07 agosto 2014

Tra «chiostro e mondo»

di Luigi Fontanella*
 
Tra i non pochi libri pubblicati da Gianfranco Palmery, perlopiù usciti, ad eccezione degli ultimi due pubblicati da Passigli, con fiera indipendenza, presso Il Labirinto, la casa editrice da lui fondata e diretta, spiccano per varie ragioni Giardino di delizie e altre vanità (1999), In quattro (2006) e Amarezze (2012).
 
Mi piace – via Joris-Karl Huysmans: uno scrittore sicuramente amato da Palmery – procedere “à rebours”, accennando, sia pure schematicamente, prima ad Amarezze, per poi risalire a In quattro e concludere con Giardino di delizie, raccolta assolutamente centrale dell’opus del Nostro, tanto che questo medesimo titolo sarà da lui riutilizzato nella significativa antologia eponima, bilingue, a cura di Barbara Carle, pubblicata nel 2010 a New York presso l’editrice Gradiva Publications.
 
Amarezze. Madrigali e altre maniere amare è libriccino delicato e prezioso, funambolico e impalpabile, e segna, quasi come una sorta di esemplare apice finale della poiesi di Gianfranco, forse il momento di più esasperato manierismo nel quale, indubbiamente, consiste(va) il fascino maggiore dei suoi versi ma forse anche il loro limite.
 
In quattro è un elegante libretto, impreziosito da quattro incisioni di Edo Janich, che contiene quartine scritte tra il 1986 e il 1988. Il quattro è l’archetipo ispirativo dell’intera operetta, con la continua giustapposizione tra cielo e terra, sacro e profano, ovvero fra «tenebra e cielo», «chiostro e mondo». Quartine che rimandano a una fase creativa di Palmery tanto “segreta” quanto essenziale della sua officina, e che, già all’altezza degli anni Ottanta, rivelavano la sua sofisticata attrezzeria linguistica, la sua dolorosa, introspettiva ri-flessione, il virtuosismo verbale che, sia pure di sfuggita, in certi passaggi faceva pensare a un grande poeta, quanto negletto, come Angelo Maria Ripellino. L’unico rischio, se di rischio fin da allora si poteva parlare, era un certo eccesso di bravura che talora sfociava in puro virtuosismo barocchistico. Forse il poeta convinceva di più quando lasciava che la sua libera Stimmung si sciogliesse in una suadente, quasi metafisica visionarietà, come in questa memorabile quartina: «Anche le mie giornate ormai accadono / senza di me, come in quelle case / incantate le tavole che s’imbandiscono / da sole e tornano da sole sparecchiate». Un libro che, per quanto mi riguarda, mi è molto caro e che ancora oggi conserva una sua grazia sotterranea; un libro, aggiungo, che nella sua prima edizione del 1991 (Edizioni della Cometa) aveva avuto in Luigi Baldacci e Sergio Quinzio due geniali lettori. Un libro, infine, il cui tono intimo e familiare richiama fortemente certi componimenti “negromantici” e “graffigrafici” di Gatti e Prodigi (1997) e di Profilo di gatta (2008).
 
Un discorso a parte merita Giardino di delizie e altre vanità, libro assiale dell’intera produzione di Palmery, nonché la successiva e corposa antologia americana Garden of Delights – che permette un bilancio complessivo di verifica delle progressive modalità espressive di Gianfranco nel corso di oltre un ventennio.
 
A far nascere quel libro, magmatico ed emblematico, era stata un’occasione, accidentale ma decisiva, legata a una mostra e al relativo catalogo della medesima, intitolata Les Vanitées dans la peinture au XVII siècle (Caen, luglio-ottobre 1990). «L’idea e il desiderio di fare un libro interamente ispirato alla Vanitas – ebbe a confessare Gianfranco – si sono accesi a quei colori, hanno preso forma da quelle immagini. Che sono i colori e le immagini di Valdés Leal, Kalf de Heem. E il progetto stesso di un libro come catalogo – catalogo parziale, di parte, delle cose del mondo – anche questo è nato da lì».
 
Il risultato che ne derivò fu una poesia, originalmente speculare, della «deriva», delle «macerie»; ma sono proprio queste a costituire, come fossero viste dall’alto, in un unico conglomerante abbraccio visivo, il “Giardino di Delizie” di cui Palmery si sentì chiamato a dare testimonianza con la sua parola polita e sontuosa, con la sua vita esperita e sentita non altrimenti che come «lenta morte».
 
Dunque, poesie estreme e in estremo, a petto delle quali il rischio è l’afasia o, per contro, appunto, il più sfrenato barocchismo d’accumulo, nel quale l’Opera può risultare un Gioiello Stellare e, al contempo, come Vanità Totale.
 
In questo libro Gianfranco Palmery ha il dono e la scienza di possedere la sottile capacità di trarre sensi dai suoni e suoni dai sensi, con suggestioni e richiami di idee che si vestono di consonanze interiori e assonanze esteriori, in un fluire labirintesco che è librazione e autovessazione, incantamento e incatenamento: una macelleria virtuale di cui il poeta è reo e innocente, vittima e boia.
 
Da tutto ciò scaturisce una poesia teratologica e tanatofiliaca; una poesia, insomma, “contagiosa”, come una malattia mortale, di forte tenuta ritmica, tensiva, avvolgente, spiralesca, che si fa perdonare qualche momento di autoindulgenza; una poesia, in definitiva, senz’altro tra le più notevoli che mi sia capitato di leggere tra gli ultimi guizzi del Novecento e i primi bagliori del nuovo secolo.
 
Immagine sotto il titolo: Nancy Watkins, Appunti di Gianfranco, 1982.
 
*Luigi Fontanella, poeta, critico e narratore, è Ordinario di Letteratura italiana presso la State University di New York. Fra i suoi libri più recenti: il romanzo Controfigura (Marsilio, 2009); L'angelo della neve. Poesie di viaggio (Mondadori, Almanacco dello Specchio, 2009); Bertgang (Moretti & Vitali, 2012); Migrating Words (Bordighera Press, 2012); Disunita ombra (Archinto, 2013). Dirige, per la casa editrice Olschki, la rivista internazionale di poesia italiana «Gradiva».

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