01 ottobre 2018

La lealtà del traduttore di poesia

di Franco Buffoni*

Una svolta traduttologica

 

Per quanto il termine traduttologia non sia ancora uscito dal gergo specialistico in Italia – mentre sono d’uso corrente translation studies nel mondo di lingua inglese, traductologie in Francia e Übersetzungswissenschaft in Germania – è ormai possibile parlare di una ‘svolta’ traduttologica, che ci consente almeno di superare alcuni dei pregiudizi più diffusi sulla traduzione letteraria e, in particolare, sulla traduzione di poesia.

Come aveva già scritto Mattioli nei suoi Studi di poetica e retorica (1982):

 

«È proprio dall’abbandono di ogni posizione normativa che si gioca la possibilità di dare una impostazione nuova ai problemi della traduzione e al loro studio. Non ha nessun interesse continuare a discutere se si possa o non si possa tradurre, partendo dall’idea di traduzione come copia perfetta che per principio non si dà».

Questa svolta è analoga a quella che è avvenuta in campo estetico quando la domanda essenzialistica «che cosa è l’arte?» cambiò in quella fenomenologica «come è l’arte?». E così come la domanda fenomenologica relativa all’arte consentì il recupero pieno delle poetiche, dei generi letterari, della tecnica artistica, del discorso sugli stili ecc., disincagliando la critica dalla alternativa rigida fra poesia e non poesia, allo stesso modo la proposta di considerare la traduzione letteraria in tutta la sua non riducibile complessità sottrae il discorso sulla traduzione all’impasse delle alternative secche, dicotomiche, a cui ci hanno abituati secoli di dibattiti e di teorizzazioni: fedele/infedele, fedele alla lettera/fedele allo spirito; ut orator/ut interpres; traductions des professeur/traduction des poètes, sourciers/ciblistes, target-oriented/source-oriented.

Se si possa o non si possa tradurre poesia, e se si possa o non si possa, o peggio, se sia lecito o meno tentare di “riprodurre” in traduzione lo stile di un autore: queste sono le domande da considerarsi assolutamente superate. Né si può affermare: «qui si deve tradurre così», perché è la complessità dell’esperienza di una persona, di un artista, di un traduttore in toto a essere in gioco. L’importante è che – complessivamente – la traduzione che in quel particolare giorno si è compiuta sia coerente, risponda a un ritmo autentico, possegga un’intonazione profonda.

La teoria della traduzione, abbandonata ogni velleità precettistica, ci aiuta essenzialmente a riflettere su ciò che abbiamo già compiuto nella pratica.

 

Nel cantiere del poeta traduttore

 

Esistono – fondamentalmente – due modi di considerare la traduzione poetica (e, in senso più ampio, la traduzione letteraria): il primo consiste nella ricerca di una grande e alta lingua poetica, anonima per definizione. È il modo a cui solitamente ricorrono i traduttori di poesia, e nei casi più eccellenti si può persino parlare di una poetica di gruppo: si pensi alla grande stagione dell’ermetismo fiorentino, a Bo, Macrì, Baldi, Poggioli, Traverso, traduttori di memorabili pagine di poesia.

L’altro modo, a cui solitamente ricorre il poeta che traduce poesia, mira a valorizzare l’incontro/scontro tra la poetica del traduttore e la poetica del tradotto, con la conseguenza, nei casi più felici, di produrre un testo degno – infine – di entrare nel quaderno di traduzione del poeta-traduttore; quindi di fare parte a tutti gli effetti della sua opera, del canone. In questa seconda ottica, la traduzione letteraria, e più specificamente la traduzione di poesia, consiste anzitutto nel rivivere, da parte del traduttore, l’atto creativo che ha ispirato l’originale, in una condizione che, steinerianamente, prima di essere un esercizio formale, è un’esperienza esistenziale.

