01 ottobre 2018

Nella traduzione di… Recensire romanzi tradotti

di Simona Mambrini*

Accurata, bella, efficace, elegante, fedele, felice, illuminante, impeccabile, intelligente, limpida, meravigliosa, ottima, perfetta, ponderata, puntuale, scorrevole… In rigoroso ordine alfabetico, questi sono solo alcuni degli aggettivi che può capitare di trovare associati alla traduzione quando si legge una recensione riferita alla pubblicazione di un romanzo straniero. Di solito il recensore si limita a una semplice aggettivazione e liquida frettolosamente la questione della traduzione, senza che ne conseguano considerazioni più articolate. (Questo nella migliore delle ipotesi, cioè quando viene segnalato che il romanzo di cui si parla è una traduzione). Spesso, infatti, la recensione di un romanzo tradotto sembra sorvolare sul fatto fondamentale, quanto spesso considerato trascurabile, che il libro che si è letto non è l’originale. Come se Murakami, Tolstoj, Kafka, Pamuk, Saramago, MoYan (per fare solo qualche nome a caso) scrivessero direttamente nella lingua del lettore di arrivo, in tutte le lingue dei lettori di arrivo.

L’errore di fondo consiste nel considerare la traduzione “trasparente” o, paradossalmente, un’assenza auspicata (“un lavoro così ben fatto da non sembrare neppure una traduzione” si legge nella recensione a un romanzo di un autore canadese pubblicato di recente!). Ogni recensione che volesse riconoscere il merito del traduttore dovrebbe dunque esordire: “Nell’invisibile traduzione di…”.

 

Una riscrittura “quantistica”

 

E invece no, quello che il recensore e il lettore hanno in mano non è l’originale, è un’altra cosa, il frutto di un’interpretazione, di un’esecuzione, di una ri-scrittura. La traduzione letteraria non ha a che fare con una lingua denotativa, che designa gli oggetti, ma con una lingua connotativa, piena di risonanze, allusioni, echi e stratificazioni. Per questo una traduzione indirizza sempre a un certo tipo di lettura dell’opera, come fa la critica propriamente detta, perché se il traduttore ha negoziato scegliendo di porre attenzione a certi livelli del testo, ha automaticamente focalizzato su quelli l’attenzione del lettore. Un po’ come avviene nella fisica quantistica, l’osservatore – in questo caso il traduttore – influenza inevitabilmente il comportamento del sistema osservato (il testo). Gli autori di un libro tradotto sono inevitabilmente (almeno) due.

 

Né traditore, né maggiordomo

 

Al contrario, il traduttore viene spesso considerato alla stregua del colpevole (traditore! falsario! impostore!) che, dopo aver commesso il crimine (la traduzione) si dilegua senza lasciare tracce. Oppure, questo servitore di due padroni (il testo di partenza e il testo di arrivo, l’Autore e il Lettore) è il perfetto maggiordomo che bada alla riuscita della performance linguistica: spesso si nota la sua presenza solo se rovescia il carrello (Mark Pellizzotti).

Oppure, più classicamente (Terracini), è visto come un vetro trasparente la cui presenza si tradisce solo se ci sono incrinature o sporcizia. Ma anche tale supposta trasparenza è un’illusione.

Come osserva Claudia Zonghetti, autrice della nuova traduzione in italiano di Anna Karenina:

 

«Per poter essere trasparenti e ininfluenti bisogna essere certi di avere colto in modo univoco ogni piega del testo e ogni più remota intenzione dello scrittore, bisogna essere convinti che a ogni lemma (o binomio o fraseologismo) in un’altra lingua corrisponde un unico e solo altro lemma (o binomio o fraseologismo) nella propria, e bisogna essere sicuri di sapere scegliere senz’ombra di dubbio e di errore quell’unico accoppiamento possibile. Chi traduce non è per nulla trasparente. Chi traduce fa suo (possesso, appropriazione) un testo. Chi traduce osserva, ascolta, studia una scrittura che non gli appartiene, la lascia passare attraverso le proprie competenze e il proprio talento di esploratore di compromessi e la restituisce, poi, a chi legge. E con tutta l’indispensabile, essenziale, imprescindibile lealtà (grazie, Franco Buffoni) allo scrittore, alla scrittura, a stile, registri e linguaggi, sceglierà le parole che lui ritiene giuste fra le parole di cui lui dispone o che lui saprà stanare e mettere in dispensa».

