03 febbraio 2020

Il Sandokan brutale de La Tigre della Malesia

“La Tigre della Malesia animale terribile che si pasce di carne umana sta per arrivare”. Recitavano così i manifesti raffiguranti una grande tigre con cui era stata tappezzata Verona la mattina del 13 ottobre 1883. Il giorno dopo, un foglio della città, «La Nuova Arena», metteva in guardia i cittadini su una feroce tigre fuggita da un serraglio (Fedi 2011: 5).

L’articolo, naturalmente, era smentito con ironia il giorno dopo l’accaduto: «Nel telegramma ieri comunicatoci da un amico c’era errore. Dal serraglio in piazza Castello a Milano non fuggì una tigre, ma un grosso Gorilla […]» («La Nuova Arena», 15 ottobre 1883). Seguiva una storiella divertente sul gorilla entrato in una bottega d’un calzolaio buttando tutto all’aria, fino alla cattura (Fedi 2011: 4). La notizia della tigre fuggita dal serraglio era stata imprudentemente ripresa anche dal «Corriere della Sera», che «La Nuova Arena» ringraziava il 15 ottobre per la réclame involontaria. Il mistero durò poco e il giorno dopo, lo stesso dell’esordio del romanzo, il quotidiano svelava i retroscena della vicenda: nessuna belva minacciava la vita dei veronesi, ma si trattava della prima puntata di quello che sarebbe divenuto uno dei più grandi capolavori d’appendice di uno scrittore allora poco più che ventunenne e sconosciuto ma destinato a una vita drammatica e a una fama controversa.

 

Come nascono Le Tigri di Mompracem

 

Del romanzo saranno pubblicate 148 puntate, dal 16 ottobre 1883 al 13 marzo 1884. Solo diciassette anni dopo, nel 1900, il capostipite del ciclo indo-malese sarebbe comparso nell’edizione in volume presso l’editore Donath di Genova, riscritta in molte parti e con un nuovo titolo, Le Tigri di Mompracem. Prima, però, sarebbero state pubblicate ben altre tre versioni in appendice, sempre col titolo primitivo: su «La Libertà» di Piacenza dal 20 dicembre 1884 al 29 settembre 1885, in 195 puntate; su «Il Telefono» di Livorno, dal 21 marzo al 31 agosto 1886, in 134 puntate; su «La Gazzetta» di Treviso, dal 15-16 dicembre 1890 al 21-22 settembre 1891, in 154 puntate.

La stesura originaria del romanzo è considerevolmente più lunga, con una trama ridondante e con numerosi inserti di carattere enciclopedico, frutto delle numerose letture fatte da Salgari di romanzi e diari di esploratori e viaggiatori. La versione definitiva risente di un adattamento forse un po’ frettoloso ai suoi nuovi lettori, i ragazzi, a cui si rivolgevano le edizioni di Antonio Donath. Secondo Francesco Ursini l’adattamento si avverte soprattutto negli inserti di carattere didascalico (in un passo Salgari spiega ai suoi lettori come si può accendere un fuoco “senza aver bisogno di zolfanelli”) e nell’aggiunta di episodi di taglio propriamente avventuroso, nei quali fanno la loro comparsa animali esotici, ma anche nella valorizzazione dell’ingegno di Yanez e in una maggiore estensione delle scenette a carattere umoristico. Con queste prime prove di scrittura, l’autore veronese dà i natali al personaggio più grande e più conosciuto tra gli eroi salgariani: Sandokan, che trae il nome da Sandakan, una cittadina del Borneo settentrionale (Spagnol 1969: 9).

 

L’arabo col turbante

 

Nella stesura in rivista il personaggio viene nominato subito con il suo nome (anche se per uno scherzo del destino proprio alla prima ricorrenza è scritto Sandekao, per uno dei tanti errori tipografici che affliggono il romanzo veronese). Nell’edizione del 1900 sia il nome sia l’epiteto formulare sono indicati invece solo successivamente, come per creare suspense e un alone di mistero intorno alla figura del protagonista.

La storica Bianca Maria Gerlich ha documentato l’esistenza di un vero “Sandokan” vissuto nel Borneo: la bandiera della tigre era l’emblema di Syarif Osman, capo pirata della baia di Mallud (l’attuale Marudu), collocata nel Sabah, nel Borneo. Osman, morto nel 1845, era per metà arabo, di fede islamica, indossava un turbante, e il suo emblema era una bandiera rossa su cui era rappresentata una tigre: si tratta certamente di una delle principali fonti di ispirazione per il personaggio di Sandokan (Gerlich 1998: 36).

