03 febbraio 2020

I fratelli De Angelis e Sandokan, una storia nella storia

I fratelli Guido e Maurizio De Angelis, gli Oliver Onions, sono gli autori della colonna musicale dello sceneggiato televisivo del 1976 che prende il nome dall’eroe eponimo, Sandokan. I musicisti romani non si limitano a sviluppare la sigla, che diventerà poi una delle icone dello sceneggiato, ma curano l’intera gamma dei brani ascoltabili, ponendo particolare attenzione ai dettagli e alla ricerca di timbriche e suoni vicini alla cultura indo-malese, o che almeno la possono ricordare in diversi aspetti.

L’accurato lavoro di ricerca dei due musicisti si traduce dunque in un discorso musicale che, non tanto nelle canzoni e nei temi musicali principali (per esempio quello di Marianna), quanto nella sottolineatura delle scene topiche, esula da qualunque concetto di tonalità “classica” a cui noi occidentali siamo abituati (a maggior ragione visto che stiamo parlando di oltre quattro decenni fa, quando la world music non era neanche stata concepita), per dare spazio a temi più orientaleggianti, che permettono all’ascoltatore di immedesimarsi meglio nel clima che Salgari ha descritto nei suoi romanzi e soprattutto che Sollima ha portato sullo schermo.

 

Sitar e percussioni ipnotiche

 

Se ci si sofferma a guardare anche solo la prima puntata dello sceneggiato, da cui sono tratti tutti gli esempi salvo indicazione diversa, si scopre un universo sonoro che permette allo spettatore di intraprendere un viaggio alla scoperta di suoni che diventano parte integrante della serie e della sua scrittura. Già il corredo sonoro della prima scena è contraddistinto dal timbro caratteristico del sitar, uno strumento a corde pizzicate tipico dell’India che arricchisce timbricamente l’intera colonna sonora e in questo caso accompagna il rapimento dei principini ad opera di alcuni uomini mascherati e innumerevoli altre scene, in particolare quelle che sottolineano azioni condotte di sorpresa. Numerosi sono anche i passaggi sottolineati da un ritmo percussivo ipnotico (per esempio, la presentazione dei dayaki, i tagliatori di teste, o la scena dell’abbordaggio) o suadente. Le scene di transizione presentano intermezzi strumentali nei quali intervengono anche strumenti a fiato come i flauti di Pan, che suonano melodie semplici e prive delle tensioni armoniche convenzionali, nelle quali ogni nota ha lo stesso valore melodico, un po’ come nei modi gregoriani.

 

Il linguaggio delle variazioni

 

Un altro aspetto fondamentale della colonna sonora sono le variazioni sui due temi principali, quello di Marianna e quello della sigla, che viene di volta in volta semplificata o ridotta in termini di durata per adattarla ai tempi scenici o rallentata in funzione della sottolineatura delle vicende narrate. Particolare è l’espediente della campana suonata all’avvistamento del praho di Sandokan da parte della giunca cinese che lo attira inscenando un incendio: il suono della campana finisce per fondersi perfettamente con il tappeto sonoro composto dai due sitar che procedono in modo lento con piccoli “assolo” intervallati da pause brevissime. La scena della battaglia è accompagnata da un incedere percussivo ostinato, non sostenuto in alcun modo da strumenti melodici, e non presenta alcun climax o anticlimax dinamico, ma rimane intenso sempre allo stesso modo.

 

Orientaleggiante e non orientale

 

Abbiamo usato ripetutamente l’aggettivo orientaleggiante e non orientale. In generale la colonna sonora dello sceneggiato non fa riferimento al repertorio indiano classico o a quello semiclassico, né tantomeno a quello religioso: il tipo di tappeto sonoro dei fratelli De Angelis risente del modello della musica da film del cinema indiano con influenze provenienti, ovviamente, anche dal repertorio classico e folclorico. Una musica che si presta facilmente all’ascolto, orecchiabile e facilmente riconoscibile, sonorità e melodie che il pubblico può imparare, eseguite da un organico ridotto all’osso ma che riesce incredibilmente bene nell’intento di ricreare quelle atmosfere suggestive e ipnotiche che l’India suggerisce.

 

L’occidente: la sigla

 

Dall’India all’occidente. Il tema di Marianna, dal secondo episodio in poi, è perfettamente aderente alla natura della Perla di Labuan ed è il secondo grosso filone sonoro della serie. Ma se qualcosa per il pubblico ha rappresentato una vera e propria icona è la sigla finale dello sceneggiato (quella d’inizio è semistrumentale, avendo come unica parte cantata la parola “Sandokan”), di cui parleremo d’ora in avanti.

