01 ottobre 2018

Far tradurre ai ragazzi non parole, ma storie

di Daniele Petruccioli*

In un articolo del 2005 sull’insegnamento della traduzione, la traduttrice e studiosa Rosemary Arrojo racconta un esperimento che faceva con i suoi studenti brasiliani. Li invitava a tradurre un breve testo in inglese, apparentemente un biglietto di ringraziamento di una persona a chi l’aveva ospitata. Dopo, Arrojo rivelava agli studenti che il testo era in realtà una poesia di William Carlos Williams, ne ripristinava la scansione in versi e li invitava a ritradurlo. Come si può immaginare, le scelte traduttive cambiavano in modo radicale.

 

Una questione di identità

 

Questo piccolo aneddoto rivela subito quanto tradurre non sia mai una questione solo di contenuti. Sicuramente non può essere affrontato da un punto di vista esclusivamente linguistico. Tradurre non significa portare un messaggio da qui a lì. Significa soprattutto avere un’opinione su che cos’è quel messaggio, su cosa significa per noi che lo leggiamo e su cosa può significare per chi lo leggerà nella nostra traduzione. Altrimenti viene fuori o una cosa che non c’entra niente (quando va bene) oppure, quando va male, addirittura un’insensatezza – come dimostrano certi risultati esilaranti di Google Translate.

Negli ultimi decenni, studiosi di tutto il mondo hanno faticosamente cominciato a guardare il processo traduttivo come qualcosa di molto più totalizzante di quanto ci si aspetti (dico faticosamente perché una così vasta pratica – che non è ancora una disciplina, o almeno non lo era praticamente fino all’altroieri – comporta una mescolanza di metodi, classificazioni e perfino linguaggi che rischiano di creare confusione). Si è cominciato a capire che tradurre coinvolge problematiche culturali, postcoloniali, di genere e anche creative.

Tradurre vuol dire insomma lasciarsi modificare da qualcosa di fondamentalmente estraneo, per modificarlo a nostra volta. È una questione – paradossalmente – di identità. Inutile dire quanto questo comporti in termini di fatica (del traduttore), generosità (verso il testo da tradurre) e responsabilità (verso chi leggerà il testo tradotto).

 

La traduzione in Italia, oggi

 

Tutto questo però rimane a livello di studi specialistici.

I traduttori – che questi problemi li affrontano ogni giorno – sono spesso ancora vittime del mito dell’«invisibilità» coatta del traduttore, oppure non si fidano degli studiosi, li sentono lontani e vedono se stessi più come artigiani che come importanti operatori culturali. Di conseguenza, quasi non parlano e non scrivono del loro lavoro.

A scuola, spesso anche all’università, e incredibilmente in molte case editrici, tradurre continua a essere considerata un’operazione poco più che meccanica, per compiere la quale basta conoscere un po’ una lingua straniera e scrivere più o meno bene in italiano.

È vero, esistono il sindacato e l’associazione di categoria, nonché un’unione di associazioni a livello europeo. È vero, ci sono riviste che cercano di dare voce a studiosi e traduttori in attività, c’è una residenza per traduttori al centro di Roma, esistono tantissimi corsi specializzati (molti ottimi, purtroppo quasi tutti privati) e di traduzione si parla sempre più spesso sui vari media.

Ma è anche vero che i traduttori italiani, secondo le ultime inchieste di Biblit (qui il testo integrale, qui una sintesi) e dell’Ires, sono pagati malissimo, molto al di sotto della media Ue secondo quest’altro studio europeo. Secondo l’ultimo rapporto Aie, poi, da noi i libri tradotti sono l’11,8% delle pubblicazioni annuali (alla fine del Novecento erano il 25%) e una ricerca della stessa Aie del 2015 evidenziava che più della metà dei libri tradotti nel nostro Paese lo sono dall’inglese e che meno di un decimo lo sono da lingue che non siano inglese, francese, tedesco e spagnolo. Traduttori pagati male, insomma (quindi poco incentivati a far bene), per poche traduzioni da poche lingue e culture.

