01 giugno 2020

Da quasi calmo a molto mosso: il mare della lingua nelle Favole al telefono

 

Che l’attenzione per la lingua fosse in cima ai pensieri di Gianni Rodari non è certo cosa nuova: basti pensare alla notissima immagine della parola come un sasso nello stagno, che apre la Grammatica della fantasia, di fatto fondandola sulla centralità del linguaggio come strumento di mobilitazione dell’intelletto. E che dire del celebre motto «Tutti gli usi della parola a tutti (...). Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo» (Rodari, 1999, p. 14), che lega indissolubilmente il pieno possesso della lingua con l’essenza della democrazia?

Ma come usava le parole il Rodari narratore? Come le porgeva all’attenzione dei suoi giovani lettori? Come tentava di agganciare il loro interesse per immergerli nel mare della lingua, giacché, secondo un’efficace immagine del 1974, «Noi siamo nella lingua come il pesce è nell’acqua, non come il nuotatore. Il nuotatore può tuffarsi e uscire, ma il pesce no, il pesce ci deve stare dentro» (Rodari, 2014, pp. 40-41)? Per scoprirlo navigheremo nella lingua di una delle sue raccolte più fortunate, le Favole al telefono, uscite per la prima volta nel 1962, soffermandoci in particolare su due moti ondosi apparentemente contrastanti.

 

Il quasi calmo della colloquialità

 

L’immagine della lingua come il mare trova un immediato riscontro nell’impasto linguistico delle favole che, in coerenza con la cornice narrativa (le brevi storie si fingono narrate al telefono dal signor Bianchi, di mestiere rappresentante di commercio, alla sua bambina, per farla addormentare), presentano una patina colloquiale che ha il pregio di mettere subito il giovane lettore a suo agio, facendolo sentire a casa: non è una lingua libresca, ma parlata, viva e vivace e al contempo familiare (è la voce dell’adulto che rasserena; è il mare in cui il bambino è immerso naturalmente, un ambiente a lui conosciuto).

Ecco dunque il ricorso a espressioni tipiche del parlato, come pazienza per ‘non importa’; ma benone; per forza per ‘ovviamente’; mica tanto; e guai se non era pieno; da un pezzo; un bel pezzo; un sacco per ‘parecchio’; di gusto; di sicuro; un momentino; a puntino; e così via. Onnipresenti i dialoghi, nei quali l’impronta colloquiale diventa ovviamente più marcata; linguisticamente, ciò viene reso ad esempio dalle frequenti inversioni sintattiche, dalle riprese pronominali, dalle dislocazioni: Me la fate la marmellata?; Ma io non l’ho mai visto, lei; Un vecchio pensionato, tutto solo, perché mai i ragazzi dovrebbero guardarlo; Io un rimedio sicuro ce l’avrei; Forse noi non li educhiamo bene i nostri bambini?. Nei dialoghi ricorre spesso il periodo ipotetico reso per lo più all’indicativo, secondo un’altra tendenza tipica del parlato (Se non va in paradiso lei non ci va proprio nessuno; Se c’è la guerra, suoniamo la stromba; Se non era buona, la mosca non ci cascava), soluzione che si trova anche nelle parti narrative (se cadeva non andava in pezzi), alternata più frequentemente a quella con congiuntivo e condizionale (se il bambino non fosse stato svelto a tuffarsi in un fosso certamente sarebbe morto tra le fiamme).

Altri elementi tipici dell’oralità sono gli usi figurati della lingua, come i modi di dire e i proverbi, di cui la Favole al telefono offrono un campionario molto ampio. Eccone qualche esempio: camminava a passettini passettini; si fregava le mani; piantarono baracca e burattini; qui gatta ci cova; se le diedero per diritto e per traverso; asciugarsi la candela; la sapeva lunga; non sa che pesci pigliare; far quattro chiacchiere; ne combinava di tutti i colori; una noia da morire; da leccarsi le dita; far fagotto; mi può mangiare il risotto in testa; le porterebbe l’acqua nelle orecchie; senza contare né uno né due; ai quattro venti; la pelle d’oca; taglio la corda; e via, gambe in spalla. Non mancano le aggiunte, che modificano un modo di dire in maniera divertente e ironica, come nella frase Il palazzo fu costruito in quattro e quattro otto e due dieci.

Il susseguirsi incessante di azioni e di movimenti, uno degli elementi caratteristici del narrare di Rodari, che assume i tratti di un moto continuo, allegro e coinvolgente, ha un riflesso sull’uso dei verbi e delle espressioni che sottolineano l’immediatezza o la subitaneità delle azioni, raccontate sempre con vivaci moduli del parlato, come avviene quando il fragore dell’azione viene reso dall’uso della congiunzione e abbinata all’avverbio giù all’inizio della frase: e giù tutti a leccare più presto; e giù martellate; e giù tutte insieme; e giù di nuovo a ridere.

