01 ottobre 2018

Da Croce a Eco: un secolo di pensiero sulla traduzione in Italia

di Vincenzo Salerno*

Croce: brutte fedeli o belle infedeli

 

A voler individuare una possibile data d’inizio del dibattito ‘moderno’ in Italia sulla teoria e la pratica della traduzione letteraria non è forse sbagliato rimandare al 1902, anno della prima edizione de l’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e Storia di Benedetto Croce. Con la stessa perentorietà di Dante – che nel Convivio aveva già sostenuto l’incapacità di “trasmutare” la poesia, armonizzata per “legame musaico” – Croce così si esprime in merito all’“impossibile speranza” di poter rendere, con un “equivalente” o con una qualsiasi altra forma di adattamento, l’opera d’arte originale in traduzione: “Ogni traduzione [...] o sminuisce e guasta, ovvero crea una nuova espressione, rimettendo la prima nel crogiuolo e mescolandola con le impressioni personali di colui che si chiama traduttore. Nel primo caso l’espressione resta sempre una, quella dell’originale, essendo l’altra più o meno deficiente, cioè non propriamente espressione: nell’altro saranno sì due, ma di due contenuti diversi. Brutte fedeli o belle infedeli”. Pertanto, anche una buona traduzione deve essere letta nella misura di una “approssimazione” – “la rievocazione che dell’opera originale si sia fatta nello spirito del traduttore” – del testo tradotto; solo in parte capace di riflettere il “valore originario” dell’opera d’arte, potendo tuttavia rivendicare una sua parziale autonomia (allorché garantisca la “traduzione del fatto estetico in fenomeni fisici”).

 

Pirandello: un albero con altre foglie

 

L’anno successivo Giovanni Pascoli, nominato professore di grammatica greca e latina all’università di Pisa, con la prolusione La mia scuola di grammatica in questi termini commenta la sua attività di poeta-traduttore delle due lingue classiche: “Ma che è tradurre? Così domandava poco fa il più geniale dei filologi tedeschi; e rispondeva: “Il di fuori deve divenir nuovo; il di dentro restar com’è. Ogni buona traduzione è mutamento di veste. A dir più preciso, resta l’anima, muta il corpo; la vera traduzione è metempsicosi”. Pascoli non sembra però condividere la distinzione di “corpo” e “anima” a proposito del tradurre – “Mutando corpo, si muta anche anima” – ribadendo, con le parole di Orazio nell’Ars poetica, la più netta differenza tra “traduzione” e “interpretazione” dei classici greco-latini: “l’opera di chi vuol rendere e il pensiero e l’intenzione dello scrittore, e di chi si contenta di esprimere le proposizioni soltanto; di chi vuol far gustare e di chi cerca soltanto di far capire. Quest’ultimo, il fidus interpres, non importa che renda verbum verbo: adoperi quante parole vuole, una per molte, e molte per una; basta che faccia capire ciò che lo straniero dice”. Le riflessioni di Croce e di Pascoli vengono riprese – e sostanzialmente condivise – da Luigi Pirandello nel saggio Illustratori, attori e traduttori, contenuto nel volume Arte e Scienza del 1908. Tutt’e tre le figure, per Pirandello, si confrontano con “un’opera d’arte già espressa”. Nello specifico del traduttore il suo lavoro è paragonabile al trapianto di un albero in un terreno che non è più suo: “sotto il nuovo clima perderà il suo verde e i suoi fiori; per il verde, per le foglie intendiamo le parole native e per fiori quelle grazie particolari della lingua, quell’armonia essenziale di essa, inimitabili. [...] Avremo dunque, sì, trapiantato l’albero, ma costringendolo a vestirsi d’altre foglie, a fiorir d’altri fiori; foglie e fiori che brilleranno e stormiranno altrimenti perché mossi da altra aura ideale: e l’albero nel miglior dei casi, non sarà più quello: nel peggiore, cioè se più ci sforziamo di fargli ritenere del primo rigóglio, più esso apparirà misero e stento”.

