04 febbraio 2020

Yanez de Gomera, un portoghese poco portoghese

Yanez de Gomera è il “fratellino”, la “Tigre bianca”, il braccio destro di Sandokan, che svolge un ruolo importante in dieci romanzi del cosiddetto ciclo dei “Pirati della Malesia”. Senz’altro uno dei personaggi letterari lusitani più famosi al mondo, sul cui nome “non” o “poco” portoghese (anche sul piano strettamente linguistico potremmo dire: mancano nei romanzi anche solo alcuni lessemi-bandiera della lingua, cosa che succede invece per lo spagnolo, almeno nelle imprecazioni e nelle esclamazioni) gli studiosi hanno non poco discusso (Palermo 1980). Seguendo una prassi a lui usuale, Salgari lo avrebbe battezzato unendo due vocaboli trovati nel diario di bordo di Cristoforo Colombo: il nome di uno dei compagni del navigatore genovese (Yañez Pinzón, capitano della Niña), e il toponimo Gomera, una delle isole che formano l’arcipelago delle Canarie, prima tappa del viaggio che portò alla scoperta dell’America. Se l’incongruenza del nome attribuito al compagno di Sandokan non dovette certo costituire alcun problema per il lettore italiano, primo destinatario dei romanzi, quando, sulla scia del successo internazionale, le opere di Salgari giunsero anche in Portogallo fu necessario addirittura “ribattezzare” il personaggio, portoghesizzandolo (divenne da Gastão de Sequeira a Eanes Gomes: Miraglia 2016).

 

Tra metamorfosi e travestimenti

 

Un’altra caratteristica “curiosa” di questo personaggio è costituita dalle sue metamorfosi nel corso dei romanzi. Metamorfosi di duplice genere, come vedremo.

Innanzitutto fisiche. Lasciamo la parola a Salgari che ce lo presenta, per la prima volta, come segue con un breve ritratto che ha lo scopo di imprimerlo nella mente del lettore (Le tigri di Mompracem, pp. 7-8):

 

Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré trentaquattro anni, cioè un po’ più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale.

 

Età, statura, caratteri fisici, caratteristiche caratteriali, e il rilievo sulla sua appartenenza a “qualche razza meridionale”. Poche righe sotto Yanez comincia a suonare “un’arietta portoghese” con una vecchia mandola (p. 8), compare il sintagma “il portoghese Yanez” (p. 9) e sempre lo stesso etnico è utilizzato altre tre volte nel capitolo nell’incastonamento del discorso diretto legato.

Semplificando, e sulla scorta di Miraglia 2016, dal secondo romanzo in cui il personaggio compare, I pirati della Malesia, possiamo notare un deciso cambiamento dei tratti morfologici (diventa alto di statura, gli occhi sono azzurri, è vestito con eleganza). La trasformazione si potrebbe spiegare da una parte con i ritmi serrati con cui Salgari sfornava un romanzo dopo l’altro (spesso all’origine di varie sviste), dall’altra con l’intrigante ipotesi di Miraglia 2016 sulla vera storia di Yanez, raccontata nella prima stesura de Le tigri di Mompracem (pubblicata a puntate sul giornale L’arena di Verona nel 1883 con il titolo La Tigre della Malesia) e poi soppressa nell’edizione in volume per maggiore adesione alla realtà storica: nel frattempo lo scrittore veronese era venuto a conoscenza che l’isola di Celebes, luogo d’origine di Yanez, era caduta in mano agli olandesi che ne avevano espulso la comunità portoghese ed ha preferito pertanto, per maggiore rigore storico, farne cadere la storia, senza mai sostituirla con un’altra ugualmente circostanziata.

Aggiungiamo inoltre che la storia in cui il portoghese compare per la prima volta, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto esaurirsi in un unico romanzo (che si chiude, infatti, con la frase di Sandokan “la Tigre è morta e per sempre” p. 208). Solo in un secondo momento, Salgari decide di darle un seguito e ciò potrebbe spiegare anche la decisione di cambiare in parte i connotati al portoghese, rendendolo più genericamente europeo, proprio per rendere più credibili alcune azioni e meccanismi narrativi. Prima di tutto quella dei travestimenti. Uno degli stratagemmi di cui i pirati si servono più volte per sconfiggere i nemici, infatti, consiste nell’infiltrarsi tra le loro file senza destare alcun sospetto. Yanez, in quanto europeo e bianco, è naturalmente l’unico che può metterlo in pratica, dimostrando in questo una straordinaria abilità.

Già ne Le tigri di Mompracen, Yanez si fa passare per altra persona al fine di introdursi nella villa di Lord Guillonk a Labuan, travestendosi nei panni dello scozzese Sir Anthony Walker. Tratto tipicamente fiabesco della narrativa salgariana (Barile 1988: 74), il travestimento e l’agnizione, un fortunato leitmotiv di tante vicende romanzesche, sono ingredienti particolarmente cari anche all’adattamento di televisivo di Sergio Sollima.

