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Per una pulizia linguistica nel “medichese”

di Donatella Lippi*

 

«… insegnerò la medicina ai miei figli, ai figli del mio maestro, agli allievi legati dal Giuramento medico, ma a nessun altro…»

Così recita un passo del cosiddetto Giuramento di Ippocrate, sanzionando il carattere elitario della Medicina, reso tale anche dall’utilizzo di una lingua tecnica, speciale, che, formatasi nel corso dei secoli, era già istituzionalizzata a partire dal XIII secolo.

La lingua della Medicina, infatti, ha origini antiche: nella fase di sviluppo della scienza greca, si è verificata l’acquisizione di un nucleo molto consistente della terminologia medica, soprattutto nell’ambito della macroanatomia e della patologia, ma la lingua greca ha fornito, in particolare, un modello compositivo duttile.

Se, poi, molti termini greci sono stati adattati morfologicamente al Latino, nella lingua della medicina sono penetrati molti arabismi e, nel passaggio di testi e documenti dal Greco e dal Latino alle lingue semitiche e, successivamente, al Latino tardo medievale, si sono generate incomprensioni ed errori interpretativi.

 

La forte proliferazione terminologica

 

La terminologia medica ed anatomica è stata poi rifondata nel Rinascimento, grazie alla pratica settoria e all’uso del microscopio: al proliferare delle nuove acquisizioni scientifiche, si è progressivamente accompagnato anche l’ampliamento del linguaggio, influenzato prima dalla medicina francese e poi da quella anglosassone, sia nell’adozione di eponimi, sia nell’adozione di una terminologia tecnica specifica.

A fronte di questo sviluppo del linguaggio medico, sono scaturite problematiche complesse, che hanno trasformato questa “lingua speciale” in una lingua spesso incomprensibile.

Una delle più evidenti caratteristiche del linguaggio medico è, infatti, la forte proliferazione terminologica, che comprende termini comuni, dell’italiano fondamentale o di alta disponibilità, e vocaboli esclusivi degli specialisti.

La “diglossia” è, infatti, uno dei grandi problemi del linguaggio medico, proponendo etimologie diverse (vertebra/spondilite), duplicità nella nomenclatura (rachide/colonna vertebrale), esubero di sinonimi.

 

Il foglietto illustrativo

 

Il rapporto tra il medico e il malato risente negativamente di questa difficile comunicazione, in quanto, spesso, la difficoltà di comprensione pregiudica anche l’aderenza del paziente alla terapia.

Allo stesso modo, questo è altrettanto vero per quanto riguarda il foglietto illustrativo, un documento ufficiale previsto per legge, che accompagna ogni medicinale presente sul mercato e che è, nello stesso tempo, un documento burocratico e uno strumento informativo.

Appartenente a un genere testuale ad altissimo grado di standardizzazione, il foglietto illustrativo, che, in Italia, si rivolge sia a medici sia a pazienti, dovrebbe svolgere funzione informativa nei confronti di questi ultimi e funzione cautelativa per la casa farmaceutica, ma, proprio perché anche i medici vi fanno riferimento, presenta un grado di tecnicità molto elevato, utilizzando uno stile più informativo che comunicativo.

Sarebbe necessaria, quindi, un’opera generale di pulizia linguistica, per raggiungere quel grado di chiarezza che hanno altre discipline scientifiche, senza demonizzare le parole “difficili”, che possiedono alta densità e specificità informazionali, ma rinunciando alla tendenza alla magniloquenza inutile e allo stile enfatico.

 

L’esibizionismo linguistico

 

Molto spesso, infatti, il “medichese”, caratterizzato da un esibizionismo linguistico che propone termini apparentemente magici agli orecchi dei pazienti, serve più a confonderli che a trasmettere loro delle informazioni.

Questo intervento di riorganizzazione del linguaggio medico dovrebbe, quindi, sia consentire una comunicazione improntata alla massima chiarezza possibile tra gli addetti ai lavori, sia rispondere all’esigenza di rendere anche i non specialisti in grado di recepire i messaggi, le informazioni che il medico deve loro comunicare.

La propensione dei medici per le parole altisonanti, pompose, paludate, utilizzate  come uno status symbol per approfondire la distanza tra mittente e ricevente, pone, infatti, il paziente in un disagio interpretativo, che contraddice l’approccio a una educazione terapeutica che è presupposto indispensabile per una corretta relazione clinica, centrata sul paziente.