 

Gentile: chi legge (nella propria lingua) traduce

 

Nel 1920 Giovanni Gentile – cofondatore, con Croce, della rivista “La Critica” – pubblica un articolo sulla “Rivista di Cultura”, intitolato Il torto e il diritto delle traduzioni. Ancora sulla ‘traccia’ dell’intraducibilità segnata da Croce, Gentile celebra “una vera e propria apoteosi del tradurre” (Domenico Jervolino); di contro valutando positivamente il ruolo di mediazione svolto dal traduttore e connotando, come funzione traduttiva, anche il processo della lettura: “Chi traduce comincia a pensare in un modo, al quale non si arresta; ma lo trasforma, continuando a svolgere, a chiarificare, a rendere sempre più intimo e soggettivo quello che ha cominciato a pensare: e in questo passaggio da un momento all’altro del proprio pensiero, nella sua unica lingua, ha luogo quello che, empiricamente considerando, si dice tradurre, come un passare da una lingua ad un’altra. E non avviene forse il medesimo quando noi leggiamo ciò che è scritto nella nostra stessa lingua, da altri o da noi medesimi?”.

Alla luce della posizione di Gentile altrettanto interessante appare quello che Croce scrive, ventidue anni dopo l’Estetica, ne La poesia (1924). Di nuovo discutendo di traduzione, il filosofo prospetta due differenti opzioni di resa: la prima paventa la possibilità di una versione in italiano, abbastanza ‘affidabile’, di ciò che è scritto in prosa – “meramente prosa”, soprattutto se si tratta di testi tecnico-scientifici oppure di divulgazione filosofica – senza però alcuna pretesa o velleità “estetica”. La seconda riflessione è, invece, specificamente dedicata alla poesia: quando non si conosce la lingua originale di un componimento poetico la traduzione può comunque offrire un valido aiuto – ancora una volta misurato nei termini di “approssimazione” – attraverso il processo primario di comprensione del significato e, ad un livello più elevato, nella trasmissione di quei concetti che il filosofo definisce i “momenti eterni della storia del pensiero”.

 

Gramsci: conoscere criticamente due civiltà

 

Sempre in riferimento all’idea di traduzione crociana – ma muovendo dall’opposta “filosofia della praxis”, poggiata sulle concrete ‘ragioni’ del marxismo e del materialismo storico – andrebbe citato invece questo passo di una lettera del 1932 indirizzata da Antonio Gramsci (che negli anni del carcere fu, “per farsi la mano”, traduttore dal tedesco e dal russo) alla moglie Julka Schucht. Nel testo Gramsci la esorta ad essere “traduttrice dall’italiano sempre più qualificata”, elencando poi le molteplici competenze indispensabili per la pratica della traduzione: “non solo la capacità elementare e primitiva di tradurre la prosa della corrispondenza commerciale o di altre manifestazioni letterarie che si possono riassumere nel tipo di prosa giornalistica, ma la capacità di tradurre qualsiasi autore, sia letterato, o politico, o storico o filosofo, dalle origini ad oggi, e quindi l’apprendimento dei linguaggi specializzati e scientifici e dei significati delle parole tecniche secondo i diversi tempi. E ancora non basta: un traduttore qualificato dovrebbe essere in grado non solo di tradurre letteralmente, ma di tradurre i termini, anche concettuali, di una determinata cultura nazionale nei termini di un’altra cultura nazionale, cioè un tale traduttore dovrebbe conoscere criticamente due civiltà ed essere in grado di far conoscere l’una all’altra servendosi del linguaggio storicamente determinato di quella civiltà alla quale fornisce il materiale d’informazione”.

