Ariosto, Bembo e Machiavelli: la bellezza della lingua italiana nel Rinascimento

 

Alle Tre Corone della letteratura e della lingua italiana (Dante, Petrarca e Boccaccio), Giuseppe Patota aveva dedicato nel 2015 un volume denso e godibile utilizzando gli strumenti della filologia e lo stile conversevole dell’alta divulgazione. A distanza di quattro anni, con lo stesso editore (Laterza), Patota prosegue idealmente il suo racconto, in qualità di coltissima e vivace guida che introduce gli spettatori-lettori nella nuova sala di un museo dedicato all’arte della lingua in Italia nei primi secoli della sua letteratura. In La grande bellezza dell’italiano: il Rinascimento (2019), campeggiano le protomi di Ludovico Ariosto, Pietro Bembo e Niccolò Machiavelli. L’opera più importante di Bembo, le «Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua – scrive Patota –, è la pietra che tiene insieme l’arco di tutto quanto l’italiano». La figura del patrizio veneziano è rivalutata da Elisa Curti, che ne scrive in questo Speciale, anche come scrittore fedele alle proprie teorie linguistico-grammaticali. Se Bembo codificò il modello di lingua per la prosa e la poesia a venire, rintracciato proprio nelle Corone trecentesche (Petrarca e Boccaccio in particolare), Ariosto e Machiavelli si dislocano il primo, geniale trasfusore dei modi della lirica petrarchesca nell’ottava epica, “accanto” al Bembo, di cui segue (a modo suo) i precetti (ne scrive Amelia Juri); il secondo, straordinario pensatore politico e scrittore d’energia vivissima, sta sul fronte opposto, rivendicando «una lingua naturale, tutta e intera, capace di argomentare il pensiero, dominare i fatti, conservare integra la vita, raccogliere e trasmettere l’eredità della cultura classica, trasformandola in esperienza quotidiana», come scrive qui Giovanna Frosini, analizzando il senso della celebre lettera inviata da Machiavelli all’amico Vettori.
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