06 aprile 2011

La comunicazione del Pci da Livorno a Rimini

di Edoardo Novelli*

Al momento della sua fondazione, il 21 gennaio 19 21, il Partito Comunista d’Italia è una piccola organizzazione aderente alla Terza Internazionale, sorta nel 1919 per iniziativa dei bolscevichi russi intorno all’idea della rivoluzione internazionale imminente. All’interno del PCd’I sono evidenti due anime principali: quella facente capo ad Amedeo Bordiga, che ha a Napoli il suo caposaldo territoriale, abbastanza diffusa su tutto il territorio nazionale grazie anche al suo organo di informazione, «Il Soviet», e quella nata a Torino intorno alla rivista «l’Ordine Nuovo», fondata nel 1919 da Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini, particolarmente attenta alle nuove forme di organizzazione che emergono dalle fabbriche e dai Consigli operai. Alle elezioni politiche del maggio del 1921, primo vero banco di prova, i voti per il nuovo partito non raggiungono i 300mila.
 
Necessità di una propaganda “scientifica”
 
La crescita dell’organizzazione e il potenziamento della comunicazione appaiono quindi, sin da subito, due questioni strettamente connesse. Riguardo alla seconda, il dibattito verte intorno a un tema sostanziale: come riuscire ad estendere l’organizzazione, innalzando al contempo il tono e il livello della propaganda? È lo stesso interrogativo che, negli ultimi anni, aveva animato la discussione all’interno del Psi, dove i sostenitori della necessità del passaggio ad una propaganda “scientifica” avevano fortemente criticato il persistere di un socialismo evangelico, buono ad impressionare, ma incapace, a loro avviso, di fornire gli strumenti e le competenze necessarie ai militanti socialisti.
Già alcuni anni prima della nascita del PCd’I, Antonio Gramsci a proposito della propaganda e del linguaggio aveva scritto. «Quel soldino buttato là distrattamente nella mano dello strillone, è un proiettile consegnato al giornale borghese che lo scaglierà poi, al momento opportuno, contro la massa operaia». Ci volevano dunque giornali rivoluzionari, capaci di parlare agli operai con semplicità, in quanto «la giardineria plebea è sempre la minestra più nutriente e più appetitosa perché preparata con le civaie più usuali», facendo però attenzione ad un particolare aspetto del linguaggio, poiché, aggiungeva ancora Gramsci, «un concetto che sia difficile di per sé, non può essere reso facile nell’espressione senza che si muti in sguaiataggine. E d’altronde fingere che la sguaiataggine sia sempre quel concetto è da bassi demagoghi, da imbroglioni della logica e della propaganda».
 
Dalla clandestinità a due milioni di iscritti
 
La riflessione riguardo gli strumenti e il tono della comunicazione comunista viene bruscamente interrotta in seguito agli effetti delle “leggi eccezionali” del 1926.
Dopo un primo periodo nel quale il PCd’I, forte dei 25mila iscritti raggiunti nel 1925, persegue infatti un «attivismo quasi spavaldo», grazie a un nutrito numero di fogli, giornali e volantini illegali, in seguito alla decimazione subita per opera della polizia fascista e del Tribunale Speciale, la comunicazione si riduce al minimo indispensabile alla sopravvivenza di un’organizzazione clandestina.
Passata la lunga notte del ventennio, il Pci conosce una rapidissima crescita numerica e organizzativa: 500 mila iscritti del 1944, 1milione e 800 mila l’anno successivo, oltre due milioni nel 1950. Altrettanto esponenziale la crescita di sezioni, cellule, circoli. Il Pci rappresenta il perfetto modello di partito d’integrazione di massa che contraddistingue la scena politica italiana del dopoguerra: una struttura fortemente organizzata e centralizzata, dotata di efficienti apparati, radicata sul territorio, alla quale aderiscono migliaia di persone, capace di promuovere un costante coinvolgimento dei propri iscritti, di incentivare la crescita politico-culturale di aderenti e dirigenti, di fungere da promotore e interlocutore di una fitta rete di associazioni, circoli, organizzazioni politiche, ricreative, culturali. È evidente che per poter svolgere queste funzioni e, sopratutto, per mantenere in contatto tutte le parti e le componenti di un organismo sociale così complesso ed articolato, la comunicazione risulta uno strumento essenziale, altrettanto indispensabile della disciplina organizzativa o della fedeltà ideologica.
 
