13 giugno 2013

Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto

di Elisa Tonani*

A fare da cornice allo “strano caso” dell’ingegner Guido Marchisio e del signor Ernesto Bolle sono un capitolo introduttivo e uno conclusivo in cui l’io narrante si identifica con lo scrittore stesso, Alessandro Perissinotto, assumendo quindi – secondo un espediente di lunga tradizione nel genere romanzesco – il ruolo non di inventore di una fictio narrativa ma di testimone di fatti accaduti, per quanto liberamente ricostruiti, la cui verosimiglianza è garantita dall’antico adagio pirandelliano che la realtà supera la fantasia quanto ad assurdità.
 
Modelli cinematografici
 
Interventi dell’autore/narratore punteggiano fittamente tutto il filo della narrazione, in un continuo gioco di rimandi tra quest’ultima e i modelli letterari e soprattutto cinematografici, che, proprio in quanto esplicitamente convocati, finiscono per rafforzare non il tasso di inventio ma quello di realismo insito nella storia narrata («Ho detto prima che, a tratti, la storia che Guido Marchisio mi ha raccontato mi richiama alla mente vecchi film e che uno di questi è forse ingiustamente ignorato dagli storici del cinema», p. 146; «E qui devo inserire l’ultima reminiscenza cinematografica di questa storia. Devo farlo, malgrado abbia già divagato molto in questa direzione, perché il ricordo non è mio, ma di Guido», p. 285).
 
Dalle microcricche ai flash bulbs
 
La presenza dell’autore come personaggio, identificato tra l’altro dal proprio bagaglio culturale e professionale, alimenta l’uso di figuranti metaforici attinti al lessico tecnico e spiegati con dovizia, che spaziano dalla fisica («in realtà ognuna [delle persone che ci attraversano la vita] lascia un piccolo segno nella nostra esistenza, una di quelle scalfitture che, durante le lezioni di meccanica all’istituto tecnico, mi avevano insegnato a chiamare “Microcricche”: dopo che un certo numero di microcricche si sono concentrate in una zona ristretta, il pezzo di metallo si rompe, all’improvviso, e l’aereo cade. L’ingegner Marchisio, che di microcricche avrebbe dovuto intendersene, non si rendeva conto di quante piccolissime fenditure stessero minando la solidità della sua corazza», p. 74) alla sociologia, come accade per il termine flash-bulbs («I sociologi li chiamano così. Flash. Lampi. Sono ricordi cristallizzati nella memoria collettiva come scatti fotografici, come istantanee», p. 96).
 
Nel nome di Pautasso
 
Altrettanto ricca la trama delle riflessioni metalinguistiche, che investono le espressioni dialettali («Dio fa’, variante troncata di Dio fauss, dio falso e bugiardo. Bestemmia da officina, da pezzo che cade dal tornio, bestemmia che marca l’arrivo dell’addetto ai “tempi e metodi”, col suo cronometro. Bestemmia da fonderia, da colata di ghisa che acceca all’improvviso; bestemmia da lavoro, abusivamente esportata al bar, per accompagnare una primiera mancata o un rigore negato alla giuventus», p. 10), le locuzioni fisse («Una volta avevo orrore delle frasi fatte e ancor più delle locuzioni standard, di quei vieti abbinamenti tra parole che prosciugano le parole stesse del loro significato […]. Col tempo però ho imparato a distinguere, nella massa delle ovvietà, quelle espressioni che, per quanto fruste e svilite dall’uso, mantengono una certa efficacia di rappresentazione, quelle metafore che, almeno un po’, ci aiutano a tradurre i linguaggi stranieri della nostra interiorità», p. 169), la costruzione morfo-sintattica della frase («Tutto quello che so è condensato in una battuta quasi sfuggita dalla sua bocca: Carlotta mi ha fatto l’amore./ Mi sono domandato se quella strana costruzione della frase, molto francese, fosse stata frutto del caso o se contenesse l’essenza di quel loro rapporto», p. 191), e soprattutto il lessico: la toponomastica («Per quante regole una grammatica possa dettare, c’è sempre qualcosa nel nostro utilizzo della lingua che sfugge ai precetti, ai dogmi e persino alle spiegazioni. Ogni città, ad esempio, ha usi propri e proprie abitudini in ciò che concerne la toponomastica», p. 151) e l’onomastica («Pautasso è, per Torino, ciò che Esposito è per Napoli, ciò che Brambilla è per Milano; è un cognome che riassume un’intera città. Pautasso da “pauta”, che in piemontese significa “fango”. Gente venuta dal fango della campagna, che spesso dalla pauta è uscita, ma che ogni tanto c’è ritornata. Lo so che non ha senso, lo so che è ridicolo, perfino ingiusto, ma un Pautasso che si suicida è una parte di me che muore, una parte delle mie radici che viene recisa. I cognomi sono importanti, sono racconti in miniatura», p. 291). La riflessione sul lessico, sulla sua etimologia e sui suoi significati, comporta la massima esposizione dell’autore-narratore, proprio perché la lingua è il luogo per eccellenza di identificazione, di autenticità per chi scrive: è insomma la sua patria (come amava dire Tabucchi).
 
