19 maggio 2011

Ditelo con i numeri. In italiano o in dialetto

di Massimo Arcangeli*

In area mesopotamica le prime forme conosciute di scrittura sono sistemi di registrazione contabile e la stessa moneta condivide le sorti del linguaggio fin da tempi antichissimi. È plurisecolare lo sfruttamento, da parte di filosofi, scienziati, scrittori, dell’immagine che considera la lingua spendibile come una moneta: una metafora, attestata già in Orazio (Ars 59), che riprenderà più tardi Quintiliano (Inst. 1, 6, 3) e, a tacere di molto altro, una nutrita schiera di linguisti utilizzerà fino a Ferdinand de Saussure e oltre.
 
Ogni racconto è far di conto
 
Sebbene non ci sia universale accordo sull’origine economica della scrittura, nemmeno limitatamente alle diverse civiltà dotate di una organizzazione e di un’amministrazione statale, non può sfuggire nemmeno come l’attività del parlare appaia fortemente interrelata con quella del contare in molte culture e civiltà del passato e del presente. Il gr. lέcw, che risale all’indoeuropeo *leg’ (di cui conserva primariamente il significato di ‘radunare, raccogliere’), annovera tra le sue varie accezioni ‘contare’ e ‘parlare’; e nell’italiano dei primi secoli conto e contare riassumono in sé proprio i due significati di ‘racconto, raccontare’ e ‘conto, contare’: è facile abbinare una sequenza numerica a quella sequenza naturale di parole che è costituita da una narrazione “iconica”, con i suoi prima e i suoi dopo. Il linguaggio, peraltro, ha origine nello stesso emisfero cerebrale sinistro da cui prendono le mosse le operazioni di conteggio e di calcolo; e non è da escludere che la sua stessa invenzione sia stata in qualche modo condizionata dalla volontà di comunicare valori numerici prima ancora di altri possibili generi di informazione.
All’origine di tutto, insomma, sembrano esserci segni in forma di cifra. Filtrare il mondo attraverso l’epifania dei numeri può essere perciò, in un certo senso, un modo per ricapitolarlo o per restituirne almeno la parvenza di una sostanza; anche un modo, perciò, per ricostruire spezzoni di vita quotidiana.  
 
La tua vita in numeri
 
Verissimo: chi fa da sé fa per tre. Se intendi perseguire al meglio i tuoi obiettivi, se vuoi aspirare a diventare un pezzo da novanta, è meglio però che tu ti faccia in quattro, anzi che tu vada a mille. Stai attento a non tenere i due piedi in una scarpa (o in una staffa), può essere una mossa molto pericolosa. Non spaccare il capello in quattro (spendi solo inutili energie) e non partire in quarta; conta fino a dieci prima di dire o fare qualcosa di cui potresti pentirti: una parola fors’è poco, ma due sono troppe. I tuoi nemici? Tutti e nessuno: stai dunque bene in guardia. Colpiscine uno (per educarne cento); le chiacchiere stanno a zero, mentre le azioni a scopo dimostrativo sortiscono sempre i loro effetti. Alla fine, se avrai fatto il diavolo a quattro (più che aver dimostrato di avere i numeri), dovresti farcela. In ogni modo avrai tentato; e comunque, se sei partito da zero, se eri l’ultima ruota del carro, qualcosa si sarà pur mosso.
Se va male, ma proprio male, prenditi almeno una bella soddisfazione: in quattro e quattr’otto, senza pensarci troppo, dagliene (o digliene) quattro ai tuoi avversari e ai tuoi nemici, o a chi ti mette i bastoni fra le ruote. All’inizio contavi come il due di briscola o di picche, o il due di bastoni quando regna denari? Ora non sarai magari al settimo cielo, non potrai vantarti di essere arrivato uno, ma potrai dire di aver barattato la nullità di partenza con un gesto di ribellione. Non sarai più un eroe della sesta giornata, non dovrai più raccontare balle. Cento di questi giorni, Ultimo. Dammi il cinque.
 