 

Un genere letterario

 

In quanto esperienza di lettura e riattivazione della scrittura, la traduzione riguarda mondi possibili e rappresenta dunque un atto critico nell’interpretazione dell’opera. La svolta negli studi sulla traduzione ha fatto sì che ormai le traduzioni non siano più (soltanto) valutate confrontandole con il testo originale, ma rispetto alla funzione che svolgono nel contesto del sistema letterario della cultura di arrivo. La traduzione andrebbe quindi considerata come un genere letterario, che si inserisce nel sistema testuale di arrivo in funzione di criteri variabili secondo i quali i traduttori fanno le loro scelte.

Perché questo è il paradosso: leggere un romanzo tradotto significa, da parte del lettore, accettare il patto finzionale che gli permette di ritrovarsi in un universo culturale altro, straniero, ma in cui si parla la sua lingua. La traduzione fa parlare il testo venuto da un altro mondo nella lingua materna del lettore, permette un trasferimento linguistico in cui si crea quella famosa “sospensione dell’incredulità”, che nel caso della traduzione non riguarda solo il rapporto tra finzione narrativa e realtà, ma quello tra atto e lingua di scrittura, accettando di far finta che il testo sia stato prodotto nella lingua che legge. Il compito del traduttore è quello di produrre un testo per i lettori che non possono accedere al testo originale. Un “falso d’autore”, come ha efficacemente condensato Daniele Petruccioli. Di conseguenza, “il testo tradotto ha anche un certo grado di autonomia rispetto al testo originale, e si inserisce e circola in una realtà socio-culturale all’interno della quale la maggior parte dei suoi consumatori-lettori non ha accesso al testo originale, pur subendone l’impatto” (Aurelia Martelli).

 

La traduzione è il nostro originale

 

E ancora, Susan Bassnett: “quando leggiamo Thomas Mann oppure Omero, se non conosciamo il tedesco e il greco antico, quello che stiamo leggendo è l’originale attraverso la traduzione, ovvero la traduzione è il nostro originale”.

C’è da auspicarsi, dunque, che le recensioni dei romanzi tradotti si soffermino maggiormente sul processo che ha portato all’elaborazione di quel testo, il solo a disposizione del lettore (che non ha accesso all’originale prodotto dall’autore) e che una critica ragionata della traduzione diventi imprescindibile quando si affrontino questioni di giudizio in merito a un testo. E questo non solo per ciò che riguarda le ritraduzioni o le nuove traduzioni (casi in cui allora tutto il focus viene spostato sull’atto della traduzione), ma per ogni romanzo che prendiamo in mano dove, sotto il nome dell’autore e il titolo, ci sia scritto: traduzione di…

 

Bibliografia

Susan Bassnett, André Lefevere, Constructing Cultures: Essays on Literary Translation, Multilingual Matters, 1998.

Aurelia Martelli, Di che cosa parliamo quando parliamo di approccio scientifico alla traduzione, www.rivistatradurre.it, 11/2013.

Mark Pellizzotti, Why mistranslation matters, www.nytimes.com, 28/07/2018

Daniele Petruccioli, Falsi d’autore, Quodlibet, 2014.

Benvenuto Terracini, Conflitti di lingue e di cultura, Einaudi, 1996.

Claudia Zonghetti, La traduzione trasparente, www.ilsole24ore.com, 24/09/2017

 

*Simona Mambrini traduce dall’inglese e dal francese, soprattutto narrativa. Tra gli autori tradotti: L. Frank Baum, Joyce Carol Oates, Charles Perrault, Antoine de Saint-Exupéry, Georges Simenon, Jules Verne. Ha pubblicato diversi articoli sulla teoria e la pratica della traduzione, collabora con la casa editrice Zanichelli agli aggiornamenti del dizionario francese-italiano Boch ed è autrice di un dizionario bilingue per le scuole medie: Il Primo Zanichelli di francese (2012, nuova edizione 2019). Dal 2004 collabora con la Fiera internazionale del Libro per ragazzi di Bologna e cura il programma annuale di incontri dedicati alla traduzione presso il Centro traduttori nell’ambito della manifestazione fieristica.

 


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