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Medicina, cura (nell)e parole

 

Se il medico parla con loro, che cosa capiscono i pazienti? Se il medico scrive cose che anche i pazienti leggeranno (fogli di dimissione dall’ospedale, referti clinici, prescrizioni), filerà tutto liscio nella comprensione? E, a parole o nei comportamenti, quale “linguaggio terapeutico” adotterà il medico per trattare le persone in veste di pazienti, magari cronici o gravissimi o terminali? Come ricorda Raffaella Scarpa nel suo intervento, medicina e lingua si affrontano in tre àmbiti differenti, operativamente separati anche se in parte sovrapposti: storia della lingua della medicina, linguistica medica e linguistica clinica. In questo Speciale, abbiamo posto l’attenzione soprattutto sulla linguistica medica, vale a dire la branca che si occupa dei modi e delle forme della comunicazione tra medico e malato: colloqui terapeutici e informativi, consenso informato, comunicazione della diagnosi e della prognosi, senza dimenticare le macroforme di comunicazione linguistica tra le realtà sanitarie (enti, istituzioni, commissioni, associazioni di malati, aziende farmaceutiche), le persone assistite e la popolazione. Il “medichese”, sostiene, Donatella Lippi, avrebbe bisogno di un’operazione di «pulizia linguistica», all’interno di una costante formazione, multidisciplinare, che dovrebbe sostenere i medici nella costruzione di una relazione matura con i pazienti, per favorire l’aderenza dei malati alla cura e la possibilità per loro, a fini terapeutici, di raccontare sé stessi, il trauma della malattia, il dolore. Interventi di Nicola Boccianti, Claudio Cartoni, Michele A. Cortelazzo, Rosarita Digregorio, Donatella Lippi, Maria Polita, Raffaella Scarpa.