06 aprile 2011

Pci, palestra di pedagogia

di Ermanno Taviani*

Fin dalla sua fondazione nel 1921, il Partito comunista italiano assunse tra i suoi compiti primari quello dell’educazione delle masse. Questa sua peculiarità ha rappresentato nel corso dei settant’anni della sua storia per alcuni versi un elemento di aggregazione e di forza, ma, per altri versi, anche un fattore di debolezza. Contarono in questa scelta il vittorioso esempio del partito leninista e, poi, le linee guida del Kominterm, ma ebbe una certa rilevanza il fatto che a fondare il Pci fu un gruppo di giovani intellettuali che infusero nel nuovo partito una caratteristica vena pedagogica.
 
Le “veglie”, l’emigrazione e il carcere
 
Al centro della pedagogia dei comunisti italiani vi era l’aspirazione a superare il massimalismo e il ribellismo, che erano state delle caratteristiche costanti nella storia del movimento contadino e operaio italiani. Quest’opera educativa ebbe nella prima fase della storia del Pci l’obiettivo prevalente di formare una nuova generazione di rivoluzionari e, per fare questo, però, si doveva prima di tutto acquisire un certo bagaglio culturale. Quest’azione, negli anni del regime fascista, venne svolta in primo luogo nella clandestinità. Come non ricordare – per citare un esempio – le cosiddette “veglie”, nelle campagne toscane o emiliane, in cui alcuni militanti comunisti, attraverso letture e racconti, fecero maturare una coscienza antifascista tra molti braccianti e contadini.
 
I prigionieri a scuola
 
Questo lavoro, in secondo luogo, fu svolto nell’emigrazione antifascista e nella cosiddetta “Università del carcere”. Infatti, nelle prigioni fasciste – così come nei luoghi di confino – molti militanti comunisti, ma anche tanti antifascisti in genere, acquisirono strumenti culturali e politici nuovi attraverso delle vere e proprie scuole organizzate dagli altri prigionieri. Si insegnavano la politica e l’ideologia marxista, certo, ma anche la letteratura italiana, le lingue straniere, l’aritmetica, la filosofia, la storia, la storia dell’arte, ecc. Molti di questi prigionieri e confinati – che magari avevano frequentato solo pochi anni di scuola elementare – impararono, prima di ogni altra materia, a leggere e scrivere.
 
Il rischio del massimalismo
 
In definitiva, prima ancora che ad essere dei rivoluzionari, si cominciò ad insegnare ad essere dei cittadini. E fu proprio questo secondo aspetto che contrassegnò l’azione che il Pci svolse nell’Italia del secondo dopoguerra su questo terreno. Le masse – secondo la visione del gruppo dirigente comunista – avevano finalmente una grande occasione, quella di “prendere la parola”: conquistare nuovi diritti e migliorare, in un regime democratico, la propria condizione. Bisognava, però, educare – e anche disciplinare, talvolta un po’ pedissequamente – quella voce, perché non stonasse. Ancora una volta il massimalismo – le aspettative rivoluzionarie di una parte dei propri militanti, la tendenza del mondo contadino a dare vita a rivolte e non a lotte sociali organizzate e durature, ecc. – costituiva uno dei nemici da combattere.
 
Una certa idea di nazione
 
Nell’Italia del Secondo dopoguerra, il problema di un’educazione delle masse si poneva su una scala ancora maggiore. Si trattava, infatti, di traghettare verso la democrazia una popolazione che aveva conosciuto vent’anni di regime autoritario e che aveva vissuto gli orrori di una guerra che, in Italia, aveva avuto anche il carattere di una guerra civile. Nel travagliato biennio 1943-1945, il fronte aveva percorso tutta la penisola e l’Italia centro-settentrionale e quella meridionale avevano sperimentato due esperienze profondamente diverse della guerra. Nella prima c’era stata la Resistenza, mentre il Sud solo in misura relativa aveva vissuto lo scontro tra fascismo e antifascismo. Se anche non si trattò di «morte della patria», con la tragedia dell'8 settembre 1943 entrò però in crisi una certa idea di nazione fortemente segnata dall'esperienza fascista e intrisa di nazionalismo.
 