 

Il cambiamento del personaggio

 

Ma Salgari in realtà, nel tempo, ha concepito due Sandokan. Il cambiamento avvenuto nella descrizione della personalità di questo pirata, il quale presenta originariamente tratti di straordinaria brutalità e crudeltà, è radicale. Numerosi di questi passi sono stati interamente espunti o semplicemente ridimensionati nella versione finale. Stando a molti studiosi (Spagnol 1969: 10; Citati 1969: VII; Zaccaria 1977: 40-41), il motivo dell’attenuazione di questi passi è da ricercare nell’adattamento a favore del pubblico giovanile. Ma questa tesi regge solo in parte, poiché alcuni passi vengono in realtà eliminati anche nelle altre versioni in appendice dello stesso romanzo, certo non destinate alla platea dei ragazzi. Appare pertanto più convincente l’idea di Roberto Fioraso, per il quale le cause di questo mutamento sono da ricercarsi con più probabilità in un adeguamento di Salgari alla sua realtà quotidiana, al suo maturarsi come uomo e al graduale ripercuotersi di questi fattori sui suoi personaggi, lentamente e progressivamente più regolari (Fioraso 1991, XV). Se usciamo per un attimo dal ciclo indo-malese, Visioli (2007: 20) fa notare da parte sua che in La favorita del Mahdi la parola cervella compare più volte in scene violente di uccisioni con crani spaccati. Un esempio (1887, La Favorita del Mahdi, p. 192):

 

L’yatagan di Omar scese rapido come un lampo fendendogli il cranio fino al mento; dall'enorme ferita sfuggì un torrente di sangue misto a brani di cervella.

Vado alla tenda della greca, - rispose Fathma con voce sorda. -

Fra mezz’ora le avrò fatte saltare le cervella.

 

Sanguigno ma non sanguinario

 

Se nella stesura in volume tutto ciò scompare, in favore di una caratterizzazione sanguigna, ma non certo sanguinaria, di Sandokan, ne La Tigre della Malesia, sin dall’inizio, è chiaro il carattere irascibile, incontrollabile del personaggio (1883, La Tigre della Malesia, cap. I):

 

In un canto un divano turco, non meno ricco per dorature e sculture, colle frange strappate e le stoffe infangate e spesso insanguinate; in un altro un armonium incrostato d'oro, colla tastiera di avorio, che portava qua e là certi segni, da credere che fossero stati fatti a colpi di scimitarra, avventati forse dal pirata nei suoi momenti di delirio, e per ogni dove, ammonticchiati alla rinfusa, ricchi costumi, quadri dalle tele screpolate, dovuti forse a celebri pennelli, tappeti arrotolati, lampade rovesciate, bottiglie ritte o capovolte, porcellane infrante, moschetti indiani rabescati, brunite carabine, tromboni di Spagna, e spade, scimitarre, scuri, piccozze e pugnali, bruttati di sangue e di resti di cervella!

 

Parole come cervella ritornano dopo poche righe e spesso si parla di Sandokan come di un antropofago, del suo “sorriso beffardo fino al punto di trovare il sorriso della Tigre della Malesia, quasi assaporasse allora il sangue umano” (cap. I). Nelle trincee intorno alla sua abitazione “facevano lugubremente capolino scheletri umani dalle vuote occhiaie e monti d’ossami” (cap. I). Vediamo un altro passo (1883, La Tigre della Malesia, cap. I):

 

A ogni modo si sapeva che egli era il più terribile e il più capriccioso dei pirati della Malesia, un uomo che più di una volta era stato visto bere sangue umano, e, orribile a dirsi, succiare le cervella dei moribondi. Un uomo che amava le battaglie le più tremende, che si precipitava come un pazzo nelle mischie più ostinate dove più grande era la strage e più fischiava la mitraglia; un uomo che, nuovo Attila, sul suo passaggio non lasciava che fumanti rovine e distese di cadaveri.

 

Il sangue e la tigre, tra metafore e similitudini

 

Un tratto che rimane in entrambe le versioni è la sete di sangue dei suoi tigrotti, mai espunta e ripetuta per più volte nelle battute dei suoi compagni sanguinari; la differenza, non da poco, è nel valore metaforico di sangue nella seconda stesura, che si ha l’impressione sia invece ambiguamente letterale nella prima.

Salgari impiega metafore e similitudini in tutta l’appendice veronese per rendere più forte l’identificazione tra Sandokan e la tigre: “feroce come la tigre delle jungla malesi” (cap. I); “le sue labbra si contrassero in istrana maniera, lasciando a nudo i denti, bianchi come l'avorio e accuminati come quelli di una tigre” (cap. I), “questo uomo-tigre era così sanguinario” (cap. I); “le labbra semi-aperte lasciarono sfuggire un rauco sospiro che sembrava un lontano ruggito” (cap. I), “Sandokan si era rialzato mugolando come la tigre delle jungla malesi” (cap. I)), “Un sinistro sorriso sfiorava le sue labbra contratte pel furore, un lampo feroce balenava ne' suoi sguardi e le mani frementi rigavano il tavolo colle unghie” (cap. I), “il sorriso atroce della Tigre, e parevano assaporare sangue umano” (cap. XXV).