Le riviste d’area
 
Nell’immediato dopoguerra e per alcuni anni a seguire, in Italia è presente una scena comunicativa poco sviluppata, animata da un numero limitato di protagonisti: quotidiani, riviste e il servizio radiofonico e, dal 1954, anche televisivo della Rai.
I partiti possono contare per la loro propaganda e per la loro comunicazione unicamente sulle loro forze e sui loro strumenti. Per queste ragioni il Pci si attrezza per diventare un’autosufficiente macchina di propaganda, organizzata per rispondere a diverse necessità. La stampa è un primo strategico settore d’intervento, con il quotidiano del partito «L’Unità», il mensile, e poi settimanale, politico culturale «Rinascita» e molte altre riviste d’area, a partire da «Vie Nuove» e «Noi Donne», sino all’«Agenda del Propagandista»e a «Il Pioniere» per i ragazzi. È tramite questa notevole massa di informazione che il partito comunica al suo interno e verso l’esterno.
 
La “Festa dell’Unità”
 
L’Ufficio stampa e propaganda, posto a Botteghe oscure, cura anche l’organizzazione di tutte le iniziative pubbliche e, in particolare, delle campagne elettorali. Ma sono le singole sezioni che, senza bisogno di alcun input dall’alto, contemplano fra le loro attività la costante creazione di giornali murali, mostre a tema, cartelloni, volantini, manifesti. A fianco della parola scritta un grande ruolo ricopre quella orale, tramite il discorso pubblico, che si articola dal grande comizio del segretario, alla relazione congressuale, sino ai comizi volanti, di caseggiato o, addirittura, cantati. Un particolare momento della comunicazione comunista è poi rappresentato dalla “Festa dell’Unità”, che, sin dal suo apparire nel 1945, diventa un momento centrale sia per la costruzione dell’identità e della simbologia comunista, sia come forma di comunicazione del partito verso l’esterno. L’attività di propaganda è importante sotto un duplice punto di vista: da un lato consente la crescita e la diffusione delle proprie idee, dall’altro è un modo per impegnare la grande quantità di militanti e volontari, disciplinandoli e consolidando il loro attaccamento e la loro fedeltà al partito.
 
Il crollo del muro educativo
 
Per quanto riguarda la cifra della comunicazione comunista, il tratto maggiormente caratteristico è la capacità di coniugare la dimensione politica ed ideologica ad un anelito pedagogico ed educativo, che sfocia nell’adozione di un linguaggio solitamente semplice ed accessibile.
Questa macchina comunicativa regge, con alcuni adeguamenti, sino agli anni Settanta. Nell’ultimo decennio della sua esistenza, in seguito alla crescita di un moderno sistema delle comunicazioni incentrato sul ruolo della televisione ed alla crisi dei partiti e della militanza politica nelle forme sino ad allora sperimentate, il Pci, che si scioglie a Rimini nel 1991, mostra non poche difficoltà ad adeguare la propria comunicazione ad una scena pubblica oramai animata da differenti protagonisti e nuove logiche.
 
Testi citati
A proposito del «persistere di un socialismo evangelico» all’interno del Partito socialista italiano, si veda il carteggio fra Claudio Treves e Filippo Turati pubblicato su «Critica Sociale», 1900, XX e XXI. Le citazioni gramsciane sono tratte da un articolo non firmato, comparso sull’«Avanti!», edizione piemontese, il 22 dicembre 1916, e da un altro articolo non firmato, comparso su «Il Grido del Popolo» del 25 maggio 1918. La citazione sull’«attivismo quasi spavaldo» del PCd’I è tratta da Aldo Agosti, Storia del Pci, Laterza, Roma-Bari, 1999.
 
*Edoardo Novelli è ricercatore presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tre, dove insegna Comunicazione politica e Teoria e Tecniche della Comunicazione. I suoi campi di interesse riguardano la storia della comunicazione politica e delle campagne elettorali, la trasformazione della scena pubblica e l’interazione fra media e sistema politico, con particolare riguardo alla realtà italiana. Nei suoi lavori uno spazio specifico ricoprono l’analisi dell’iconografia e della grafica politica e lo studio dei materiali audiovisivi di propaganda. Su questi temi ha pubblicato lavori e realizzato programmi televisivi. Dal 2009 è membro del comitato editoriale della rivista «Comunicazione Politica». Ultimo libro pubblicato è Lezioni di propaganda. La voce dei protagonisti da Aristotele a Malcom X , Le Monnier, Firenze 2010.

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