 

Gli anni Trenta e la prosa d’arte

 

Dagli anni Trenta agli anni Cinquanta e oltre – perdurando, anche in letteratura, il dibattito tra idealismo crociano e marxismo – non si interrompe l’esercizio pratico dei tanti poeti-traduttori italiani che si concretizza in versioni sempre sorrette “da principi estetici”, a testimonianza degli “interessi anche allo stile e alla creatività” (Raffaella Bertazzoli) di chi traduce. Indicative di tale atteggiamento potrebbero essere, ad esempio, le traduzioni poetiche (prevalentemente dal francese, dall’inglese e dallo spagnolo) di Giuseppe Ungaretti; le versioni, da lingue antiche e moderne, di Salvatore Quasimodo; oppure gli “esercizi di resa” di Giovanna Bemporard: traduzioni dei poemi indiani del Veda e dei classici greco-latini, dal francese e dal tedesco, aggiunte i versi delle sue poesie. A cavallo delle due guerre, si traduce anche molta letteratura straniera: la “prosa d’arte” è l’opzione di resa privilegiata, soprattutto per i romanzi, da editori già affermati quali Mondadori, Sonzogno, Treves; le scelte degli autori tradotti sembrano però rimandare, in prevalenza, ad implicazioni ideologiche che avrebbero trovato terreno fertile nel ventennio fascista. L’editore Gian Dàuli – fondatore della Modernissima e della sua collezione “Scrittori di tutto il mondo” – nella nota del ’29 alla traduzione integrale al Sosia di Dostoevskij (edito per i tipi della Delta di Milano) sosteneva di aver optato per “[...] gli autori più significativi, le opere più interessanti e più dense di valori spirituali, offerte al pubblico in dignitose traduzioni integrali che accostano efficacemente e con aderente immediatezza, il nostro spirito latino e la nostra sensibilità a quella di artisti da noi spesso lontanissimi per tradizioni, per cultura e per razza”. Ancora più esplicito Cesare Pavese – in una lettera del 1937 – commentando la sua ‘prassi’ traduttiva del romanzo Big Money di Dos Passos: “Ho seguito scrupolosamente i consigli del Ministero cioè inglesizzato i nomi italiani, lasciato cadere gli accenni a Lenin e sovietici, cancellato e sostituito un accenno al fascismo, taciuto o tradotto con dignità wop e dago […] come non segnalato dal Ministero nel dattiloscritto che serbo gelosamente a mia eventuale giustificazione”.

 

I prosatori-traduttori e i poeti-traduttori

 

La figura del prosatore-traduttore – in molti casi anche prezioso collaboratore della casa editrice per cui pubblica – continua ad essere ben riconoscibile anche nel dopoguerra. Basti citare, in tal senso, i nomi di Vittorini e di Calvino, di Bianciardi e di Landolfi (soprattutto per le traduzioni dal russo, tra gli anni ’40 e gli anni ’60). Ritornando allo specifico della poesia, nella seconda metà del Novecento dalla dicotomia teorica ‘fedeltà/infedeltà’ (già cristallizzata nelle riflessioni di Cicerone e di Girolamo, di Lutero e di Dryden) si passa, nella pratica, alle molteplici opzioni – di stile, di genere e anche di contenuto – della dittologia ‘imitazione-ricreazione’. Ancora tenendo bene in mente la ‘traccia’ tradizionale dei poeti-traduttori italiani che Gianfranco Folena aveva fatto partire da Jacopo da Lentini e che si ritrova anche nelle “imitazioni” di Leopardi e di D’Annunzio; e senza però “porre gerarchie di nobiltà”, aveva detto Giorgio Caproni, “tra il mio scrivere in proprio e quell’atto che, comunemente, viene chiamato tradurre”. Sempre più riconoscibile diventa, in questi stessi anni, la linea ‘tradizionale’ dei poeti-traduttori italiani che – anche grazie alle sollecitazioni di editori convinti – abbinano, con ragioni e modalità diverse, l’esercizio delle propria scrittura poetica alla pratica delle “traduzioni d’autore”. Gandolfo Cascio ricorda la collana “Scrittori tradotti da Scrittori” nata per volere di Giulio Einaudi, ottantadue titoli dal 1983 al 2001 contenenti anche i tredici tomi trilingue curati da Valerio Magrelli; oppure i volumi di versioni d’autore pubblicati in “Assonanze” dell’editore SE a partire dal 2011.

