27 luglio 2017

Il viaggio in Europa di un Mostro

di Salvatore Silvano Nigro*

 

Il 7 maggio del 1959 Roberto Bazlen, dopo aver letto Il Gattopardo, scrisse le sue impressioni di lettura. Andò oltre il romanzo. E azzardò un ritratto minimo dell’oscuro autore. Si era immaginato Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di cui ben poco si sapeva allora, come «un provinciale còlto; con vera cultura (molto passata) nel sangue; responsabile; intimamente soigné; piuttosto simpatico; e ciò che in Italia conta molto, ricco (materialmente)». Non era andato lontano dal vero. Ma più che all’autore del Gattopardo, il ritratto, tolte le indicazioni di responsabilità e di ricchezza, si attagliava di più allo scrittore giovane che negli anni tra il 1925 e il 1930 aveva improvvisato un «romanzo epistolare» su un suo tour europeo: un fragoroso divertimento, euforico e insolente; un gioco di società irresponsabile, traboccante di umorismo maligno e di gioiosa sensualità; una corrispondenza, con i cugini Piccolo (Casimiro pittore-mago e Lucio poeta), di propensione grottesca e chiacchiericcia, siglata con il marchio d’infamia di un Mostro turista che esibiva incontri importanti (con Pirandello, per esempio), entrature salottiere, abbuffate epiche, e ospitalità in ermi castelli che avevano smarrito col tempo i chiassosi fantasmi d’una volta, mentre andava bighellonando per borghi e città con il monogramma stampigliato sul di dietro.

 

Una lingua ricca di grassi malsani

 

Il «romanzo di un turista» (Viaggio in Europa) uscì postumo anch’esso (come Il Gattopardo), nel 2006. La lingua delle lettere è provincialmente golosa, ricca di grassi malsani. È la lingua parlata nei circoli nobiliari di Palermo, dove ci si dava di gomito con conversari a tema scabroso e incalcando le parole agghindate con citazioni letterarie di rinforzo, cosmopoliticamente, e snobisticamente, in inglese e francese, o assumendo qualche parola dialettale (è il caso di pìriti, o scorregge) per un massimo di spigliatezza fintamente plebea.

 

Sir Sofori Atta alla maniera rococò

 

Non mancano, nel libro, aneddoti o racconti brevi lavorati alla maniera rococò, come preziosi carillon o fiabe musicali: «L’albergo del Mostro in questo momento ospita anche un Re. E precisamente S. M. Sofori Atta, sovrano di un esteso ma ritardatario territorio della Costa d’Avorio. È questi uno dei tanti principìculi che “ruling Britannia” tiene incatenati al suo ferreo tridente e che ogni tanto si compiace rimunerare invitandoli a Londra per fargli ammirare i “bus”, le “chorus girls”, le lepri artificiali e altre dilettose specialità britanniche, pregandoli anche di non dimenticare il numero e l’efficienza delle “tanks”, degli incrociatori e dei velivoli da bombardamento. Ma Sofori Atta, che sembra si sia distinto in locali guerriglie contro tribù sovversive, viene anche per ricevere il titolo di “knight”. Cosicché si legge nei giornali la strana formula “H. M. sir Sofori Atta” “Voi che siete re in Sardagna ed in Pisa cittadini”. È la prima volta che lascia l’Africa e ha dichiarato ai giornali che il vapore l’aveva già impressionato, che il treno l’aveva intimorito, ma che Londra lo ammutoliva. Immagino che dev’essere, quasi, la stessa impressione di chi venga qui direttamente da Palermo. Questo signore, nero come una penna stilografica e di una sottospecie negra particolarmente brutta, è del resto dignitosissimo; e inoltre è il solo sovrano che vada in giro sempre vestito da re, avvolte le grasse membra in un manto di velluto rosso con galloni dorati e fodera di pelame bianco (aggiunta, spero, fatta in omaggio al clima inglese) e su la testa la sua brava corona; l’insieme tuttavia è un po’ sciupato dalle grosse scarpe gialle e da un grosso sigaro che tiene perpetuamente in bocca. Il Mostro lo incontra spesso nei corridoi seguito da un ragazzino che porta (con disinvoltura) uno scettro (naturalmente in avorio); e S. M. risponde con grande benevolenza agli inchini del Mostro e sorride esponendo una incredibile superficie di denti (d’avorio anche loro) forse immaginando (come Valéry) la “future fumée” del Mostro arrostito»; «Questa sera si balla all’ambasciata di Francia. In cima alla scala l’Ambasciatrice riceve gli ospiti. Secoli a decine sono passati sul suo corpo, avvolto in una esigua tunica color risotto alla milanese, e ognuno vi ha lasciato la sua traccia: il XVIII la sua cipria, il XIX la sua anemia, il XX le deformazioni degli “sports” tardivi e mal’intesi. Di sotto il cameriere tambureggia nomi: “His Highness the Prince von Bismarck”, un omiciattolo mingherlino e occhialuto assai lontano dalla possa taurina  del tremendo nonno; “The Count and the Countess von Blüker”;  “His Grace the duke of Wellington”: grave terzetto di nomi che il Destino ironico aduna, un dopo l’altro, sotto il tetto francese. Striminziti e domati i disastri nazionali della Francia  baciano la pompa ossuta. Sua Eccellenza sorride dietro la barba; cerca disperatamente un’arguzia che sia nello stesso tempo piena di bonomia, di profondità e di dignità; invoca la perfezione del maestro Talleyrand; non la trova; tossisce. Nella sala da ballo, sotto gli stucchi georgiani, lo “jazz” infierisce. Dalla parete Luigi XIV, irrimpiazzabile re di Francia, nell’ermellino e nell’azzurro del manto si guarda bene dal sorridere. Il Mostro contempla le “silver arms” di Belinda. Più tardi, Belinda al suo braccio, scende la scala per recarsi a cena; la folla dei satolli che risalgono guardano con disprezzo quella degli affamati che discendono. Poi, sotto la parca luce degli “abat-jours”, il Mostro è costretto a mischiare l’opposta delizia delle aragoste cardinalizie e degli occhi cesî di Belinda, mentre sarebbe tanto dolce gustarle in separata sede. Belinda, col delizioso candore britannico, dice stupidaggini che la sua bocca di perfetto taglio rende  più preziose della saggezza di Budda. Il Mostro cerca di non eccitarsi troppo; non ci riesce e, come Sua Eccellenza, tossisce».