Non contiamo tutti allo stesso modo
 
Se chi fa da sé fa per tre non è molto distante dal piemontese chi a travaja per sò cont a val per tre, u n altrettanto ritmico adagio come non dire quattro gli spagnoli (una vez) puesto en el burro, buen palo. Anche nel caso dei dialetti, però, il gioco dei riscontri puntuali (o quasi puntuali) in rapporto all’idioma nazionale non sempre funziona; non sempre, perlomeno, sul piano del confronto con l’italiano corrente.   (variante: gatto) se non l’hai nel sacco ha il pieno conforto testuale di diversi dialetti: il milanese bisogna mai dì quatter fin che no l’è in del sacch, il piemontese a bsogna mai dì quatr fin ch’a sia ant el sach, il genovese no stà a dì quattro se ti non æ in to sacco, il romanesco nun dì quattro sì nun ce l’hai ner sacco. Lo stesso dicasi per (abbiamo) fatto trenta, facciamo trentuno, sostenuto dal milanese de già ch’èmm faa trenta, fèmm anca trentun e dal pavese s’a s’è fat trenta, a s’ pœ fa trentœn (Voghera); dal genovese chi ha fæto trenta, pœu fa trentun e dal piemontese s’è fac tranta, as peur fa trentuno (Monferrato); dal friulano vês fat trente, faseit trenteùn e dal romanesco già ch’avemo (o amo) fatto trenta, famo trentuno. Altra faccenda se chiamiamo a testimoniare parlanti lingue straniere: gli inglesidirebbero in for a penny , in for a pound ;gli anglo-americani in for a dime , in for a dollar; i tedeschi wer A sagt muß auch B sagen;
Fare qualcosa in quattro e quattr’otto, senza frapporre indugi, mentre a Napoli diventerebbe quatto e quatto fann’otto, in siciliano suonerebbe senza diri nè unu nè-ddui; e un agrigentino, se la velocità dell’operazione è quella dell’italiano in un batter d’occhio o in fretta e furia, direbbe ê quattru ê cincu (“ai quattro e ai cinque”). Dirne quattro a qualcuno, a Bologna, sarebbe “dirne sette e quattro” (diren sèt e quater); gridare ai quattro venti e prendere fischi per fiaschi, rispettivamente, “attaccare i manifesti” (atachèr i manifèst) e “prendere l’otto per il diciotto” (to l’òt pr al dsdòt). E senza dire né a né ma (o senza dir né ai né bai), nel Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio (Venezia 1829), si dà come senza dir né tre né quatro.
Non sempre sudare le classiche sette camicie porta a un risultato positivo. Un vecchio detto milanese recita chi lavora gh’ha ona camisa, e chi no lavora ghe n’ha dò, che sarebbe come dire chi fila ha una camicia, e chi non fila n’ha due: nell’Italietta delle raccomandopoli e delle concorsopoli la meritocrazia, per così dire, non è proprio moneta corrente (spesso, anzi: se più meriti, meno ottieni). Attenti, soprattutto, a sgambetti e tranelli. Come insegna ancora il milanese, inganno genera inganno: chi ne fa vunna ne fa dò (“chi ne fa una, ne fa due”); non subire perciò, dopo due raggiri di cui sei stato vittima, il terzo: Tre vorte bono vor dì cazzaccio (o cojone), diciamo noi a Roma. Nuovamente il milanese, e sempre in tema di fregature date e subite: una doppia faccia è una doppia faccia, ma vuoi mettere l’italiano (bifronte) fare due facce e il meneghino (quadrifronte) fà de san Giovann quatter facc? (“far da San Giovanni alle quattro facce”)? Vuoi vendicarti della (doppia, tripla, quadrupla…) faccia di chi te l’ha fatta? Un bel sètt sul musón ed è pari e patta. 
Per chi scrive, da tempo immemore, andare a pranzo alle due è quasi quotidiana prassi. Da buon romano dovrei però evitare. Va a ppranzo a le dua, ci ricorda Filippo Chiappini, pronunciata, fra i capitolini, all’indirizzo di «uno che chiude gli occhi sulla condotta della moglie», è frase accompagnata da un gesto eloquente e ben noto: «si sporge l’indice e il mignolo e si ripiegano verso la palma della mano il medio e l’anulare. Si dice, nello stesso senso: Che ciavemo pe ppranzo? Lumache, e s’accompagna il detto col medesimo gesto» (Vocabolario romanesco […], Roma 19673).
Un proverbio triestino – ma è concetto di un ben più ampio immaginario collettivo – recita Ne la vita de un omo ghe xe sete done. Un bel problema di convivenza, per l’inquinamento acustico, se si vuol disporre dell’intera dote tutta in una volta. Due done (o fomne) e un’oca a fan un marcà annotava Vittorio di Sant’Albino nel suo Dizionario piemontese-italiano (Torino 1859). Che è come dire – le glosse sono tutt’e tre dell’autore –: tre donne fanno una fiera, e due un mercato; ove son femmine e oche, non vi son parole poche; donne ed oche tienne poche. Politicamente scorrette, ne convengo, ma i dati sono dati. L’ultimo detto, in tutta onestà, me lo sarei anche risparmiato. Confesso, non ho resistito: non c’è due senza tre.   
 
*Massimo Arcangeli è ordinario di Linguistica italiana presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università di Cagliari, che attualmente presiede. Linguista, sociologo della comunicazione, critico letterario e scrittore, è componente del collegio di dottorato in Linguistica storica e storia linguistica italiana dell’Università “Sapienza” di Roma; collabora con la radio e la televisione pubblica (e con l’emittente SAT2000, come titolare di una rubrica di lingua) e con diversi siti culturali e giornalistici; scrive, anche da opinionista ed editorialista, su varie testate quotidiane e periodiche («La Stampa», «Il Manifesto», «L’Unità», «Liberazione», «L’Unione Sarda», «Terzo Occhio», «L’Indice dei Libri», etc.); è responsabile del PLIDA per la Società Dante Alighieri, garante per l’Italianistica nella Repubblica Slovacca, referee. Vasta la sua produzione scientifica e saggistica.
Dirige, per l’editore Zanichelli, un Osservatorio della Lingua Italiana.

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