25 giugno 2019

Allunaggio, «Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità»

di Marcello Aprile*

Missione Apollo 11. 20 luglio 1969, 19.44 ore italiane. Mentre Michael Collins resta in orbita, alla guida del modulo di comando “Columbia”, il modulo lunare “Eagle”con a bordo Buzz Aldrin e Neil Armstrong inizia la discesa verso la superficie del satellite. Sono circa le 22.16 in Italia, il LEM (LunarExcursionModule ‘modulo di escursione lunare’) sta per posarsi sul suolo lunare, nel “Mare della Tranquillità” dov’è previsto l’allunaggio.

 

Ha toccato o non ha toccato?

 

«Ha toccato…», disse Tito Stagno, che in mancanza di una diretta video commentava al “buio” l’evento, cercando di tradurre i dialoghi radio tra il centro di controllo missione di Houston e la “Eagle”. Qualcuno subito aggiunse «Ha toccato il suono lunare» e nello studio 3 di via Teulada, dove si svolgeva la lunga diretta Rai L’uomo sulla Luna, scrosciarono gli applausi. Pochi si accorsero in quel momento della voce di Ruggero Orlando, che in collegamento dal Houston diceva «No, non ha toccato…». Il suo intervento si disperse nell’entusiasmo generale e Stagno continuò sicuro la sua telecronaca, rimarcando con enfasi retorica l’importanza di quell’avvenimento con un tricolon orario: «Signori, sono le 22.17 in Italia, sono le 15.17 a Houston, sono le 14.17 a New York»; poi, con tono quasi ieratico aggiunse: «Per la prima volta un veicolo pilotato dall’uomo ha toccato un altro corpo celeste. Questo è frutto dell’intelligenza, del lavoro, della preparazione scientifica, è frutto della fede dell’uomo». Solo a questo punto, Stagno, emozionato, diede la linea a Houston, ma le parole di Orlando, però, non furono quelle che tutti si aspettavano: «Qui ci pare che manchino ancora dieci metri». Nello studio in molti scoppiarono a ridere, mentre Stagno cominciò a scuotere la testa e negò con decisione le parole del collega. Alle 22.17.40 ore italiane la “Eagle” toccò la superficie lunare e un attimo dopo Orlando disse: «Eccolo, ha toccato in questo momento». Pochi secondi dopo, dal modulo lunare, Neil Armstrong pronunciò la storica frase «Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed», ma in pochi se ne accorsero nello studio Rai, concentrati in una polemica, quella tra Tito Stagno e Ruggero Orlando, destinata a perdurare nei decenni successivi.

 

Dieci anni prima, i Russi…

 

Pressappoco così andò la cronaca dell’arrivo della prima sonda spaziale pilotata dall’uomo sul nostro satellite. Eppure non si trattava del primo allunaggio nella storia. Per quanto l’impresa dell’Apollo 11, simboleggiata dall’impronta lasciata da Armstrong sul suolo lunare («Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità», disse l’astronauta), rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo, l’uomo aveva già raggiunto la Luna diversi anni prima, sebbene non direttamente. Il 13 settembre 1959, infatti, la sonda spaziale russa “Luna 2” aveva impattato la superficie lunare a ovest del “Mare della Serenità”, divenendo così il primo oggetto costruito dall’uomo a toccare un altro corpo celeste (poco prima erano falliti i quattro tentativi statunitensi con le sonde Pioneer). Il progetto “Luna 2” rientrava nel programma sovietico chiamato “Programma Luna”, già iniziato qualche mese prima con il lancio della sonda “Luna 1”, che mancò per 5.000 km l’impatto con il satellite, e proseguito con “Luna 3”, che nell’ottobre 1959 raggiunse e fotografò per la prima volta il “lato oscuro” della Luna. D’altra parte, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta – dal lancio della prima sonda nello spazio (lo “Sputnik I” nel 1957) al volo del primo uomo in orbita  (Jurij Gagarin nel 1961) –, l’agenzia spaziale sovietica rappresentava senz’altro la massima autorità mondiale nel campo aerospaziale.

 

La Luna e il suolo lunare: atterraggio o allunaggio

 