La superficie orale, da fiaba raccontata a voce, trova anche conferma in alcune ripetizioni verbali che ricalcano da vicino gli analoghi moduli tipici delle fiabe, a sottolineare la ripetitività di un’azione, come viaggia e viaggia o cammina e cammina (presenti entrambe anche senza congiunzione: cammina, cammina e viaggiavano, viaggiavano).

 

Il molto mosso dell’invenzione linguistica

 

Il moto ondoso quasi calmo delle Favole al telefono non è certo da calma piatta: Rodari era un maestro della divergenza, cioè dell’introduzione a sorpresa di un elemento inatteso, per risvegliare l’interesse del bambino e innescare la creatività. Nella lingua, proseguendo l’analogia del mare, ciò significa dare spazio all’invenzione, alla parola che emerge dalla superficie, come un’onda inattesa, anomala, che inzuppa e sconvolge. Ecco dunque che irrompe il neologismo, la parola bizzarra, sulla quale gli occhi non possono non soffermarsi. Si va dall’invenzione di toponimi, come la Val Poverina o il regno di Mangionia, situato a est del ducato di Bevibuono, all’adozione di nomi “parlanti” per i re che in questo regno dominano (Mangione il Digeritore, Mangione sesto lo Sbranatacchini) o per altri personaggi bizzarri (come lo stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone, opposto al Mortesciallo Von Bombonen Sparonen Pestafrakasson), dalla creazione di quantità numeriche esorbitanti per indicare una somma di denaro (millanta tamanta quattordici e trentatre; tremendamila lire, tredici tredicioni e mezzo; un risparmio di due stramilioni e sette centimetri; uno stramilione di biliardoni, un ottone di millantoni, un meravigliardo e un meraviglione), all’introduzione di malattie decisamente non comuni al mondo della medicina, ma a quello dei bambini (febbre mangina; brontolite; raffreddìno; due etti di fragolite acuta, guaribili con cinque pastiglie di stupidina). Non mancano le deformazioni del significante, come il celebre gioco dei prefissi del Paese con l’esse davanti (stemperino, staccapanni, macchina sfotografica, scannone, stromba), che si accompagnano alla deformazione del significato: così, ad esempio, lo scannone non serve per fare la guerra, ma per disfarla, per farla cessare. Da notare come i neologismi si addensino in pagine particolari, interamente dedicate alla descrizione di paesi o luoghi inesistenti, dove gli usi linguistici sono in contrasto con quelli comuni: la divergenza di contenuto corrisponde dunque alla divergenza della parola. Come nel celebre racconto Il topo dei fumetti, nel quale il protagonista, appunto un topo dei fumetti, stanco della sua vita di carta, decide di fare un salto nel mondo reale, ma continua a esprimersi come un topo di carta, dunque con le onomatopee proprie dei fumetti, senza essere capito dai topi in carne e ossa che incontra (Squash!; Sploom, bang, gulp!; Ziip, fiiish, bronk; Spliiit, grong, ziziziiir; Zoong, splash, squarr!); o come nella storia Brif, bruf, braf, il cui titolo prende spunto dalla lingua inventata dai bambini che è l’oggetto stesso della narrazione: brif, braf, brof, maraschi, barabaschi, pippirimoschi.

 

Due moti, un solo effetto: il risveglio del lettore

 

Dicevamo, dunque, di due tendenze in apparenza contrastanti: il quasi calmo della colloquialità di fondo e il molto mosso dell’invenzione linguistica. In realtà, si tratta di un’alternanza perfettamente coerente con il pensiero pedagogico di Rodari: immergersi con il lettore nella dimensione vera e viva della lingua, per farlo sentire a suo agio, e sorprenderlo all’improvviso con ondate di creatività linguistica (e narrativa). In questo modo, gli effetti delle ondate restano più a lungo: smuovono le coscienze, proprio come la parola gettata nella mente a mo’ di sasso nello stagno. Il lettore non ha il tempo di assestarsi, né sulla superficie più calma, né sulla cresta dell’onda, e questo fa sì che l’attenzione non si assopisca mai: il risveglio continuo e incessante della grammatica della fantasia.

 

Bibliografia essenziale

Boero, Pino (20203), Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari, Torino, Einaudi.

Rodari, Gianni (2014), Scuola di fantasia, a cura di Carmine De Luca, Torino, Einaudi.

Rodari, Gianni (1999), Grammatica della fantasia, Torino, Einaudi (prima ed. 1973).

Rodari, Gianni (1973), Favole al telefono, Torino, Einaudi (prima ed. 1962).

Roghi, Vanessa (2020), Lezioni di fantastica. Storia di Gianni Rodari, Roma-Bari, Laterza.

 

Immagine: Viandante sul mare di nebbia

 

Crediti immagine: Caspar David Friedrich / Public domain

 

 

 

 


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