Questo sito contribuisce all'audience di

Il Gattopardo è rimasto com'era

di Fabio Magro*

 

Gli anniversari, anche quelli meno rotondi, possono diventare occasione di riletture e ripensamenti. Sessant’anni esatti ci separano dalla morte di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e uno di meno dall’uscita della sua opera più importante, Il Gattopardo, pubblicato da Feltrinelli nel 1958 grazie all’interessamento di Giorgio Bassani, dopo che Mondadori e Einaudi, per iniziativa di Vittorini, l’avevano rifiutato. Se dunque la critica e l’editoria (soprattutto quelle di sinistra) si divisero sulla portata del romanzo, non così il pubblico che assicurando fin da subito al Gattopardo uno straordinario successo ne sancì nel tempo la consacrazione attribuendogli nei fatti il titolo di classico della narrativa italiana del Novecento.

 

Un aristocratico intellettuale di destra

 

Del classico in effetti Il Gattopardo ha molti elementi tra cui quello forse fondamentale per il sistema editoriale, ossia di continuare a rappresentare un caso letterario: anche a distanza di così tanto tempo dalla sua pubblicazione non si riesce a chiudere veramente i conti con quest’opera (basta rileggere gli interventi, pro e contro, apparsi su «La lettura» del «Corriere della Sera» il 17 luglio scorso). Gli argomenti del dibattito non hanno più lo spessore e la vivacità di un tempo, anche se le discussioni attorno alla debolezza della trama, all’inconsistenza degli antagonisti e dei personaggi minori, allo stile e alla lingua troppo paludati ecc. probabilmente servivano allora (negli anni Sessanta) solo a nascondere o mascherare la posizione ideologica di fondo: quella cioè di non voler legittimare la posizione di un aristocratico intellettuale di destra che intendeva offrire la propria versione delle vicende unitarie (ammesso che queste fossero davvero le intenzioni dell’autore). Oggi, in un contesto meno impegnato ideologicamente anche se in egual misura politicizzato, gli schieramenti appaiono meno agguerriti e si accontentano di dividersi attorno a quella frase ambigua – ma di formulazione perfetta, al pari di una legge fisica –, pronunciata non (si badi bene) dal protagonista, non dal principe di Salina, ma dallo scaltro e astuto nipote Tancredi: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

 

Classico fuori tempo

 

Il Gattopardo in ogni caso, e anche questo è un indizio di “classicità”, è un romanzo fuori tempo. Fuori dal proprio tempo innanzitutto perché negli anni Sessanta, negli anni del miracolo economico tutto proteso verso un futuro dalle sorti consumistiche magnifiche e progressive, non sembrava poter esserci spazio per un romanzo storico di impianto apparentemente realistico e tradizionale. Sia in campo poetico che narrativo, e tanto nelle strutture quanto nella lingua e nello stile, la parola d’ordine era infatti sperimentalismo.

 

Attraverso il modernismo europeo

 

