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La Commedia, polifonia della lingua italiana

di Luca Serianni*
 
È difficile negare che, nell’immaginario collettivo, Dante stia alla letteratura italiana come Shakespeare a quella inglese, Goethe a quella tedesca, Cervantes a quella spagnola. Sia cioè un’icona simbolica, percepita come tale tanto in Italia quanto all’estero: tra gli autori italiani studiati nel mondo, Dante è immancabilmente anche oggi quello che suscita più interesse.
 
Un’esperienza strettamente personale
 
Si dirà che l’eccellenza artistica e il respiro universale di un poema «al quale ha posto mano e cielo e terra» non conoscono confini né di tempo né di spazio. È certamente così. Ma quel che colpisce è che questo orizzonte si dispieghi, nella Commedia, partendo da un’esperienza strettamente personale e ben definita nella storia.
La Commedia muove da una prospettiva estremamente concreta e circoscritta, quella della Firenze e dell’Italia dei suoi tempi. Gran parte dei personaggi che Dante incontra nelle prime due cantiche – in episodi che sono quelli più impressi nella memoria dei lettori -- sono fiorentini (Ciacco, Farinata degli Uberti: Inf., VI e X) o toscani (il pistoiese Vanni Fucci Inf. XXIV, il pisano Ugolino, Inf. XXXIII, la senese Sapia Purg. XIII). Molti sono legati a lui da rapporti di amicizia e affetto: il venerato maestro Brunetto Latini (Inf. XV), l’amico Forese Donati (Purg. XXIII) o l’a noi ignoto Belacqua (Purg. IV), che sconta la sua negligenza nell’Antipurgatorio: Dante lo riconosce per «gli atti suoi pigri e le corte parole», lasciandosi andare a un sorriso ironico senza riscontri nel poema. Per altri (Filippo Argenti, Bocca degli Abati: Inf. VIII e XXXII) Dante non nasconde la sua personale avversione. Analogamente, l’individuo Dante è saldamente al centro della sua visione ultraterrena. La guida alle sfere celesti è Beatrice, la donna idealizzata negli anni della giovinezza, colei di cui a conclusione della Vita nova egli si riprometteva di dire «quello che mai non fue detto d’alcuna»; l’incontro centrale del Paradiso è quello col trisavolo Cacciaguida, che esplicita le varie profezie sul suo destino di esule, legittimando nello stesso tempo il dovere di Dante di proclamare la verità, senza riguardi umani: «Coscïenza fusca / o de la propria o de l’altrui vergogna / pur sentirà la tua parola brusca» (Par., XVII).
 
La varietà del lessico e del pensiero
 
Non è un luogo comune affermare che Dante è l’inventore della lingua italiana. Nella Commedia si dà vita a una straordinaria polifonia che, dal realismo del fiorentino nativo, passa all’astrazione latineggiante delle parti filosofiche e al lessico puntuale della scienza. Pensiamo per esempio alla lezione di Stazio sulla generazione dell’anima (Purg. XXV) e a versi tramati sul lessico anatomico: «come al feto / l’articular del cerebro è perfetto» ecc.
È una polifonia che si articola in modo diverso a seconda delle cantiche. Lo stile “comico”, quello fortemente realistico fino al punto da accogliere parole triviali (che ancora oggi sarebbero giudicate tali: culo, merda, puttana), è caratteristico dell’Inferno; quello “tragico”, proprio della lirica più eletta, domina nel Paradiso. Qui Dante adatta al volgare audaci latinismi: nel canto di Giustiniano che, richiamandosi ai canti sesti delle altre due cantiche, corona in una prospettiva universale la visione politica prima concentrata su Firenze (Inf. VI) e sull’Italia (Purg. VI), figurano vocaboli che nessuno aveva usato prima di lui, come cirro ‘ricciolo’ e delubro ‘tempio’. Altrove all’occorrenza Dante crea neologismi che intendono esprimere l’eccezionalità dell’esperienza da lui compiuta. In Par. IX Dante incontra Folchetto di Marsiglia: come tutti i beati, l’anima è in grado di conoscere i desideri del pellegrino prima che questi li esprima; e Dante, per rappresentare questa situazione, conia tre arditi parasinteti, cioè verbi ricavati mediante un prefisso da un pronome personale o possessivo: «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia» ‘penetra in Lui’, «s’io m’intuassi, come tu t’immii» ‘se io penetrassi nella tua mente come tu puoi penetrare nella mia’.
 
Apertura culturale
 
Ma la “dottrina degli stili” a cui Dante si ispira non è legata a una distribuzione rigida delle soluzioni espressive. Uno dei grandi temi ispiratori del poema, la fiera condanna della corruzione della Chiesa, si spinge fino alla conclusione del viaggio, alle soglie della finale visione di Dio. San Pietro, condannando Bonifacio VIII (regnante nel momento in cui si immagina il viaggio, nel 1300), erompe in parole durissime ed esplicite nel loro realismo: il papa, «ch’usurpa in terra il luogo mio […] fatt’ha del cimitero mio cloaca / del sangue e della puzza». E nel XXIX la soave Beatrice si scaglia contro i frati antoniani che predicano promettendo incaute indulgenze agli ignari fedeli e badando soltanto al successo e al denaro: «Di questo ingrassa il porco sant’Antonio [i frati antoniani; Sant’Antonio abate era rappresentato con un maiale ai suoi piedi ed è tuttora considerato protettore degli animali] / e altri assai, che sono ancor più porci, / pagando di moneta senza conio [fornendo falsi valori ai fedeli]». Significativo che un commentatore illustre, Niccolò Tommaseo, non cogliesse l’empito artistico e morale di questi versi -- si potrebbe dire la loro necessità nel mondo valoriale di Dante -- e se ne scandalizzasse, annotando che «il cenno dei porci non è cosa degna di Beatrice e del Paradiso».
La capacità di rappresentare la complessità del reale ricorrendo a tutte le risorse della lingua è parallela all’apertura di Dante verso le due grandi culture che ne alimentano la poesia. Quella cristiana, com’è naturale; ma anche quella classica, attinta dai poeti della latinità, a partire dal suo Virgilio, e ricreata attraverso la singolare ripresa del pantheon mitologico pagano. Di qui la presenza, nell’Inferno, di Minosse nelle vesti tradizionali di giudice, o di Caronte e Cerbero, in quelle di diavoli; e, su un altro piano, la condanna di Capaneo (Inf. XIV), che si era vanamente ribellato a Giove, cioè al principe degli «dei falsi e bugiardi».
 
*Luca Serianni insegna Storia della lingua italiana alla Sapienza - Università di Roma. Accademico dei Lincei e della Crusca, è autore di una grammatica dell’italiano più volte ripubblicata negli ultimi venticinque anni (Italiano, con A. Castelvecchi, ultima edizione Garzanti 2012). Tra i suoi libri più recenti: La lingua poetica italiana. Grammatica e testi (Carocci 2009); Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti (con G. Benedetti, Carocci 2009); Manuale di linguistica italiana. Storia, attualità, grammatica (con G. Antonelli, Bruno Mondadori 2011); Prima lezione di grammatica (Laterza, 2011); L'ora di italiano. Scuola e materie umanistiche (Laterza, 2012);Italiano in prosa (Franco Cesati Editore 2012), Leggere, scrivere, argomentare. Prove ragionate di scrittura (Laterza 2013). Il più recente è Prima lezione di storia della lingua italiana (Laterza, 2015).

UN LIBRO

Un delitto del ’43 e altri racconti

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