Non a caso l’impresa di “Luna 2” è riecheggiata tra le righe da tutti i dizionari italiani, che come prima attestazione della voce allunaggio riportano proprio il 1959: ma se ancora la seconda edizione del DELI (1999), s. v. allunare, non indica la fonte, limitandosi a rinviare all’ultima Appendice al “Dizionario moderno” curata da Bruno Migliorini («1959 secondo Migl.App. 1963»), il primo Supplemento del GDLI (2004) propone una citazione tratta dall’Unità del 17 novembre 1959 («L’osservatorio di Karkov... è riuscito ad osservare anche l’allunaggio del razzo»). In effetti, non è difficile reperire nei quotidiani dell’epoca occorrenze di allunaggio in notizie sul “Programma lunare” sovietico, da “Luna 1” («Il problema dell’“allunaggio” di un razzo potrà essere risolto soltanto quando si riuscirà a imprimere al missile, al momento del suo ingresso nello spazio lunare, una velocità inferiore alla “velocità diliberazione”», Corriere d’informazione, 6 gennaio 1959, p. 1) a “Luna 3” («La risposta è molto importante per poter elaborare la tecnica dell’allunaggio», La Stampa, 8 ottobre 1959, p. 1), passando ovviamente da “Luna 3” («Il direttore dell’osservatorio, Maurizio Eigenson, ha dichiarato che le due fotografie sono state prese “pochi istanti” dopo l’allunaggio del razzo», Corriere della sera, 20 settembre 1959, p. 3). Quell’anno Ettore Allodoli tornò ben due volte sull’argomento, all’interno della rubrica Vocabolario del Corriere della sera: «A imitazione di atterraggio è stato coniato il neologismo allunaggio, lo scendere sulla luna. Una parola nuova per un così clamoroso evento spaziale compiuto dai russi ci voleva, anche se si è trattato, per ora, di un colpo, di una sassata formidabile inflitta al pallido astro. In Francia la severa Accademia dicono abbia accettato d’inserire nel Dizionario il verbo alunir (allunare). Ma la somiglianza con atterraggio fa ricordare il discredito fatto dai puristi circa questo vocabolo, atterraggio essendo troppo simile al francese atterrissage. E accettiamo dunque questo vocabolo allunaggio, metter piede sulla luna, anticipando, di poco speriamo, il compimento, della più straordinaria impresa effettuata dagli uomini. E ne consegue pure il vocabolo allunare già usato da qualche giornale: “il Lunik II ha allunato regolarmente nei tempi fissati”» (16 ottobre 1959, p. 3); «Sembra che l’Accademia di Francia abbia fatto marcia indietro e non accolga più nel Dizionario il termine alunir (allunare) di cui si parlò recentemente in questa rubrica. Guglielmo Giannini, che, oltre ad essere così fecondo e ingegnoso autore di teatro, di ben meritata popolarità, è anche un attento cultore della buona lingua e non tralascia occasione di deplorare certe storture, giustamente osserva che dire allunare invece di atterrare, dato che il contatto, l’arrivo di un missile è avvenuto sulla Luna e non sulla Terra, è un errore un po’ ridicolo perché la macchina volante non prende contatto col pianeta Terra ma si posa sul terreno. E se si dovesse adottare il criterio in base al quale è stato coniato il neologismo allunare si dovrebbe dire aggiovare se un missile arriva su Giove, ammanare se su Marte, avvenerare se giunge su Venere. Sarebbe assurdo e ingombrante – dice Giannini – e il Dizionario moderno si arricchirebbe di inutili parole. (Un lettore, Luciano Radaelli, è infatti fautore di altri neologismi nel campo spaziale come: «assaturnare, annettunare, auranare. applutonare » e simili). E allora come si potrebbe dire invece di allunare? La risposta non è facile e per lo meno contentiamoci di dire che è prematura: c’è tempo ancora a decidere e forse sarebbe il caso di ricorrere a una perifrasi non a una parola sola: la nostra lingua è mirabilmente agile e duttile per nuove formazioni» (22 dicembre 1959, p. 3).

 

Parola di Metron, nel 1941

 

Malgrado le perplessità di Giannini e Allodoli, però, la parola circolava già da un paio d’anni sui giornali, almeno a partire dall’impresa dello “Sputnik I”: già su Stampa sera del 10 novembre 1957 il selenografo italo-inglese Ostilio Notarianny suggeriva in quale punto fosse preferibile approdare e il giornalista non senza ironia precisava «atterraggio (dovremmo dire Allunaggio)» (Chi vuole sbarcare sulla Luna scenda nel Golfo di Rugiada, p. 2); appena un anno dopo, La Stampa (13 novembre, p. 10) e Il Corriere d’informazione (14 novembre, p. 2) riferivano che lo scienziato russo Georgi Pokrovsky aveva esposto alla rivista Tekhnika Molodezhi un suo progetto di «allunaggio» delle astronavi. Se è vero che allunaggio cominciò a diffondersi alla fine degli anni Cinquanta, per poi toccare il suo acme con centinaia di attestazioni alla fine del decennio successivo, va però detto che è possibile rintracciare una prima occorrenza della voce in un articolo del Corriere della sera 19 agosto 1941: «Resta a considerare la fase del vero e proprio atterraggio o, sevolete, allunaggio, nella quale ladiscesa con paracadute, dopol’abbandono del razzo, dovrebbe, avere la funzione principale» (Dalla Terra alla Luna. I progressi dell’astronautica, p. 3). L’autore, l’ingegner Filippo Tajani, docente del Politecnico di Milano e giornalista divulgativo con lo pseudonimo di “Metron”, potrebbe persino essere stato il primo a coniare allunaggio, sebbene sia da scartare l’ipotesi che la sua creazione possa avere influito sulla diffusione della voce alla fine del decennio successivo, dopo quasi vent’anni di silenzio. Sembra che quella di Tajani sia quindi la vicenda non di un precoce successo, ma di uno dei tanti morti prematuri della storia della formazione delle parole.

 

 

*Marcello Aprile è professore ordinario di Linguistica italiana all’Università del Salento; ha conseguito il dottorato a Saarbrücken con Max Pfister, di cui è stato assistente scientifico e collaboratore. Si è occupato principalmente di lessicologia, analisi strutturale dei vocabolari, parlate delle minoranze ebraiche e greche, lingua dei media (in particolare del fumetto e della televisione), storia linguistica dell’Italia meridionale, lingua della scienza nel Medio Evo e in età moderna. Dirige una sezione del Lessico Etimologico Italiano.

 

Immagine: L’astronauta Buzz Aldrin sulla Luna

 

Crediti immagine: NASA [Public domain]

 

 


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