 

La traduzione d’autore

 

Un discorso a parte meritano invece, sempre secondo Cascio, “alcuni poeti-traduttori come sono Pasolini, Fortini, Raboni, Caproni, Valduga, Grasso che nella traduzione risolvono delle problematiche estetiche e stilistiche riproposte parimenti nelle proprie opere”. E non sarebbe sbagliato – adducendo un’uguale motivazione traduttiva – aggiungere i nomi di Rebora, Luzi, Bertolucci, Ceronetti e Spaziani. Ancora Su questo stesso ‘scaffale’ – in un arco temporale che dalla seconda metà Novecento arriva alla nostra contemporaneità, e con l’intento di ribadire l’autonomia dell’esercizio della traduzione d’autore – andrebbero infine collocati “i Quaderni di traduzioni di Montale, Caproni, Sereni, Sanguineti, Fenoglio, Giudici, e oggi Buffoni, Deidier, Zuccato”. Anche in ambito accademico – soprattutto a partire dalla metà degli anni ’50 – la pratica (come fatto ‘endogeno’ ai corsi di letteratura dei professori-traduttori) e la teoria della traduzione letteraria trovano una nuova dignità ‘scientifica’ e una maggiore visibilità.

 

Mattioli e il “problema del tradurre”

 

Nel 1951 a Milano Carlo Bo e Silvio Federico Baridon fondano la “Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori” mentre a Bologna – alla ‘scuola’ di Luciano Anceschi e sulle pagine della sua rivista, Il Verri – alla parola “traduzione” di nuovo si accosta il termine “imitazione”: “La parola imitazione, che indica con bell’agio il reciproco aiuto del testo originario e del testo tradotto: e qui gioverebbe rintracciare la storia di un frammento di Saffo espresso da Catullo, e poi da Foscolo, Pascoli, Quasimodo [...] lo sviluppo di una vita di forme, di un sentimento che riscatta la sua remota verità in una poesia infinita delle forme” (Luciano Anceschi). Muovendo dai presupposti dell’estetica fenomenologica del suo ‘maestro’ Anceschi, Emilio Mattioli affronta il “problema del tradurre” superando le “ortodossie dei settori scientifico-disciplinari” e con un approccio critico che non preclude nessuna opzione metodologica delle “scienze umane”. Antonio Lavieri (che è stato allievo di Mattioli ed è oggi presidente della Società Italiana di Traduttologia) ricorda: “Nelle sue lezioni si parlava di Bodmer e Breitinger, Croce e Gentile, ma anche di Saussure, Benjamin, Grassi, Jakobson, Doležel, Kristeva, Apel, Valéry, Nida, Meschonnic, Eliot, Novalis, Steiner, Folena. Di teoria e storia delle traduzioni”.

 

La traduttologia e il superamento di Croce

 

A partire dagli anni ’70 – e anche grazie al contributo di studiosi quali Emilio Mattioli, Agostino Lombardo, Giuseppe E. Sansone, Tullio De Mauro e Gianfranco Folena – sempre maggiore diventa l’attenzione dell’accademia italiana verso quello che Theo Hermans definisce il “nuovo paradigma per lo studio della traduzione letteraria, basato su una teoria globale e una continua ricerca pratica”. E, di fatto, anche in Italia gli studi teorici sulla traduzione – o ‘traduttologia’, intesa come “riflessione che la traduzione fa su se stessa, a partire dal fatto che essa è un’esperienza” (Antoine Berman) – presuppongono il superamento della storica “obiezione pregiudiziale” (Mattioli) circa l’impossibilità di tradurre e l’abbandono, nella terminologia, delle dittologie contrastive “fedele/infedele”, “lettera/senso”; si arricchiscono attraverso il confronto con studiosi stranieri e con nuove “teorie testuali e pragmatiche” (Bertazzoli). Tali possono dirsi gli scritti di Georges Mounin Les Problèmes théoriques de la traduction, (1963), Traductions et traducteurs (1965), Linguistique et traduction, (1976); ed inoltre, i descriptive and theoretical translation studies (e il volume-manifesto Translation Studies, del 1980, di Susan Bassnett), la Polysystem Theory di Itamar Even-Zohar (a sostegno della funzione dialettica della traduzione nel ‘sistema’ letterario), la polarizzazione traduttiva source-oriented e target-oriented (che Bruno Osimo distingue come orientate al “prototesto” e al “metatesto”). Nel 1975 era stato pubblicato After Babel di George Steiner, il cui “punto focale” – la traduzione – viene dibattuto con l’ausilio degli strumenti della poetica, della critica letteraria e della storia delle forme culturali. “Tra l’espressione e l’interpretazione del significato tramite sistemi segnici verbali da un lato, e l’estrema varietà delle lingue umane dall’altro, si trova il campo del linguaggio nel suo insieme” (Steiner).