Il romanzo di Tomasi di Lampedusa narra le vicende di una famiglia dell’aristocrazia siciliana durante il momento di passaggio dalla monarchia borbonica a quella sabauda, e attraverso di essa all’Italia unita: una storia di fine Ottocento, come già quelle raccontate da De Roberto nei Viceré o da Pirandello ne I vecchi e i giovani, ma sviluppata con una sensibilità nuova, passata attraverso la lettura dei capolavori del modernismo europeo. La prospettiva stretta sul capofamiglia, don Fabrizio Corbera, principe di Salina, consente al narratore onnisciente di svelare e approfondire tutte le ambiguità e le contraddizioni del suo protagonista, che sopperisce alla propria indolenza e ai fastidi che gli altri gli recano quasi solo grazie ad un fisico possente e vigoroso, in grado di incutere da solo quel timore e quell’autorità e volontà che altrimenti mancherebbero del nerbo necessario («Lui, il Principe, intanto si alzava: l’urto del suo peso da gigante faceva tremare l’impiantito e nei suoi occhi chiarissimi si riflesse, un attimo, l’orgoglio di questa effimera conferma del proprio signoreggiare su uomini e fabbricati»). La fatica di tenere insieme le due diverse nature che scorrono nel suo sangue (quella germanica della madre, orgogliosa e speculativa; e quella siciliana del padre, sensuale e superficiale) è alla base dei tratti che contraddistinguono un personaggio fondamentalmente insicuro, in balìa di umori assai volubili e per tanto in perenne contrasto con sé stesso e con il mondo esterno. Da questo punto di vista il romanzo trova una sua sintesi interpretativa perfetta nel titolo che Francesco Orlando ha dato alla sua lettura del Gattopardo, ossia L’intimità e la storia. Sono questi i due poli dell’opera, ma quel che conta è la corrente profonda che attrae il secondo (la storia) verso il primo (l’intimità del Principe). La prospettiva è infatti in qualche modo rovesciata: se la storia cruciale di quegli anni rimane sullo sfondo, o meglio se sullo sfondo ne rimangono i risvolti politici e sociali generali, è perché grazie ad un narratore partecipe e forse anche scorbuticamente solidale, noi quella storia la vediamo (giusta la citazione appena fatta) come riflessa, e cioè capovolta, sulla retina dell’occhio del protagonista, un rappresentante dell’alta aristocrazia alle prese con l’ingrata responsabilità di garantire un futuro alla propria casata.

 

Scrittura ricca, che satura tutti gli spazi

 

Il fatto davvero importante è comunque che Il Gattopardo è uno splendido romanzo, nato da un’autentica vocazione narrativa e illuminato da una scrittura ricca, che satura tutti gli spazi e sembra fatta apposta per dar torto alle preferenze del suo autore, il quale secondo la testimonianza di Francesco Orlando (nel suo Ricordo di Lampedusa) amava gli scrittori «“magri”» in quanto «il senso delle loro pagine succinte domanda segretamente di essere integrato dalla collaborazione del lettore; in loro il non detto è più succoso del detto e non è meno preciso, perché un’arte sapiente ed allusiva avvia infallibilmente ad esso il lettore perspicace». Si dirà subito che i fraintendimenti e le ambiguità della critica stanno lì a dar fortunatamente torto a Tomasi di Lampedusa: anche gli scrittori “grassi” lasciano margini di interpretazione e stimolano l’intelligenza del lettore. In ogni caso la pienezza e rotondità della scrittura di Tomasi, che ricorre con generosità all’accumulazione, si riscontra a tutti i livelli del discorso: come ad esempio nelle descrizioni sempre ampie e dettagliate del paesaggio e del clima siciliani, che spesso grazie ad un uso esuberante degli aggettivi puntano all’animazione antropomorfica (si pensi agli «ingenui fumaioli siciliani», alle «pigre groppe di colline», o al «pozzo profondo [che] offriva muto i vari servizi di cui era capace» ecc.), grazie alla quale la natura non si limita a fungere da scenario ma partecipa attivamente alla formazione dei caratteri e dei destini dei personaggi.

 

La metafora del rospo

 

