiloquio accanto all’elemento aulico e letterario), sia su quello dei riferimenti culturali (da cui l’abbondanza di citazioni latine e greche e anche dalla letteratura italiana in particolare nelle lettere a Giordani). Le strutture tipiche del genere epistolare (entro cui pure rientrano gli aspetti ora segnalati) sono a questa altezza innervate dal vigore di una personalità travolgente tanto nel suo bisogno di affetto e di relazione umana, quanto nella necessità di una condivisione e, per così dire, di una messa in circolazione del suo straordinario patrimonio culturale. Nella seconda parte dell’epistolario la ‘temperatura’ della scrittura si abbassa (la sintassi e la lettera stessa si accorciano, il registro si fa più uniforme e medio sia pure nella possibilità di accensioni, tanto improvvise quanto commoventi), ma ciò non significa affatto un generale minore coinvolgimento emotivo dell’epistolografo (basta da questo punto di vista rileggere i biglietti a Ranieri). Da un lato, come detto, la lettera adempie ad una funzione diversa adeguandosi almeno in parte ai modi spicci ma cerimoniosi della società letteraria del tempo, dall’altro la scrittura è temperata anche dagli acquisti conoscitivi, nel senso più ampio e doloroso, che Leopardi ha via via compiuto. Le lettere più importanti dell’ultima parte del carteggio inoltre evidenziano rispetto a ciò che le precede una più lucida, raziocinante e forse sofferta struttura argomentativa, non più tesa solo a sedurre il destinatario, ma impegnata anche a difendere più fermamente le ragioni dell’io (soprattutto nelle lettere a Monaldo).
 
Abbandonare le convenzioni
 
La traiettoria sommariamente descritta può essere usata come cartina di tornasole per l’analisi dei singoli carteggi di cui si compone l’epistolario leopardiano. L’evoluzione diacronica della scrittura epistolare infatti va intesa non solo in termini assoluti, ma anche relativi, come percorso attivo nella dinamica epistolare che intercorre con ciascun corrispondente. È chiaro infatti che, anche in ossequio alle convenzioni del genere, l’avvio di una nuova corrispondenza comporti un certo tasso di formalità che tende tuttavia, in linea di massima da ambo le parti, a diminuire con l’accrescersi della familiarità o intimità. Ciò che fa la differenza è anche qui la reattività di Leopardi, che in genere brucia le tappe e non appena ne coglie la possibilità abbandona le convenzioni tipiche della corrispondenza del tempo per una più solidale e fraterna comunicazione del cuore.
 
L'altra faccia dei Canti
 
C’è infine una terza prospettiva con cui ci si può accostare all’epistolario. Una prospettiva che fa dialogare le lettere con le altre opere in prosa ma non solo (il parallelo tra le prime lettere a Giordani e le Canzoni è già stato fatto a suo tempo da Emilio Bigi). Soprattutto nei momenti in cui più forte è il coinvolgimento dell’io, la scrittura leopardiana oltrepassa i confini dei generi testuali e lascia ovunque tracce del movente che l’ha generata e l’ha resa necessaria: basti guardare, ad esempio, alle puntuali convergenze tra l’attacco e non solo de La sera del dì di festa, un passo di due lettere a Giordani (la prima del 6 marzo 1920, la seconda del 24 aprile del medesimo anno), e un brano dello Zibaldone collocabile nello stesso lasso di tempo (pp. 50-51 dell’autografo). Un’analisi ravvicinata di questi segmenti testuali, oltre a far apprezzare la magistrale capacità di variazione di registri su di un medesimo tema, porterebbe tra l’altro a cogliere un più stretto legame tra le lettere e il testo poetico. Sono infatti i carteggi il vero corrispettivo in prosa dei Canti: un corrispettivo che è prima psicologico ed esistenziale che letterario, o forse non è altro che l’insieme inestricabile e irriducibile di tutti e tre gli aspetti.
 
La ricerca di un interlocutore solidale
 
La poesia dei Canti e la prosa delle lettere infatti nascono e si nutrono di una stessa, fondamentale condizione sentimentale e psicologica, condivisa da nessun’altra opera leopardiana, almeno nella stessa misura. Centrale in entrambi i casi è il rapporto io-tu, la ricerca incessante e ineludibile di un interlocutore solidale a cui affidare, e con cui condividere, la propria bruciante interiorità; un tu che se nei Canti può anche essere collettivo o indefinito non sempre nelle lettere corrisponde esattamente al destinatario della missiva, perché dietro il tu reale c’è sempre anche un io di guardia.
 
Riferimenti bibliografici
 
Edizioni complessive del carteggio: Epistolario di Giacomo Leopardi. Nuova edizione ampliata con lettere dei corrispondenti e con note illustrative, a cura di F. Moroncini, Firenze, Le Monnier, 1934-41, 7 voll; Epistolario, a cura di Franco Brioschi e Patrizia Landi, Torino, Bollati Boringhieri, 1998; Lettere, a cura e con un saggio introduttivo di Rolando Damiani, Milano, Mondadori, 2006.
 
Alcuni studi
 
Gianfranco Contini, Antologia leopardiana, Firenze, Sansoni, 1988; Laura Diafani, La «Stanza silenziosa». Studio sull’epistolario di Leopardi, Firenze, Le Lettere, 2000; Pantaleo Palmieri, Leopardi. La lingua degli affetti e altri studi, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2001; Costanza Geddes da Filicaia, Fuori di Recanati io non sogno. Temi e percorsi di Leopardi epistolografo, Firenze, Le Lettere, 2006; Pier Vincenzo Mengaldo, Antologia leopardiana. La prosa, Roma, Carocci, 2011; Fabio Magro, L’epistolario di Giacomo Leopardi. Lingua e stile, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2012.
 
*Fabio Magro si è laureato a Padova dove ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Romanistica. Si è occupato di metrica, di stilistica e di lingua letteraria e non, in particolare tra Otto e Novecento. Ha pubblicato tra l’altro «Un ritmo per l’esistenza e per il verso». Metrica e stile nella poesia di Attilio Bertolucci (2005), Un luogo della verità umana. La poesia di Giovanni Raboni (2008), L’epistolario di Giacomo Leopardi. Lingua e stile (2012), Lettere familiari (in Storia dell’italiano scritto. iii. Italiano dell’uso, 2014, pp. 101-57).

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