 

Da Wodehouse a Yourcenar

 

Tomasi di Lampedusa aveva respirato l’aroma clinico dei romanzi di Wodehouse. E, nel «romanzo di un turista», si diverte alle spalle della goffaggine di Lucio Piccolo trattato con un umorismo fatuamente viscido che lo porta a imbastire barocchi scandali omosessuali che coinvolgono scaricatori di porto e, oltre a Lucio, Fulco della Verdura: quel Fulco, grazie al quale, molto più tardi, nel 1953, Tomasi scoprirà le Mémoires d’Hadrien di Marguerite Yourcenar che, abitate dal profilo della morte, saranno per lui un punto di riferimento costante negli anni di scrittura del Gattopardo.

 

Gattopardi e sciacalletti

 

Una furia cupa invade talvolta la prosa delle lettere del Viaggio in Europa, e introduce i lemmi più truci dello squadrismo fascista. Proprio ad apertura di libro, nella lettera del 27 luglio del 1925, compare la parola «strigliata» che evoca la ripulitura energica degli animali governati a colpi di striglia; e di «nettezza e di spazzatura politica» si parla qui; e della «delicata voluttà» provata da Tomasi per la «strigliata», brutale e fatale, data a Giovanni Amendola. Dietro le sue spalle, Tomasi di Lampedusa sentiva la presenza protettrice di Mussolini; e si eccitava davanti ai colpi dei manganelli, che provvedevano a liberare l’Italia dalla «spazzatura» del bolscevismo. Pensava che bisognasse fare pulizia anche della «grascia» e del «puzzo caprino» degli ebrei. Il lezzo di ghetto lo annusava con fastidio persino nell’arte pittorica. Il Mostro si compiaceva dei «saggissimi Russi» che, a Kauno, avevano cominciato a massacrare gli ebrei.

Con questa infamia, con questo mostruoso errore giovanile, Tomasi dovette fare i conti nel Gattopardo. Nel romanzo farà morire il protagonista, Don Fabrizio, alla fine di luglio del 1883: anticipando di due anni e due mesi la morte del principe astronomo, Giulio Tomasi di Lampedusa, bisnonno dell’autore, che aveva fatto da modello al personaggio letterario. Il trucco delle date servì a far coincidere la morte del Principe con la nascita, a Dovia, frazione di Predappio, del futuro Duce: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni», aveva detto il Principe; «quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene».

 

*Salvatore Silvano Nigro (nato a Carlentini, Siracusa, nel 1946) collabora al domenicale del «Sole 24 Ore». È stato fellow a I Tatti della Harvard University. Ha insegnato a Parigi (alla Sorbonne e a all’École Normale Supérieur), a Tours (Université Rabelais), a New York (New York University), a Bloomington (Indiana University), a Pisa (Scuola Normale Superiore). Insegna attualmente Letteratura italiana al Politecnico di Zurigo, chiamato a occupare la cattedra De Sanctis. Si è occupato di Dante, di novellistica e predicazione nel Quattrocento e Cinquecento, di letteratura e arti figurative nel Cinquecento, della letteratura barocca, di Alessandro Manzoni, delle avanguardie novecentesche, della narrativa contemporanea. Per Sellerio ha curato le opere di Mario Soldati e di Giuseppe Bonaviri; cura, sempre per Sellerio, i romanzi di Andrea Camilleri. Per Adelphi cura gli scritti inediti di Giorgio Manganelli. I suoi libri sono stati tradotti in varie lingue.

 


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