Bisogna infine aggiungere che il mito del «traduttore invisibile» miete moltissime vittime anche fra i lettori, che continuano a ritenere l’originale «superiore» e il traduttore un fastidioso terzo incomodo, anziché la chiave per aprirci una porta verso altri mondi.

 

Un’operazione non tanto logica quanto analogica

 

La verità è che purtroppo i traduttori sono tollerati a malapena: dagli editori, dai lettori, e perfino da loro stessi, come se fossimo tutti nell’attesa di un qualche algoritmo di traduzione finalmente davvero funzionante capace di spazzare via questo scomodo fattore umano. Quell’algoritmo, però, non esisterà mai a livello di comunicazione profonda, perché tradurre è ciò che facciamo tutti i giorni quando cerchiamo di ascoltare un altro, di capirlo, di metterci nei suoi panni. È un’operazione non tanto logica quanto eminentemente analogica. E profondamente umana. Perciò, se mai quell’algoritmo apparirà, avrà diritto di chiedere che gli vengano riconosciuti i diritti fondamentali dell’Uomo.

Nell’attesa, si continua a tradurre sempre meno e sempre più dalle stesse lingue, e a scegliere i traduttori a seconda di quanto poco si fan pagare e di quanto in fretta consegnano il lavoro. In più, a mano a mano che diventano indipendenti, lasciano la casa dei genitori e magari mettono su famiglia, i traduttori attivi rischiano di non riuscire più a vivere del loro lavoro e spesso cambiano mestiere, col risultato che una quantità di esperienza preziosa va perduta ogni anno. Perciò, se le cose non cambiano, ci ritroveremo con sempre più libri fotocopia, non tanto senza errori (quelli si correggono – almeno si spera – anche in fase di revisione) ma privi di organicità, privi della comprensione dei meccanismi linguistico-culturali profondi, privi di un’intelligenza delle dinamiche letterarie e di soluzioni per trasformarle nel contesto di arrivo. In altre parole: senza peso, senza brillantezza, senza compassione, senza musica e senza fantasia.

Non saprei cosa suggerire perché tutto questo cambi, ma so che deve cominciare dai lettori. Forse una soluzione potrebbe essere smetterla di considerare la traduzione un atto meccanico e puramente linguistico e cominciare a far tradurre ai ragazzi non parole, ma storie. Sono sicuro che comincerebbero a capire.

 

Bibliografia minima

arrojo, Rosemary, «The Ethics of Translation in Contemporary Approaches to Translator Training», in Martha Tennent (a cura di), Training for the New Millennium. Pedagogies for Translation and Interpreting, John Benjamins Publishing Company, Amsterdam 2005, pp. 227-245.

bassnet, Susan, trivedi, Harish (a cura di), Post-Colonial Translation. Theory and Practice, Routledgle, London and New York 1999.

bellos, David, Is That a Fish in Your Ear? Translation and the Meaning of Everything, Faber&Faber, New York 2011.

berman, Antoine, La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontanza, tr. it. Gino Giometti, Quodlibet, Macerata 2003 [La traduction et la lettre ou l’auberge du lointain, Paris 1999].

lefevere, André, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria, tr. it. Silvia Campanini, Utet, Torino 1998 [Translation, Rewriting and the Manipulation of the Literary Fame, London and New York 1992].

nasi, Franco, La malinconia del traduttore, Medusa, Milano 2008.

osimo, Bruno, Manuale del traduttore, Hoepli, Milano 2011.

wechsler, Robert, Performing without a Stage. The Art of Literary Translation, Catbird Press, North Haven 1998.

 

*Daniele Petruccioli è nato e vive a Roma. Traduce da portoghese, francese e inglese. Insegna traduzione dal portoghese alle università di Roma Tor Vergata e Unint. È membro del comitato scientifico della Casa delle traduzioni di Roma. Fra i suoi autori: Dulce Maria Cardoso, Alain Mabanckou, Will Self. Nel 2010 ha vinto il premio «Luciano Bianciardi» per la traduzione letteraria dall’inglese. Ha pubblicato i saggi Falsi d’autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti (Quodlibet 2014) e Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi (La lepre 2017).

 

Immagine: The Invisible Man (1933), regia di J. Whale

 


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