Pedagogia e alfabeto
 
I partiti di massa e una forte politicizzazione di tutte le sfaccettature della vita civile furono le vere novità del dopoguerra. Venne creato un tessuto politico nuovo che utilizzò realtà tradizionali come le parrocchie o le Case del popolo e che si ramificò attraverso le sezioni dei partiti, le organizzazioni delle donne, sportive, per la gioventù, quelle dei coltivatori, i sindacati, le cooperative, ecc. Senza dimenticare i circoli del cinema.
L’azione pedagogica del Pci, così come degli altri partiti, allora, si trasformò in grande processo di educazione alla cittadinanza che, in molti casi, passava prima di tutto attraverso un’opera di alfabetizzazione, non solo politica, ma anche nel senso proprio del termine. Nel fare questo il Pci – proprio in ragione del suo vincolo esterno, cioè del suo legame con l’Urss che era al contempo un punto di forza (l’Armata rossa aveva liberato mezza Europa, da Mosca a Berlino) ma anche di debolezza (l’accusa di essere legati a un Paese straniero nemico dell’Italia e di voler “sovietizzare” il paese) – puntò sulla cosiddetta via italiana al socialismo. Questa linea politica – che pure conobbe un appannamento negli anni più duri della “guerra fredda” – costituì la stella polare di un partito rinnovato (il “partito nuovo”) e si sostanziava – dal punto di vista dell’educazione delle masse – sul riferimento alla Costituzione e all’antifascismo, sull’idea del Pci come partito “nazionale”, cioè erede delle migliori tradizioni culturali e politiche italiane. Il Pci si presentò non come il partito degli operai (come, ad esempio, il Partito comunista francese), ma come il partito di tutti i lavoratori nel quale la classe operaia doveva rappresentare il fulcro di un sistema di alleanze più vasto. Anche se il Pci rifiutò il modello da “stato nello stato” della socialdemocrazia tedesca ante prima guerra mondiale, non c’è dubbio che i comunisti diedero vita a una sub-cultura - fondata su proprie strutture, simboli e valori - fortemente radicata nel paese.
 
Uno sguardo “velato”
 
Nella sua propensione didattica rispetto alle masse – che si estrinsecò in una miriade di iniziative che non riguardò solo il partito ma anche le sue organizzazioni di massa – il Pci cercò di aderire ai tanti rivoli della società italiana ma da questo derivò anche una certa pesantezza, una lentezza nei mutamenti di linea, uno sguardo talora “velato”, perché dalla società italiana e dalle sue culture mutuò anche modi di pensiero e modelli sociali che diventarono obsoleti, nel giro di un paio di decenni.
Ciò fu all’origine anche di una forte difficoltà, soprattutto a partire dagli anni che seguirono il miracolo economico (1958-1963), a cogliere molte delle trasformazioni che investirono la società italiana, e che ne mutarono il volto, a un livello – come dire - antropologico. Le migrazioni interne, la scolarizzazione di massa, la società dei consumi, il nuovo protagonismo delle donne e dei giovani, ecc., resero antiquati molti valori e strumenti dell’insediamento politico del Pci, che solo in parte riuscì ad attrezzarsi rispetto ai tempi nuovi.
 
Successi e compromesso storico
 
Di lì a poco, con il ’68 studentesco e il ’69 operaio, si dischiuse una fase politica segnata da grandi movimenti che posero il problema di un nuovo modello di cittadinanza. Dopo lo shock petrolifero del 1973, si aprì una stagione segnata dalla crisi economica e del sistema dei partiti e dall’esplosione del terrorismo. Il Pci si fece espressione, sia pure tra molte contraddizioni, delle spinte di rinnovamento e di modernizzazione, e per questo raggiunse il suo massimo storico nelle elezioni del ’75 e ’76. La proposta del “compromesso storico”, tuttavia, si tradusse nella deludente esperienza dei governi di “solidarietà nazionale” e nella politica di “austerità”.
 
Sulla difensiva
 
Il Pci tentò, a partire dalla condanna dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia, di collocarsi in una posizione originale nel contesto internazionale (eurocomunismo, terzomondismo) ma senza portare questa linea fino alle sue estreme conseguenze. Gli anni Ottanta videro un Pci sulla difensiva, costretto in un grande isolamento e incapace di sciogliere i tanti nodi irrisolti della sua impostazione politica ed ideologica. In questi anni il modello del “partito-maestro” era tramontato, ma non del tutto, e sopravvisse fino all’autoscioglimento degli anni 1989-1991.
Oggi, a distanza di vent’anni dallo scioglimento del più grande partito comunista dell’Occidente e dalla dissoluzione degli altri grandi partiti italiani, si può misurare quanto manchino alla società italiana, sia pure con tutti i loro limiti, quelle palestre di educazione alla politica e alla democrazia che furono i partiti di massa. Erano organizzazioni fortemente connaturate a una determinata stagione della storia italiana, e quindi non più riproponibili. Certo è che, almeno fino ad ora, non sono state trovate però delle valide alternative.
 
*Ermanno Taviani è professore di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli studi di Catania. Collabora con la Fondazione Istituto Gramsci e con l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. Ha studiato la storia dell’Italia repubblicana, con particolare attenzione agli anni sessanta e settanta. Si è occupato, inoltre, del rapporto tra cinema e storiografia e svolgendo anche ricerche audiovisive per film di finzione e documentari. Negli ultimi anni ha diretto il progetto sulla storia della propaganda politica in Italia e curato le ricerche per la mostra Avanti popolo. Il Pci nella storia d’Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Togliatti nel suo tempo (a cura di, Carocci, Roma 2007); L’opinione pubblica e la politica italiana contro il terrorismo («Annali dell’Istituto italo-germanico di Trento», 2008), Franco De Felice, Saggi sul comunismo (Carocci, in corso di pubblicazione).

 

 


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