 

Strategie di marketing

 

Molto spesso, inoltre, particolari strategie di marketing tendono a medicalizzare quadri clinici non strettamente patologici, per indurre il consumatore e/o paziente alla ricerca di una soluzione a tali "presunte" malattie, allo scopo di aprire nuovi mercati di potenziali pazienti.

La letteratura e l’iconografia di tutti i tempi confermano la diffusione di questi atteggiamenti di “paternalismo” medico: da Don Gesualdo, che, nell’opera di Verga, a fronte della diagnosi, in Latino, di Cancer pylori, esibisce una tranquilla noncuranza, non capendo la gravità della propria malattia, alla denuncia di Tiziano Terzani, che, pur riconoscendo i meriti della diagnostica strumentale, lamenta la mancanza di un rapporto diretto con il medico e rimpiange la figura del medico condotto, che “era di per sé una medicina”, fino alla testimonianza di Isabel Allende, sollecitata dai medici a indagare autonomamente la patologia della figlia morente, leggendo articoli scientifici, anziché supportata nel ricevere una informazione adeguata, in termini comprensibili…

Dal medico di Jan Steen, impaludato nel suo abito da commedia dell’arte, fissato fin troppo solennemente in un gesto paradigmatico, quale la misurazione del polso, a Teofilo Patini (Pulsazioni e palpiti), anche l’arte ha richiamato il medico ad essere più vicino al paziente.

I medici parlano con malati di tutte le età, di tutti i ceti, di tutti i livelli culturali e, oggi, di ogni appartenenza etnica.

Il medico, dunque, deve saper parlare non al malato, ma col malato, cosa che ha ricadute importanti sugli effetti della cura, e, se non vuol assumere un atteggiamento linguistico di dominanza, deve tener conto della differenza nelle conoscenze che intercorre tra lui e i pazienti che gli stanno di fronte, con un linguaggio flessibile, adatto alle capacità di comprensione del suo interlocutore.

 

Letture consigliate

·         M. Baldini, Karl Popper e Sherlock Holmes, Roma, Armando, 1998

·         M. Baldini, Parlare “al” paziente, parlare “col” paziente, http://www.formazione.it/ cs/files/13/download.aspx

·         M. Baldini, A. Malavasi, I galatei del medico e del paziente. Da Ippocrate al Codice deontologico, Viviani, Roma, 2005

·         S. Giumelli, Le caratteristiche linguistiche del foglietto illustrativo. Italiano LinguaDue, n. 1. 2013, pp. 161-176

·         C. Iandolo, Parlare col malato. Tecnica, arte ed errori della comunicazione, Roma, Armando, 1983

·         L. Serianni, Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti, Milano, 2005

·         E. Djalma Vitali, Il linguaggio delle scienze biomediche, in Il linguaggio della divulgazione, II, Milano, Selezione del Reader’s Digest, 1983

 

*Donatella Lippi (Firenze, 1959) è laureata in Lettere Classiche, con specializzazioni in Archeologia, Archivistica, Storia della Medicina. Professore di Storia della Medicina presso l’Università di Firenze, è titolare dell’insegnamento in numerosi Corsi di Laurea. Ha fondato il Centro di Medical Humanities dell’Ateneo fiorentino, di cui è stata Direttore fino al 2016. Ha insegnato anche presso l’International Medical Program dell’Università Vita e Salute San Raffaele (Milano) e presso l’International Medical Course dell’Università di Milano-Humanitas. Visiting Professor in Università straniere, è membro di varie Società scientifiche. Giornalista pubblicista, è titolare della rubrica, da lei creata, “Evidence Based History of Medicine” del «Sole 24 Ore Sanità». Responsabile del Progetto Medici per l’Ateneo fiorentino, è autore di circa 300 pubblicazioni scientifiche, tra cui molte monografie, e ha curato numerose iniziative espositive, a Firenze e all’estero. È stata Vice-presidente della Società Italiana di Storia della Medicina fino al 2016, è Presidente della Fondazione Scienza e Tecnica di Firenze e del Lyceum Club Internazionale di Firenze.

 

UN LIBRO

Breve guida alla sintassi italiana

Francesco Bianco

Ha tutti i pregi della manualistica che potremmo definire sintetica o essenziale, a metà strada tra la l’alta divulgazione e l’insegnamento universitario di base, rigorosamente mai superiore alle 200 pagine, sempre più apprezzata in particolare dai giovani lettori, non necessariamente studenti, abituati alla rapidità delle letture a scorrimento video e delle ricerche a tempo di click.