Quel che colpisce soprattutto è la ricchezza metaforica (con figuranti spesso guerreschi), e in particolare la capacità, e si direbbe caparbietà dell’autore nel tenere le fila di una metafora, sviluppandola fino all’esaurimento di tutte le sue possibilità (si vedano qui le puntuali osservazioni di Serianni 2003). Si ricordi almeno la circostanza in cui don Fabrizio si trova a dover comunicare a don Calogero Sedàra l’intenzione di Tancredi di sposare Angelica, “ingoiando così il rospo” di scendere a patti con un uomo ambiguo, di dubbia ricchezza e soprattutto non aristocratico. Introdotta ad un certo punto la metafora il narratore la segue per l’intero dialogo (lungo qualche pagina) riprendendola di tanto in tanto, e anche quando il suo lettore se l’era probabilmente scordata («il rospo era stato ingoiato […] restavano ancora da masticare le zampe […] il Principe masticando le ultime cartilagini del rospo […] Gli ultimi ossicini del rospo erano stati più disgustosi del previsto; ma, insomma, erano andati giù anch’essi. Adesso bisognava sciacquarsi la bocca con qualche frase piacevole»). Un narratore estremamente consapevole, sempre al centro della scena, è il vero protagonista del romanzo: una voce autorevole e onnisciente che scruta nell’animo e nella mente del Principe, ma non esaurisce in questa analisi la sua acuta curiosità. Curiosità che alimenta un altro tratto caratteristico di questa scrittura, ossia l’ironia, che tocca le piccole cose come i grandi eventi, l’intimità come la storia, e si configura come un continuo, cinico e disincantato commento di secondo grado rispetto all’apparente serietà degli argomenti narrati (quando ad es. don Calogero si presenta in frack al primo pranzo a Donnafugata, il narratore rivela così i pensieri del protagonista: «Non rise il Principe al quale, è lecito dirlo, la notizia fece un effetto maggiore del bollettino dello sbarco a Marsala»). L’ironia, spesso sostenuta dall’iperbole, è senza dubbio funzionale al coinvolgimento emotivo del lettore, ma per quanto diffusa non rappresenta il vero centro dell’opera. Poiché anch’essa, esattamente come l’alone di molle e densa sensualità che coinvolge i personaggi come le cose e la natura, si trova immersa in una fondamentale prospettiva mortuaria, che tutto tocca e pervade. Ancora una volta è l’esistenza individuale e la sua fragilità a sottrarsi alle intenzioni più o meno scopertamente ideologiche dell’autore o dei suoi lettori e critici.

 

 

Bibliografia consigliata

  • Nunzio La Fauci, Analisi e interpretazione linguistica del “Gattopardo”, «Annali della Scuola normale superiore di Pisa», cl. di Lettere e Filosofia, XXIII, 1993.
  • Nunzio La Fauci, Alla ricerca del Gattopardo implicito, in Id. (a cura di), Il telo di Pangloss, Linguaggio, lingue, testi, Palermo, L’epos, 1994.
  • Nunzio La Fauci, Lo spettro di Lampedusa, Pisa, Edizioni ETS, 2001.
  • Romano Luperini, Il “gran signore” e il dominio della temporalità. aggio su Tomasi di Lampedusa, «Allegoria», IX, 1997.
  • Francesco Orlando, L’intimità e la storia, Torino, Einaudi, 1998.
  • Francesco Orlando, Ricordo di Lampedusa (1962) seguito da Distanze diverse, Torino, Bollati Boringhieri, 1996.
  • Luca Serianni, Tomasi di Lampedusa. Note di lettura, «Stilistica e metrica italiana», 3, 2003.

 

*Fabio Magro è Ricercatore di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Padova. Si è occupato di lingua letteraria e non, in particolare tra Otto e Novecento. Ha pubblicato tra l’altro «Un ritmo per l’esistenza e per il verso». Metrica e stile nella poesia di Attilio Bertolucci (2005), Un luogo della verità umana. La poesia di Giovanni Raboni (2008), L’epistolario di Giacomo Leopardi. Lingua e stile (2012). Con Arnaldo Soldani ha scritto una storia del sonetto (Il sonetto italiano. Dalle origini a oggi, Carocci, 2017).

 

UN LIBRO

Un delitto del ’43 e altri racconti

Mario Quattrucci

La pubblicazione di questa raccolta può costituire un’ottima occasione per accostarsi alla narrativa di Mario Quattrucci. Infatti, i vari testi mostrano bene la varietà di stili e modalità rappresentative con cui l’autore declina il prediletto genere poliziesco, perseguendo sempre il divertimento nella sua accezione più nobile.