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Enrico Berlinguer: l’oratore che non diceva “io”

di Maria Vittoria Dell’Anna*

«E ora compagne e compagni, vi invito a impegnarvi tutti, in questi pochi giorni che ci separano dal voto, con lo slancio che sempre i comunisti hanno dimostrato nei momenti cruciali. Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo… è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà». Sono le ultime parole pronunciate da Enrico Berlinguer, dal 1972 segretario del Pci, sul palco di Piazza della Frutta di Padova il 7 giugno del 1984, durante il comizio di chiusura della campagna elettorale per le elezioni europee; quello che sarebbe stato il suo ultimo comizio. E anche con queste parole egli si consegna alla storia politica del nostro Paese, lasciando di sé per concorde giudizio dei commentatori – di allora e di oggi – l’immagine di un uomo apprezzato per le qualità umane e il rigore morale e intellettuale, per i modi della comunicazione e il valore documentario – talora fondativo – dei suoi discorsi e interventi pubblici.
 
Un caso esemplare
 
Proviamo a tracciarne un breve profilo linguistico. Non ci accompagnano in questa prova studi specifici sull’argomento: il linguaggio politico di Enrico Berlinguer è stato studiato molto poco, affidato per lo più a osservazioni sulle forme della comunicazione politica nell’Italia repubblicana del postfascismo e del prima Tangentopoli o a riflessioni ampie, generali, sugli schemi espressivi della Sinistra italiana nel Novecento. Un quadro, sintetico ed efficace, hanno fornito Erasmo Leso (1994) e Riccardo Gualdo (2009), che si sono soffermati sui caratteri fondanti dell’argomentazione berlingueriana, sul sistema dottrinale e sulla tradizione retorica di riferimento. Un percorso di studi su Berlinguer come caso esemplare della retorica comunista nell’Italia repubblicana è stato avviato da Alessandro Sanzo (2006), che ha richiamato anche i pochi ma pure utili studi di chi prima e dopo Leso ha, se non studiato la lingua di Berlinguer, almeno utilizzato i suoi discorsi per esemplificare panoramiche generali su teoria e prassi del discorso politico, di area comunista o di altra area (Enrico Paradisi, Paola Desideri, Fabrizia Giuliani). Mancano invece monografie e studi organici, mirati ad analisi a un tempo retoriche, testuali, lessicali e fondati su corpora estesi ed eterogenei per tipo testuale (discorsi comiziali e congressuali, interventi parlamentari, interviste giornalistiche e televisive) e arco cronologico. A questo proposito, mancano del tutto lavori o notizie di interesse linguistico sul Berlinguer precedente agli anni della Segreteria del Pci (questa, del 1972-1984) e in particolare del decennio 1945-1956, che ha avuto un ruolo importante nella formazione sia della sua retorica personale, sia di quella delle generazioni di giovani comunisti a lui contemporanei, presso cui i discorsi del leader godevano di discreta diffusione e visibilità e venivano usati come materiale didattico di avviamento alla riflessione e all’azione politica nel solco dell’ideologia comunista (Sanzo).
 