 

Il senso profondo del testo

 

Per quanto mi riguarda, l’unico modo che conosco per rapportarmi a un altro poeta è quello di incontrarlo “poieticamente” su un dato testo. Un incontro che fa leva da un lato sull’incastro tra due poetiche (con sempre ben presente nella memoria emotiva la definizione anceschiana: “la riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità, gli ideali”), dall’altro proprio su quel poiein, quel ‘fare’ che indusse gli antichi bardi scozzesi a definirsi Makar, fattori, costruttori.

Un poeta è – insieme – un costruttore e un divoratore di linguaggi, operazioni che tuttavia non può compiere senza avvalersi di un metodo. Il mio – con specifico riferimento al tradurre – principalmente si rifà alla distinzione poundiana tra melopea, logopea e fanopea. In ogni testo che capisco di voler ‘tradurre’ cerco di individuare l’elemento prevalente, quello irrinunciabile: può consistere nell’intarsio ritmico-melodico, o nel pensiero nitidamente formulato, oppure nell’illuminazione, nell’epifania: quel guizzo, che da solo costituisce il senso profondo del testo. In tal modo, so dove posso eventualmente compiere un sacrificio.

 

Il dialogo poietico

 

Mia ferma convinzione è che non di ‘fedeltà’ si dovrebbe parlare bensì di ‘lealtà’. Il termine fedeltà connota guanciali, lenzuola e sotterfugi; il termine lealtà due occhi che fissando altri occhi dichiarano amore ammettendo un momentaneo ‘tradimento’. Sono stato leale alla tua altezza poetica, tradendoti qui e qui e qui: l’ho fatto per restare il più lealmente possibile alla tua altezza. Questo è ciò che dico ogni sera ai poeti vivi e morti coi quali cerco di intessere un dialogo poietico, nel tentativo di realizzare dei testi dotati di vita estetica autonoma e con la consapevolezza di compiere un’azione di ospitalità linguistica ricca di conseguenze – e anche di rischi – sulla mia stessa esistenza.

 

Studenti: tradurre è un’esperienza necessaria e vitale

 

E questo sarebbe opportuno dire agli studenti che ogni giorno, sui banchi di scuola, incontrano testi tradotti – spesso senza nominarne il traduttore – o studiano più lingue che tra loro non entrano in contatto, come se ogni lingua fosse un compartimento stagno, un mondo a sé, che non comunica con le altre o non si contamina. Dovrebbero sapere, gli studenti, che tradurre è un’esperienza necessaria e vitale; che conoscere una o più lingue straniere non è di per sé una prova di intelligenza e che per maturare la coscienza attraverso le lingue occorre praticare, attraverso la traduzione, l’arte dell’incontro, svelando sempre – come ha sottolineato Simone Giusti in un recente libro dedicato anche alla didattica della traduzione – il traduttore e il suo progetto linguistico e culturale, rendendo visibili le differenze tra le opere e le culture, in modo da avvalorare il senso dell’incontro. Tradurre, e leggere traduzioni, per imparare la lealtà (che è preferibile alla fedeltà, e anche all’obbedienza).

 

Riferimenti bibliografici

Buffoni F. (2012), Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni, Marcos y Marcos, Milano.

Buffoni F. (2016), Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti. Nuova edizione accresciuta, Interlinea, Novara.

Giusti S. (2018), Tradurre le opere, leggere le traduzioni, Loescher, Torino.

Mattioli E. (1983), Studi di poetica e retorica, Mucchi, Modena.

Steiner G. (1992), Dopo Babele, trad. it. di R. Bianchi rivista da C. Béguin, Garzanti, Milano (ed. or. 1975).

 

*Franco Buffoni, narratore, poeta e saggista, dirige la rivista sulla teoria e pratica della traduzione poetica «Testo a fronte» e cura i Quaderni italiani di poesia contemporanea. Il suo ultimo libro di poesia è La linea del cielo (Garzanti 2018). Il suo sito internet è www.francobuffoni.it


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