Doppia anima del giallo
 
Le colpe dei padri , dai temi al ritmo della narrazione, dalla lingua allo stile, procede all’insegna di una doppia anima (doppia come quella del suo protagonista): di romanzo giallo, che incalza serrato, mantenendo alta la suspense (non stemperata ma anzi rilanciata fino allo scioglimento finale dalla rivelazione circa la vera identità del protagonista), e di resoconto cronachistico-giornalistico, che si apre a soste di andamento saggistico. Ogni dettaglio è perciò funzionale tanto al plot romanzesco quanto alla riflessione sulla storia nostra e dei nostri padri.
Al servizio di quest’ultima viene assunta una rete complessa di temi politico-sociali, che trovano la loro ambientazione nella Torino dalla fine degli anni Sessanta a oggi: la periferia urbana degradata, gli atti terroristici e le Brigate rosse, le forme associative e di lotta della classe operaia, il rapporto tra quest’ultima e la dirigenza, la differenza di mentalità tra chi guarda alla fabbrica (la manovalanza) e chi guarda all’azienda (gli amministratori del profitto), la delocalizzazione e la perdita del lavoro (la disperazione e perfino il suicidio).
 
Storia collettiva, storia individuale
 
Affrontare la Storia collettiva attraverso il filtro di una storia individuale, quella del protagonista, è uno schema classico per il romanzo, si potrebbe anzi dire che sia la specificità del romanzo italiano (fin dalla sua fondazione con Manzoni), ma nel nostro caso lo scambio tra visione oggettiva e prospettiva interiorizzata rispetto ai fatti narrati viene mediato dal tema del doppio, altro topos centrale della tradizione letteraria (esplicitamente convocata dall’autore stesso nei nomi di Conrad, Borges, Dostoevskij). Lo sdoppiamento ha tra l’altro una funzione narrativa, consentendo, da una parte, l’affondo psicologico (la presa diretta dei vari stati mentali attraverso cui passa il protagonista) e, dall’altra, lo spostamento dell’inquadratura dall’ambiente sociale di chi detiene il potere nell’industria alle dinamiche interne alla classe che quel potere lo subisce e vorrebbe sovvertirlo; insomma il passaggio dalla prospettiva di Guido Marchisio, dirigente all’apice della carriera, a quella di Ernesto Bolle, figlio di due brigatisti morti in un incidente automobilistico mentre fuggivano dalla polizia.
Interponendosi tra un prima e un dopo, il pirandelliano «strappo nel cielo di carta» dell’inconsapevole recita di una vita alto-borghese crea una frattura che nessuno sforzo di normalità da parte di Guido varrà a risanare.
 
Il tema dell'inettitudine
 
C’è poi un altro aspetto che ricongiunge questa storia alla tradizione del grande romanzo europeo del Novecento: il tema del doppio è infatti legato a quello dell’inettitudine. Chi è scisso, dissociato psichicamente, non può realizzare compiutamente nessuna delle sue due anime: Guido non riesce a portare a termine l’operazione di licenziamento e chiusura della sede torinese della Moosbrugger, altro nome letterario (dall’Uomo senza qualità di Musil, romanzo non a caso dell’inettitudine), decretando così la fine del suo successo professionale; Ernesto non riesce a mettere a segno il proiettile che avrebbe sancito un’identificazione con un passato non vissuto ma che ritorna ossessivamente a perseguitarlo con le sue richieste psichico-emotive. L’esito è fallimentare proprio perché chi ha imparato a sparare al poligono, fino a diventare un tiratore infallibile e micidiale, è Guido e non Ernesto (che vorrebbe appropriarsi di quell’abilità acquisita dal suo alter ego per farne l’uso esattamente opposto).
Il doppio insuccesso sembra suggerire che ciò che si è, per quanto almeno in parte coincida con una costruzione sociale del tutto fortuita, dipendente dal caso di crescere in un quartiere piuttosto che in un altro, non è qualcosa a cui si può sfuggire, ma ritorna sempre a chiedere il conto.
 
 
*Elisa Tonani è dottore di ricerca e cultore della materia Storia della Lingua Italiana presso la Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Genova. Dalle sue ricerche, incentrate principalmente sugli usi e sulle funzioni della mise en page (con particolare attenzione al bianco tipografico) e dell’interpunzione nella narrativa e nella poesia italiane dall’Ottocento a oggi, sono nate le monografie Il romanzo inbianco e nero (Firenze, Cesati, 2010) e Punteggiatura d’autore (Firenze, Cesati, 2012). Ha pubblicato saggi in volumi miscellanei (tra cui Lo stile in un punto, all’interno del volume da lei stessa curato Lessico, punteggiatura, testi, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2008) e ha collaborato a riviste, tra le quali «Romantisme» (Blancs et marques du discours rapporté dans le roman français et italien, 146, 4, 2009) e «Nuova Corrente» (“Punteggiatura bianca” e ritmo visivo nella poesia dell’ultimo Luzi, LIV, 140, 2007; Grafemi, nel numero monografico dedicato a Giorgio Caproni, LVIII, 147, 2012 [ma LIX, 149, 2012]). Ha inoltre redatto le voci «Punto», «Punto esclamativo», «Punto e virgola», «Punto interrogativo», «Trattino (e lineetta)», «Virgola» per l’Enciclopedia dell’italiano curata da Raffaele Simone per l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani (Roma 2011).

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