 

Yanez-Philippe in tv

 

E proprio da qui ripartiamo per qualche altra osservazione. Descrizioni a parte, nell’immaginario collettivo Yanez de Gomera ha il volto e il fisico dello straordinario attore francese Philippe Leroy, rappresentato con indimenticabili baffi che si congiungevano idealmente con due vistose basette, silenzioso fumatore con l’inseparabile cappello panama a tesa larga: immagini impresse nello schermo della memoria di intere generazioni. Leroy interpretò il portoghese nello sceneggiato RAI di metà anni Settanta diretto da Sergio Sollima, che lo guidò anche nel seguito La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! Tanto che, quando nella deludente miniserie Il ritorno di Sandokan, Yanez fu interpretato dall’attore italiano Fabio Testi, la scelta fu oggetto di numerose discussioni e di non poche critiche (in realtà, non le uniche: si veda almeno la caustica stroncatura sul quotidiano la Repubblica dell’8 ottobre 1996).

 

L'alter-ego di Salgari

 

Se Yanez, anche per via dello sceneggiato televisivo, è entrato nel cuore di tante persone, una grossa parte della critica salgariana sostiene che il personaggio abbia rivestito un ruolo affettivo importante anche per il suo creatore. Yanez ha tanto di Emilio Salgari. Così Pozzo 2016 che ne racconta l’evoluzione nel corso dei romanzi, con la formazione di una “biografia” tutta sua (sposerà Surama, avrà figli): «impossibile trovare nel resto dell’opera salgariana un personaggio così a lungo e così accuratamente tratteggiato, anche psicologicamente» (pp. 151-52). Ernesto Ferrero in un articolo-recensione su La Stampa del 21 giugno 2016 ne riassume le somiglianze psicologiche e fisiche: un bon vivant, esperto conoscitore di musica (adora i valzer di Strauss), forte bevitore, l’eterna sigaretta incollata alle labbra (tratto sempre più accentuato nei romanzi successivi), proprio come lo scrittore veronese, che ne fumava cento al giorno per la disperazione della moglie e dei dottori (anche nella testimonianza della moglie Ida Peruzzi, raccolta dal giornalista Antonio Casulli, la donna fa riferimento al fatto che Salgari fumi molto, proprio come Yanez). Nel descriverlo, Salgari avrebbe “abbellito” il proprio stesso ritratto (in particolare la statura, che pare fosse il suo cruccio). D’altronde la stessa denominazione che parte della critica ha suggerito per alcuni romanzi, “ciclo di Yanez”, testimonia quanto questo personaggio s’impone con sempre maggior prepotenza all’attenzione dei lettori col proseguire delle avventure (Frigerio 2018). Per mezzo di Yanez, Salgari voleva “vincere”: possiamo oggi dire che la vittoria è pienamente ottenuta, almeno nell’inscalfibile amore dei suoi lettori.

 

La "vendetta" di Yanez

 

Frigerio 2018 parla, giustamente a nostro avviso, di “vendetta postuma” dello scrittore veronese nei confronti dei suoi detrattori, in relazione alle numerose iniziative (quali, per esempio l’inclusione di Emilio Salgari nella Storia Mondiale dell’Italia a cura di Andrea Giardina), alle novità editoriali, il cui numero e la cui qualità restano notevoli e testimoniano della posizione ormai pienamente acquisita dall’autore nel panorama letterario (e non solo) italiano. Sui suoi racconti è stata realizzata una serie a cartoni animati (firmata Rai Fiction e Mondo TV), e proprio il Portoghese dà il nome al brano (e poi all’intero album) portato al Festival di Sanremo nel 2011 dal cantante Davide Bernasconi (in arte Van De Sfroos), un omaggio al padre, grande appassionato dei romanzi salgariani. Nel testo della canzone, in dialetto comasco, sono presenti altri personaggi tratti dal ciclo indo-malese di Emilio Salgari, tutti immaginati ormai invecchiati, sulla Riviera romagnola a godersi la pensione: Sandokan (in infradito a bere un mohito e a cantare Romagna mia), Tremal-Naik (che guida un Suzuki), Kammamuri (comodamente in dondolo), James Brooke (che gioca a carte), Lady Marianna (che ora più che una perla, sembra un sasso e che si è rifatta il seno), Fitzgerald (che in corriera va a visitare i delfini), i crudeli Dayaki (con appresso la Gazzetta).

E Yanez? Yanez è il vero protagonista, che riecheggia infatti nel ritornello e al quale il cantante si rivolge nel ricordare tutti i suoi compagni di viaggio. Lo immaginiamo in bicicletta e con in braccio una vuvuzela: ancora una volta con una sigaretta in bocca a guardarsi intorno con sguardo beffardo, ironico e disincantato.

 

Bibliografia minima di riferimento

Barile, Silvana, L’atlante dell’epopea. Sul “ciclo della giungla” di Emilio Salgari, in Pappalardo, Ferdinando (a cura di), La torre abolita. Saggi sul romanzo italiano del Novecento, Bari, Edizioni Dedalo, 1988, pp. 49-76.

Frigerio, Vittorio, Annotazioni belfagoriane (e salgariane), Belphégor, 16-1, 2018, pp.1-4.

Giardina, Andrea (a cura di), Storia Mondiale dell’Italia, Bari, Laterza, 2017.

Miraglia, Gianluca, I segreti di Yanez de Gomera, in Estudos Italian em Portugal, Nova Série 11,  2016, pp. 167-179.

Pozzo, Felice, Tra Sandokan e Salgari. Yanez de Gomera il bohémien dei mari malesi, Pontedera, Bibliografia e Informazione, 2016.

www.lastampa.it

www.repubblica.it

 

Immagine: Sandokan (1976), regia di S. Sollima

 


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