La sigla parte con un’invocazione: Sandokan, ripetuto per due volte, che vagamente ricorda l’urlo di un coro gospel dei primi anni ’70 a contrassegnare l’importanza del protagonista, eroe indiscusso dello sceneggiato. Subito dopo possiamo ascoltare un timbro molto noto a noi occidentali: quello di un basso elettrico, strumento utilizzato però in una maniera non convenzionale, nei primi secondi come strumento solista e nella restante parte della sigla come “ostinato”, un riempitivo che arricchisce l’intera composizione e ci riporta ai suoni orientaleggianti su cui tanto i fratelli De Angelis si sono concentrati. E non è il basso elettrico l’unico strumento a corde pizzicate utilizzato nella composizione.

Il testo presenta aspetti molto accurati; ad esempio, già dalle prime righe possiamo trovare un gioco di epifore, “Più crudele è la guerra / e l’uomo sa cos'è la guerra / Caldo e tenero è l’amore / e l’uomo sa cos’è l’amore”. Il testo è prevalentemente nelle classiche rime baciate o alternate, salvo i due versi che precedono i refrain, che invece fungono appunto da preludio al ritornello, uno dei più riconoscibili e diretti che la canzone italiana per lo schermo ricordi, sia per quanto riguarda l’aspetto musicale, che è particolarmente lineare, con il basso accompagnato dal charleston dalla batteria, sia per quanto riguarda l’aspetto testuale, incisivo e chiaro. Il refrain parte con l’invocazione del nome del protagonista, riproposto un verso sì e uno no in alternanza con due frasi iconiche, “giallo il sole la forza mi dà e “Dammi forza ogni giorno ogni notte coraggio verrà”. Al termine del ritornello possiamo ascoltare un intermezzo strumentale dai temi particolarmente esotici, con due sitar che danno sfoggio, nei pochi secondi nei quali essi suonano, delle loro potenzialità e qualità sonore e melodiche utilizzando un tema fondato sulla scala maggiore orientale. I due sitar sono il culmine della ricerca timbrica, e dopo il loro breve intermezzo, lasciano nuovamente spazio al ritornello interrotto sul finale dall’incedere del basso elettrico, che precede l’inizio della seconda strofa. E qui, per la prima volta, viene menzionato il mare: centro nevralgico per la vita dei pirati e dello stesso Sandokan: “sale e scende la marea / tutto muove e tutto crea”. Al termine di questa strofa riprende il ritornello per poi arrivare alla conclusione: un graduale rallentamento della parte vocale e dell’accompagnamento strumentale porta alla corona finale e quindi alla risoluzione di tutte le tensioni armoniche e timbriche in un accordo quasi all’unisono in tonalità maggiore che dà un senso di sollievo e appagamento.

Ciò che rende la sigla dello sceneggiato così accattivante ed efficace è la naturalezza di un testo che racchiude in poche righe il senso di quello che lo spettatore troverà nel girato e la qualità del disegno musicale semplice e allo stesso pungente che gli autori hanno racchiuso nei pochi minuti del brano.

 

Anafore ed epifore nella sigla del sequel

 

Una postilla. La sigla del sequel del 1976, Sandokan alla riscossa, è ancora più riuscita e coraggiosa, almeno nella parte testuale. Si intitola, per la cronaca, Mompracem vivrà e segue una struttura retorica ricca di anafore ed epifore. Colpisce in particolare la ricorrenza della preposizione verso in fine di frase che lascia continuamente in sospeso l’oggetto, certamente il nome dell’isola (“ma buia è la strada che ci porta verso”, “e vola un gabbiano che ci guida verso”, “il vento del sud gonfia le vele verso”, “il fiume più limpido che scorre verso”), o la presenza di riuscite inversioni come “e bianca la sabbia che con l’onda giocherà”. Soffre però della tiepida reazione del pubblico verso il sequel e quindi non rappresenta un successo com’era accaduto per la prima sigla, oggetto di culto per una generazione intera.

 

Discografia

Guido e Maurizio De Angelis, Sandokan. Dalla colonna sonora allo sceneggiato televisivo, RCA, 1976.

 

Immagine: Oliver Onions (Guido e Maurizio De Angelis) a Lucca Comics 2007

 

Crediti immagine: Fungo [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]


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