 

Eco e quel che il traduttore deve sapere

 

Al linguaggio della traduzione – inteso come atto di “mediazione” conseguente ad un processo interpretativo – ha dedicato uno dei suoi ultimi libri Umberto Eco. In Dire quasi la stessa cosa Eco aveva raccolto testi di lezioni seminariali e conferenze tenute – nei venti anni precedenti la pubblicazione del volume (l’edizione è del 2003) – tra gli atenei di Bologna, Oxford e Toronto. Ma il libro continua anche il discorso teorico sui problemi della traduzione che lo studioso aveva iniziato nel 1983 con le riflessioni sulla sua traduzione degli Esercizi di stile di Queneau e successivamente, nel saggio Ricerca della lingua perfetta (1993), ne I limiti dell’interpretazione (1995), e nelle osservazioni a commento della sua traduzione di Sylvie di Nerval (1999). Ma un posto particolare nella bibliografia ‘traduttologica’ di Eco occupa sicuramente il saggio “La traduzione da un punto di vista semiotico” – che apre la raccolta antologica Teorie contemporanee della traduzione curata da Siri Nergaard (1995) – soprattutto per la possibile opzione di resa offerta dalla “semiotica della fedeltà”. Tale scelta metodologica può forse avvicinarsi all’intentio operis esclusivamente in virtù della funzione mediatrice resa dal ’“traduttore-negoziatore” e dalla ricezione del testo da parte del “lettore-modello”. In aggiunta, in Dire quasi la stessa cosa Eco sostiene la “necessità” teorica di aver fatto almeno una di queste tre esperienze pratiche: il controllo di una traduzione altrui; essere traduttore o essere stato tradotto; avere interagito con il proprio traduttore. “Ritengo pertanto che, per fare osservazioni teoriche sul tradurre, non sia inutile aver avuto esperienza attiva o passiva della traduzione. D’altra parte, quando una teoria della traduzione non esisteva ancora, da san Gerolamo al nostro secolo, le uniche osservazioni interessanti in argomento erano state fatte proprio da chi traduceva, e sono noti gli imbarazzi ermeneutici di sant’Agostino, che di traduzioni corrette intendeva parlare, ma avendo limitatissime conoscenze di lingue straniere” (Eco).

 

L’esperienza di Testo a fronte

 