L’eroe del primo ciclo della jungla non è pertanto quello conosciuto ai più, innamorato della Perla di Labuan, personaggio romantico, implacabile vendicatore della sua famiglia. Se vogliamo individuare un tratto di continuità tra i due Sandokan esso è nella generosità della Tigre con i suoi nemici, se leali e valorosi, ma non abbiamo molto di più.

 

Blasfemo, iroso, beone

 

Un altro tratto del tutto espunto nell’edizione Donath è quello improntato sulle numerose bestemmie pronunciate dal protagonista: è uno degli elementi che connotano il suo carattere sregolato di pirata. In un capitolo è blasfemo, addirittura, sia contro Dio sia contro Maometto (cap. VI) e successivamente si accenna al resto di un gruppo di seguaci del pirata che ad un suo cenno «non avrebbero esitato a saccheggiare il sepolcro di Maometto, quantunque tutti maomettani» (cap. XVII). Si tratta senza dubbio di una fede “laica”, se su «La Nuova Arena» lo vediamo ubriacarsi fino “al colmo dell’ebbrezza” (cap. XIV), vuotare bicchieri ricolmi di liquore in compagnia di Yanez (cap. I), e ancora dare fondo a “bicchieri ripieni di wisky come cercasse calmare l’ira che l’assaliva, terribile ira che spesso cangiava in un tremendo delirio” (cap. XIV), e “vuotando un dopo l’altro parecchi bicchieri quasi avesse l’intenzione di soffocare la gelosia che lo rodeva e i timori che l’agitavano” (cap. XV).

 

Dall’inferno al paradiso

 

Alcuni passi sono molto vicini alle caratteristiche del romanzo gotico dell’Ottocento e ricordano i fantasmi dei drammi shakespeariani: “Sangue... fiumi di sangue e monti di cadaveri... sempre sangue e fantasmi” (cap. VI); “Via queste tenebre... via questi fantasmi che aspettano il calar del sole” (cap. VII), tanto che in preda al delirio Sandokan sognerà i suoi amati tigrotti morti (cap. VI).

Egli stesso appare non di rado come uno spirito infernale: “chiuse gli occhi che roteavano un cerchio di sangue, strinse i denti nuotanti fra la bava» (cap. VI). È connotato anche con l’inconfondibile sintagma “occhi di bragia” (cap. VI) che Dante riserva a Caronte (Inf. 3,109-111).

Certo, tutto ciò è ben lontano dalle parole utilizzate dalla Tigre quando rapisce la bella Marianna: “mi pare di salire in paradiso!...” (cap. XXVIII), “Sì, creatura celeste” (cap. XXVIII). Ma è un attimo: ricordiamo che sono parole pronunciate da un uomo che è “protetto da Belzebù” (cap. XII), il quale ritorna in sé nel momento finale della battaglia mentre la Perla cerca di abbracciarlo: «Il pirata se la staccò con dolce violenza» (cap. XXIX), «Sono la Tigre! sono la Tigre! urlò egli, facendo balzi da belva. Guai chi mi tocca!» (cap. XXIX), «Fece un salto di tre metri sopra le armi del nemico, che l’incalzava, e piombò come una tigre sul baronetto» (cap. XXIX).

 

Bibliografia

 

Citati, Piero, prefazione de Il primo ciclo della jungla, a cura di Mario Spagnol, Milano, Mondadori, 1969, pp. I-IX.

Fedi, Roberto, Fenomenologia della Tigre, in «La penna che non si spezza». Emilio Salgari a cent’anni dalla morte. Convegno internazionale di studi (Torino, 11-13 maggio 2011), a cura di Clara Allasia e Laura Nay, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2011, pp. 3-11.

Fioraso, Roberto (a cura di), Salgari Emilio, La Tigre della Malesia, Torino, Viglongo, 1991.

Gerlich, Bianca Maria, Sandokan of Malludu. The Historical Background of a Novel Cycle set in Borneo by the Italian Author Emilio Salgari, Archipel 55: Etudes interdisciplinaires sur le monde insulindien, 1998, pp. 29-41.

Spagnol, Mario (a cura di), Il primo ciclo della jungla, Milano, Mondadori, 1969.

Visioli, Ivan, Salgari dal giornale al libro. Sviluppo delle strategie narrative salgariane, Tesi di dottorato di ricerca in italianistica, Università degli studi di Trieste, 2007.

Zaccaria Giuseppe, Il romanzo d’appendice, Torino, Paravia, 1977.

 

Le citazioni da La Tigre della Malesia sono tratte dall’edizione (in corso di allestimento) a cura di Maria Serena Masciullo. Quelle da La favorita del Mahdi sono tratte da I romanzi d’Africa. La favorita del Mahdi; I predoni del Sahara; Sull’Atlante, a cura di Mario Spagnol, con la collaborazione di Giuseppe Turcato, 3 voll., Milano, Mondadori, 1973.

 

Immagine: Ridimensionata dalla Copertina originale de Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari, editore Antonio Donath, Genova

 

Crediti immagine: Alberto Della Valle (1851-1928) [Public domain]


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