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Saba, la parola schietta e profonda dell’io

 

A sessant’anni dalla morte di Umberto Saba, vale la pena di ricordare quanto scriveva Nietzsche, uno dei punti di riferimento principali, insieme a Freud, per il grande poeta triestino (nato nel 1883, morì a Gorizia nel 1957): «Siamo profondi, ridiventiamo chiari». Per tutta la vita, Saba seguì il filo del complesso tracciato che il suo io gli dettò, traducendolo nel progetto del Canzoniere, raccolta organica di liriche riveduta e corretta più volte fino all'edizione del '48, ritenuta definitiva dal poeta. Romanzo autobiografico in versi (Mengaldo sottolinea la forte componente narrativa della poesia di Saba), il Canzoniere scioglie in grande musicalità il sermo cotidianus scelto eticamente dal poeta come strumento di conoscenza e autoconoscenza. In questo Speciale, Fabio Magro analizza la lingua e lo stile di Saba in un ritratto teso a cogliere, nell’oscillazione costante tra contrapposti poli o valori (ad esempio, facile/difficile, bene/male), la dialettica profonda che attraversa tutta la poesia sabiana, pur così unitaria; il poeta Rodolfo Di Biasio sottolinea la necessità di tornare al dettato di Saba, attingendo “schiettezza” dalla «polla profonda del suo far poesia»; Luigi Matt individua nelle prose di Scorciatoie e raccontini un lavorìo “calviniano” in direzione della brevità e della nettezza, alla ricerca di una sintesi chiarificatrice dei motivi, dei moti e dei modi del proprio dire.