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Per un giovane del ventunesimo secolo

di Renato Minore*

Con Leopardi. L'infanzia le città, gli amori, che ora è ripresentato in nuova veste, mi è capitato di raccontare la sua vita infelice, ma ricca di segrete fonti di energia. Di ripercorrere - non in progressione, ma a temi, costellazioni di argomenti, iridescenti accostamenti e brusche zoomate - il suo destino, tra ascesi e ribellione, desiderio di fuga e bisogno di reclusione. Un uomo tormentato da passioni concrete che possono anche esprimersi con un linguaggio quotidiano, corposo, fescennino a volte; possono vivere il dramma di desideri e impossibilità insormontabili, comunicare angosce ipocondriache, l'odio per il luogo d'origine in cui si ravvivano le oscure avventure dell'infanzia e l'assillo formalistico. L’ho raccontato attraverso l’immersione nei testi, (le Lettere, i Ricordi d’infanzia e di adolescenza, il mare magnum dello Zibaldone) non disgiunti dalla vita, dalla sua inesauribile affabulazione. Ma visti anche come la sua continua interpretazione e il suo continuo, necessario nutrimento che produce un altrettanto continuo arricchimento. Perché la vita non può essere interamente bloccata dagli eventi che la scandiscono. Si deposita in un’infinità di strati, soprapposti e mobili.
 
Ritratto di un capro espiatorio
 
Un caleidoscopio che, girando, in ogni momento proietta e modifica le proprie immagini. Piccoli e grandi accadimenti, dirompenti o fulminanti ricordi, episodi esemplari per tracciare, come in un mosaico, il ritratto interiore di un uomo, "capro espiatorio" segnato e, poi, "normalizzato". Tra incomprensioni, fraintendimenti, riduzioni maligne, ingenue o sofisticate enfatizzazioni dominate da ogni tipo di finalità ideologiche, per cui ognuno cerca di tirare Leopardi dalla sua parte, chiudendo spesso le porte della comprensione. Ecco l'isolamento del borgo, il palazzo austero, il clima d’idillio, la separazione dal mondo, l'impatto con la grande città, i salotti, i pettegolezzi, le belle donne, gli amori infelici, il fruscio del palcoscenico, i grandi cantanti alle prese con Rossini, le grandi attrici alle prese con Alfieri, i malinconici viaggi, nella sua prediletta postura di absent a Roma, a casa Antici, piena di «squillanti vescovi e cardinali, come, d'estate, la campagna romana di grilli e cicale», a Pisa, lungo le tiepide rive dell'Arno dove per un istante ritrova e sogna l'Eden. E, poi, il gran finale a Napoli, tra pazzarielli e baroni fottuti, con la minaccia del Vesuvio, le marine sterminate, la vitalità animalesca del vivere. Quindi l'ombra della fine, il terrore, l'epidemia, il colera, e proprionei giorni in cui il filologo svizzero Luigi de Sinner scrive di avere visto Giacomo Leopardi aggirarsi con aria soddisfatta per Santa Lucia, e di non essere riuscito a richiamare la sua attenzione per il gran vociare della folla.
 
Quasi incompreso
 
Leopardi (ha scritto Enzo Siciliano) finì devastato dal proprio furore, ma dentro di lui c’era l’assurdo sorriso di chi nella vita non finisce mai di interrogarsi. È questa l'Avventura del suo Viaggio, in ogni momento al suo zenit, mai completamente assorbita dal suo senso al cangiante cospetto con «l'opera creatura» di un poeta, sangue che circola, nervi che captano, cuore che raccoglie, cervello che filtra, spirito che trasforma. Prigioniero nel suo tempo, con una vita creativa anch'essa stretta in una lingua sottile di venticinque anni considerando la sua prodigiosa precocità quasi infantile, quasi incompreso dai contemporanei, che ne fecero un santo (o un santino) o un reprobo di umor nero. È il poeta che (per dirla con Calvino) ha tolto al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare dove si deposita l'accecante riverbero di un pensiero continuamente vivo e mescolato alla memoria immaginativa. Che è un delicato artificio, ha a che fare con gli accidenti, gli affanni del corpo, i malanni fisici, le invidie, i problemi di denaro che sono in grado di spezzarla in un attimo. Un poeta che, a dispetto del suo intenso materialismo e del suo convinto ateismo, è volto continuamente alla ricerca del mistero, si ciba d’ineffabile e vede sfumare nella notte i confini delle cose materiali. I tracciati petrosi e lavici del Vesuvio si disperdono nell’infinità del cielo, come se la materia venga dissolta dallo spazio che la ospita.
 
Zibaldone, libro dei libri
 
C'è lo scrittore e il filosofo dello Zibaldone, il libro dei libri, il libro-monstrum che sfugge mirabilmente alle opinioni consolidate con la sfida continua al luogo comune anche quando esso si è cristallizzato in sapere, immane totem elevato da Leopardi alla sua intelligenza, alla sua creatività e alla sua erudizione. Abbandonato, dopo, come un corpo mostruoso ed estraneo, sul suolo della modernità. C'è perfino l'antropologo che ha visto in anticipo certi difetti del carattere degli italiani, spesso indifferenti, opportunisti, mancanti di un vero ethos e di solidarietà, pieni di disprezzo per il diverso.
 
L’attaccamento alla vita
 
I temi cari a Leopardi sono diventati centrali dell’interesse dei giovani. Il rapporto con la natura generosa o malvagia. Il bisogno di viaggi. La scrittura come diario morale. La banalità del quotidiano. La fuga nel sogno come mezzo per evitare la pazzia e raggiungere la salute psichica. L’importanza della compagnia per conservare l’attaccamento alla vita, solo con gli amici si può vivere. L’inevitabilità la dolcezza dei sogni di gloria: la lotta che è eroica e meritevole, anche se destinata alla sconfitta. La pietà di chi non sa quali forze lo dirigano.
 
Salta il suo tempo
 
Leopardi salta il suo tempo. Vuole parlare a un giovane del ventunesimo secolo. Lo immagina alle prese «con le nuove conquiste», con molti nuovi «bisogni» e «nuovi patimenti» e alcuni «piaceri più vivi che naturali», con nuove invenzioni perfezionate e applicate con maggior utilità. Vuole parlare a lui in nome della «grande alleanza degli esseri intelligenti contro alle cose non intelligenti». E il secolo nuovo ha bisogno della sua fraterna parola, la raccoglie, ne sente tutta la passione e tutta l'emozione.
 
*Renato Minore è nato in Abruzzo, a Chieti, ma da circa trent'anni vive a Roma, dove è attualmente il critico letterario de «Il Messaggero». Come poeta ha pubblicato: Non ne so più di prima, Le bugie dei poeti, Nella notte impenetrabile, I profitti del cuore. Come narratore: Rimbaud, I ritorni, Il dominio del cuore. Tra i suoi libri di saggistica: Mass-media intellettuali società, Il gioco delle ombre, Poeti al telefono, Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte. Per i suoi libri, tradotti in più lingue, è stato finalista allo Strega e ha vinto tra l’altro il Campiello, l’Estense, il Flaiano. Ha insegnato presso l’Università di Roma e presso la Luiss. Nel 2014 è uscita da Bompiani una nuova edizione ampliata del Leopardi. L’infanzia, le città, gli amori.
 

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