01 ottobre 2018

Il Giappone e la sua letteratura: tradurre una civiltà

di Antonietta Pastore*

Ricordo di aver letto, alcuni decenni fa, un articolo in cui si diceva che la traduzione letteraria aveva più attinenza con l’uso dell’enciclopedia, che con quello del dizionario. All’epoca, pur intuendo il significato dell’affermazione, non potevo comprendere fino a che punto andasse al cuore del problema. Ora che di romanzi e racconti ne ho tradotti tanti, so bene quanto fosse giusta.

 

Le difficoltà tecniche con la lingua

 

Chiunque abbia anche solo una conoscenza approssimativa della lingua giapponese, sa che l’uso del dizionario è indispensabile. Gli ideogrammi − uno dei tre alfabeti con cui la si scrive − sono migliaia, e il traduttore, per quanti ne abbia memorizzati, non potrà mai decifrare tutti quelli che troverà in un testo letterario. Consultare il dizionario degli ideogrammi però non significa cercare un vocabolo basandosi sul suono − se non si conosce un ideogramma, non si sa nemmeno come si pronuncia −, ma un simbolo grafico che rappresenta un’immagine o un'idea. Occorre quindi capire com’è formato, trovare il radicale nell’apposita tabella, andare alla pagina indicata, contare i tratti che accompagnano il radicale... sì, sembra una cosa molto complicata e all’inizio lo è, ma poi l’abitudine sveltisce le operazioni. Una volta compresa la pronuncia e il significato dell’ideogramma, volendo lo si potrà cercare in un dizionario fonetico giapponese-italiano per comprenderne le diverse sfumature, o anche in un dizionario della lingua giapponese a uso dei giapponesi. Queste comunque sono solo difficoltà tecniche che poco per volta si superano, almeno in parte, con la pratica e lo studio.

 

L’esperienza personale sul campo

 

I problemi veri sono altri; perché la conoscenza della lingua non sarebbe sufficiente per tradurre un testo letterario, senza quella della cultura e della società di cui quel testo è espressione. È necessario cioè un insieme di cognizioni che appartengono all’ambito dell’enciclopedia; il che non significa che il traduttore debba avere un sapere enciclopedico, ovviamente, ma deve aver acquisito delle competenze, sul paese dalla cui lingua traduce, che vanno ben al di là del vocabolario. Deve conoscerne la storia, l’arte, la musica, la letteratura, la struttura sociale, le consuetudini... in una parola, la civiltà. Attraverso lo studio, ma anche la propria esperienza personale sul campo. E questo è tanto più vero, quanto più questa civiltà è lontana, estranea ai futuri lettori dell’opera una volta tradotta. Riguardo alla traduzione dal giapponese, cominciamo dagli aspetti più concreti: le abitudini di vita quotidiana, il modo in cui sono costruite le case, il significato che possono prendere le parole nel contesto specifico.

 

Come sedersi e come entrare in quella casa?

 

Il verbo suwaru, ad esempio. Il dizionario ci dice che significa ‘sedersi’. In apparenza, nulla di più semplice. Ma sedersi dove, come? Il senso varierà molto a seconda dell’epoca in cui è ambientato un libro. Nel Giappone di cent’anni fa, le case non erano provviste di sedie e divani, o molto raramente, e suwaru significava inginocchiarsi sui tatami, seduti sui talloni. Perché il lettore italiano abbia una giusta percezione dell’atto compiuto dal personaggio, sarà necessario spiegare in qualche modo questa circostanza, evitando possibilmente di ricorrere a una nota. O prendiamo il verbo agaru - salire. Di solito non presenta problemi di traduzione, ma bisogna sapere che in giapponese non si dice “entrare in casa”, ma “salire in casa”. Questo perché nelle case tradizionali l’ingresso è diviso in due parti: una bassa, e una più alta per accedere alla quale è necessario togliersi le scarpe. Ancora oggi, nei moderni appartamenti dove questo dislivello non esiste quasi più o è solo simbolico, si continua a dire “prego, salga”, per dire “prego, entri”; cosa che in certi casi si presta a confusione, ma una persona che abbia vissuto abbastanza a lungo in Giappone coglierà facilmente quest’accezione del verbo agaru.