A Padova, con Marchesi e Trentin
 
Torniamo ora a tratteggiare il profilo che il titolo evoca. I discorsi e gli scritti di Berlinguer sono un buon esempio della comunicazione di tipo scientifico e del linguaggio didascalico che hanno lentamente configurato le manifestazioni linguistico-espressive dei maggiori rappresentanti della Sinistra italiana nel Novecento, anche per l’influenza che la diffusione del Manifesto aveva determinato in Italia a partire dalla fine del secolo precedente. Il linguaggio di Berlinguer è fortemente modellato sul sistema dottrinale di riferimento: da questo derivano la tendenza a muovere dalla realtà delle cose e all’analisi obiettiva della realtà, di chiara matrice marxista, le risonanze storiche di appartenenza, la menzione dei padri fondatori (Marx, Engels, Lenin, Gramsci, Togliatti). È quanto accade nei discorsi pronunciati dai maggiori palchi del comunismo europeo e internazionale (ricordiamo il celebre discorso di Mosca nel novembre 1977, in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre), come in quelli tenuti dai palchi nazionali e locali (l’ultimo comizio a Padova, in cui richiama – con una efficace strategia retorica di contestualizzazione – Eugenio Curiel, Concetto Marchesi, Silvio Trentin ed Egidio Meneghetti, nomi della lotta comunista e antifascista collegati all’ambiente veneto e padovano: «Qui a Padova, nello studio che fu di Galileo e di altri grandi pensatori, vi è una delle radici culturali che dà ragione della rigorosa azione svolta dalla intellettualità e dall’università nell’antifascismo e nella guerra di liberazione nazionale. I nomi dei comunisti Eugenio Curiel e Concetto Marchesi, insieme a quelli di Silvio Trentin e di Egidio Meneghetti, ne sono emblematica testimonianza»).
 
Commento e spiegazione
 
Il testo dei discorsi di Berlinguer si distribuisce in periodi e in sequenze ordinate, logicamente distinte. L’argomentazione non tralascia tecniche espressive e figure retoriche tipiche dell’oratoria politica (soprattutto ripetizioni, anafore, polittoti temporali), ma spesso sembra cedere il passo ai modi dell’esposizione, del commento, della spiegazione. La prosa è pulita, sobria, poco incline all’aggettivazione ridondante o esornativa (e riflette in ciò il carattere schivo e riservato del personaggio); una prosa quasi indifferente alla ricerca del consenso attraverso forme comunicative suasive così tanto praticata in altre esperienze di retorica politica nel Novecento (un solo esempio, il fascismo) o alla tendenza a dire “io” e a personalizzare il discorso che già si faceva strada, con tratti innovativi rispetto alla tradizione, in alcuni leader politici del periodo (pensiamo a Craxi).
 
La didattica della pulizia linguistica
 
Se ne ricava un’impressione di pulizia linguistica, che nell’esecuzione orale – specie nelle cornici comunicative di maggiore formalità – è confortata da un flusso prosodico scandito con scrupolosa nitidezza.
Nel passo che segue (ricavato ancora dall’ultimo comizio di Padova), accanto ad alcune delle figure retoriche dette sopra si noti il soggetto politico rappresentato in terza persona da “comunisti”, più che da “io” o da “noi”; si noti il modo in cui è gestito l’appello a votare comunista, che è rivolto all’uditorio non in forma attanziale, ma attraverso un argomento logico-assertivo di causa-effetto, realizzato mediante forme linguistiche di allontanamento tra i partecipanti alla comunicazione (tipiche del discorso politico didattico): «E bene, a tutte queste forze della cultura, della scienza, del lavoro, del mondo giovanile e a quelle più vive e aperte della realtà cattolica i comunisti indicano la prospettiva di pace in Europa e nel mondo, di risanamento e trasformazione del paese, di rinnovamento della politica e dell’organizzazione della società in una salda garanzia di democrazia e di libertà. Votando Partito comunista italiano si contribuisce a portare in Europa un’Italia diversa da quella a cui l’hanno ridotta i partiti che l’hanno governata finora e che la governano tutt’ora. Contribuisce a portare in Europa non l’Italia della P2 ma l’Italia pulita, democratica […], l’Italia delle forze sane della produzione, della tecnica, della cultura, l’Italia delle donne che vogliono cambiare la società non solo per acquisire una parità dei diritti effettiva dell’accesso al lavoro, alle professioni, alle carriere, ma per fare parte della società con le doti generali di cui esse sono le peculiari portatrici dopo secoli di oppressione e di emarginazione».
 
Dalla dottrina al compromesso (storico)
 
Tratti analoghi a quelli appena delineati sono stati osservati anche per il diretto antecedente della retorica berlingueriana, Palmiro Togliatti, di cui in questo Speciale offre un profilo linguistico Michele Cortelazzo. A proposito ancora del rapporto con le auctoritates, Leso ha illustrato alcune ascendenze lessicali che si ritrovano in Berlinguer (maestri, giusto, correggere, sbagliato, errore, insegnamento, lezione, dottrina), come pure alcuni tratti di discostamento dal peso dei modelli (esperienza, intelligenza, disciplina razionale, rigore, serietà intellettuale). Sul lessico di Berlinguer non disponiamo d’altro, tanto più se si considera che manca ancora un corpus sistematico di testi da finalizzare all’analisi linguistica. Di questo lessico abbiamo però il senso del forte lascito in parole o locuzioni che a Berlinguer devono la loro nascita o almeno la loro fortuna nella lingua, nella storia e nella cultura politica del nostro Paese, non solo di sinistra: compromesso storico, eurocomunismo, austerità, questione morale. Esempi, attualissimi, che da allora non hanno smesso di ripresentarsi nelle vicende del dibattito politico e che bene suggeriscono allo studioso di lingua l’interesse per una complessiva analisi del lessico berlingueriano, che individui – al di là di semplici rilevazioni lessicali – l’impalcatura semantica profonda del linguaggio del leader e i valori concettuali da lui in poi sedimentati nel linguaggio politico italiano.
 
Riferimenti bibliografici
 
Paola Desideri, Teoria e prassi del discorso politico. Strategie persuasive e percorsi comunicativi, Roma, Bulzoni, 1984.
 
Paola Desideri, La comunicazione politica: dinamiche linguistiche e processi discorsivi, in Stefano Gensini (a cura di), Manuale della comunicazione, Roma, Carocci, 1999, pp. 391-418.
 
Fabrizia Giuliani, Il discorso parlamentare, in Storia d’Italia, Annali, vol. 17, Il parlamento, Einaudi, Torino, pp. 855-886.
 
Riccardo Gualdo, Il linguaggio politico, in Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, a cura di Pietro Trifone, Roma, Carocci, 2009, pp. 235-262.
 
Erasmo Leso, Momenti di storia del linguaggio politico in Italia, in Luca Serianni, Pietro Trifone (a cura di), Storia della lingua italiana, Einaudi, Torino, 1994, vol. II, Scritto e parlato, pp. 703-755.
 
Enrico Paradisi, II discorso comunista del secondo dopoguerra, in AA.VV., La lingua italiana in movimento, Firenze, Accademia della Crusca, 1982, pp. 195-213.
 
Alessandro Sanzo, La retorica comunista nell’Italia repubblicana. Un caso esemplare: Enrico Berlinguer, in Rita Franceschini et alii (a cura di), Retorica: Ordnungen und Brüche. Beiträge des Tübinger Italianistentags, Tübingen, Narr, 2006, pp. 251-264.
 
*Maria Vittoria Dell’Anna (1978) è ricercatrice di Linguistica italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Salento. Si occupa attualmente di linguaggi settoriali, con particolare attenzione per il lessico, la sintassi e la testualità della lingua politica e della lingua giuridica. Sulla lingua politica ha già pubblicato tre monografie e vari articoli e contributi in rivista e volume; tra questi, i volumi Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico nella Seconda Repubblica, Galatina, Congedo, 2004 (con Pierpaolo Lala), La faconda Repubblica. La lingua della politica in Italia (1992-2004), Lecce, Manni, 2004 (con Riccardo Gualdo) e Lingua italiana e politica, Roma, Carocci, 2010; gli articoli Tra ufficialità e colloquialità. La lingua di Carlo Azeglio Ciampi e L’italiano “in grigio” di Romano Prodi, usciti su «Lingua Italiana d’Oggi» del 2005 e del 2006, e Il pastone, l’editoriale e l’intervista: esempi da quotidiani pugliesi, in L’italiano al voto, Firenze, Accademia della Crusca, 2008.

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