 

“Tradurre” il senso gerarchico delle relazioni sociali

 

Dagli aspetti concreti, passiamo ai sentimenti e alle emozioni: comprenderli, e di conseguenza renderli in una traduzione, sarà ancora più complesso. Una formazione accademica specifica costituirà un ottimo aiuto per un traduttore, ma non è indispensabile, e nemmeno sufficiente; chi traduce deve essere in grado di capire senza fraintendimenti i meccanismi della società giapponese, di decodificare le espressioni convenzionali, di percepire i tanti aspetti originali della “mentalità collettiva”, quella che si è venuta formando in secoli di storia e in maggiore o minor misura condiziona i singoli individui. Ad esempio, la società giapponese è estremamente sofisticata, i rapporti fra le persone sottostanno alle rigide regole di una gerarchia di ispirazione confuciana, soprattutto all’interno di un gruppo − che si tratti della famiglia, della scuola, dell’ufficio o l’azienda in cui si lavora. La lingua giapponese ha ovviamente tutti gli strumenti necessari per esprimere questa gerarchia, ma quella italiana no. Occorre quindi compensare questa carenza con uno sforzo inventivo, ma questo non sarà possibile senza una conoscenza diretta delle relazioni sociali e familiari; se non si comprende la natura del rapporto che lega i personaggi di un’opera, come farla comprendere al lettore?

 

Conoscere i loro classici non basta

 

Altra caratteristica dei giapponesi, sono piuttosto reticenti nell’esprimere verbalmente, o gestualmente, i sentimenti e le emozioni. Il che non significa che non li esprimano, ma che lo fanno a modo loro. Ora, per saperne interpretare i codici verbali e gestuali, per afferrare il tono di una risposta, per capire l’atmosfera di un dialogo... insomma, per cogliere tutto ciò che sta alla fonte di una narrazione, occorre aver vissuto nel paese, fra la gente, in una interrelazione quotidiana. Una parola, o addirittura un silenzio, possono avere un significato che a un lettore occidentale sfugge, ed è quindi compito del traduttore farlo percepire. Una leggera critica, un tono un po’ più duro del solito, o al contrario un po’ più affettuoso, prendono nella conversazione di due giapponesi un peso ben più grave di quello che avrebbero tra due italiani, e questo peso è necessario innanzitutto comprenderlo, poi ricrearlo nella traduzione attraverso la scelta di parole ed espressioni più forti. Un equilibrio a volte difficile da trovare, che richiede una certa familiarità con i giapponesi. Lo studio e la lettura di scrittori classici e moderni saranno utili, sì, indispensabili anche, ma non

bastano.

 

Lavoro e piacere

 

Forse si potrà pensare che autori contemporanei come Murakami Haruki o Kirino Natsuo, in questo mondo globalizzato, presentino meno difficoltà di interpretazione, ma in realtà non è così, perché il Giappone ha fatto un’evoluzione molto particolare, ha sviluppato una cultura pop originalissima che non ha corrispettivo in nessun altro paese del mondo. Il linguaggio, e di conseguenza la scrittura, sono andati di pari passo con questo cambiamento di atmosfera, e non sarà solo leggendo che si riuscirà a farsene un’idea. Di nuovo, per mantenersi al passo coi tempi, è necessario frequentare il Giappone e i giapponesi, tenersi al corrente delle ultime tendenze in fatto di cinema, arte, moda, musica...

Un lavoro di aggiornamento costante, dunque, è quello che si richiede a chi traduce. Lavoro impegnativo, che sarà facilitato, però, dalla scelta di autori che siano nelle proprie corde e non obblighino a esplorazioni in campi ostici. In modo che tradurre le loro opere, pur restando sempre una sfida, sia anche un piacere, altro requisito indispensabile a ogni bella traduzione.

 

*Antonietta Pastore è nata a Torino nel 1946. Dopo il diploma di maturità classica, si è laureata in Pedagogia all’Università di Ginevra, dove è stata allieva di Jean Piaget, e ha poi conseguito un master alla Sorbona di Parigi. Negli anni Settanta ha lavorato a Parigi presso il Centre George Pompidou in qualità di assistente alla divulgazione pedagogica. Dal 1977 al 1993 ha vissuto in Giappone, dove è stata visiting professor all’Università di Lingue straniere di Osaka. Nel 1993 è tornata a vivere in Italia e da allora si dedica alla traduzione letteraria e alla scrittura. Ha tradotto opere narrative di numerosi autori giapponesi tra i quali Natsume Soseki, Abe Kobo, Inoue Yasushi, Nakagami Kenji, Ikezawa Natsuki, Kirino Natsuo, Kawakami Hiromi, e gran parte dell’opera di Murakami Haruki. Nel 2017 ha ricevuto il Premio Internazionale Noma per la traduzione dal giapponese. Ha pubblicato con Einaudi Editore il saggio Nel Giappone delle donne (maggio 2004), la raccolta di racconti Leggero il passo sui tatami (marzo 2010), e il romanzo Mia amata Yuriko (gennaio 2016).

 

Immagine: By 663highland [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html), CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/) or CC BY 2.5  (https://creativecommons.org/licenses/by/2.5)], from Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0