Il 3 marzo del 1988, presso l’Università di Bergamo, Franco Buffoni apriva i lavori del convegno internazionale “La traduzione del testo poetico”. Più di sessanta relatori, italiani e stranieri, discussero il tema da differenti prospettive metodologiche: poeti-traduttori (Mandelbaum, Giudici, Cucchi, Sanguineti, Caproni, Fortini), critici e docenti universitari (Sansone, Mattioli, Brevini, Sabbadini, Fusini, Béguin, Koch) diedero vita ad un dibattito che mise a confronto “i sostenitori di un approccio ermeneutico al testo e i fautori di quello sistemico; tra gli squisiti teorizzatori della nuova disciplina – la traduttologia – e i grandi poeti traduttori, increduli circa la possibilità di ‘dettare norme’; tra filologi e filosofi del tradurre; tra ritmo e metrica”. L’anno successivo gli atti di quel convegno presero forma di volume e, nello stesso anno Buffoni dava vita alla rivista “Testo a fronte”, “semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria” che ha avuto tra i suoi contributors quasi tutti i partecipanti al convegno di Bergamo. Avvicinandosi ai trent’anni di pubblicazione – e con cinquantasei numeri stampati – “Testo a fronte” è la rivista italiana più longeva di traduttologia. Immutata è la struttura dell’indice che seziona il duplice ambito di ricerca (tra teoria e prassi) proposto dal sottotitolo. Le pagine iniziali sono infatti sempre occupate da saggi che dibattono il tema della traduzione letteraria da differenti angolazioni teoriche: comparatistica, filologia e filosofia, linguistica. Nella seconda parte della rivista trovano invece spazio il “quaderno di traduzioni” di testi poetici antichi e moderni e la sezione dedicata alle recensioni di libri d’argomento traduttologico con le segnalazioni di opere tradotte. La longevità di “Testo a fronte” sembra essere la conferma più veritiera dell’attenzione che ancora oggi si presta in Italia allo studio e alla pratica della traduzione letteraria. Ribadendo, a mo’ di citazione conclusiva, quanto Carlo Carena – scrivendo in ricordo di Folena proprio in “Testo a fronte” (n° 20) – aveva estrapolato da Volgarizzare e tradurre: “Nel nostro babelico mondo, semanticamente convergente in rapporto a referenti sempre più planetari, la spinta all’unità culturale, auspicabilmente su base plurilingue [...] avrà la meglio sulla tradizione, la sincronia sulla diacronia, nel grande laboratorio di lingua e di pensiero che la traduzione alimenta”.                    

 

Bibliografia

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Raffaella Bertazzoli, La traduzione: teorie e metodi, Roma, Carocci editore, 2018

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Silvana Borutti, Ute Heidmann, La Babele in cui viviamo. Traduzioni, riscritture, culture, Milano, Bollati Boringhieri, 2012

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Franco Buffoni, Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti, Novara, Interlinea, 2007

Gabriella Catalano, Fabio Scotto, a cura di, La nascita del moderno concetto di traduzione, Roma, Armando Editore, 2001

Anna Dolfi, a cura di, Traduzione e poesia nell’Europa del Novecento, Roma, Bulzoni, 2004

Umberto Eco, I limiti dell’interpretazione, Milano, Bompiani, 1995

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Gianfranco Folena, Volgarizzare e tradurre, Torino, Einaudi, 1991

Giovanna Gallo, Paola Scoletta, La traduzione. Un panorama interdisciplinare, Nardò, Besa, 2005

Domenico Iervolino, Per una filosofia della traduzione, Brescia, Morcelliana, 2008

Emilio Mattioli, Il problema del tradurre (1965-2005), a cura di Antonio Lavieri, Modena, Mucchi Editore, 2017

Franco Nasi, Sulla traduzione letteraria: figure del traduttore, studi sulla traduzione, modi del tradurre, Ravenna, Longo, 2001

Siri Nergaard, a cura di, La teoria della traduzione nella storia, Milano, Bompiani, 1993

Siri Nergaard, a cura di, Teorie contemporanee della traduzione, Milano, Bompiani, 1995

Bruno Osimo, Storia della traduzione, Milano, Hoepli, 2002

Antonio Prete, All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione, Torino, Bollati Boringhieri, 2011

Lorenza Rega, La traduzione letteraria. Aspetti e problemi, Torino, UTET, 2001

«Testo a fronte. Rivista semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria», a cura di Franco Buffoni, Paolo Proietti, Gianni Puglisi, Milano, Marcos y Marcos, 1989-

Giampaolo Vincenzi, Per una teoria della traduzione poetica, Macerata, Edizioni Università Macerata, 2009

 

Sitografia

http://www.francobuffoni.it/testo_a_fronte/rivista_testo_a_fronte.html

http://www.lanotadeltraduttore.it/cosa/

http://www.nuoviargomenti.net/poesie/la-traduzione-dautore/

https://rivistatradurre.it/2013/05/necessita-delle-traduzioni/

http://www.trad.it/

 

*Vincenzo Salerno insegna Letterature comparate e Italiano (L2) presso il Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute dell'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Segretario generale della Società Italiana di traduttologia, è membro del comitato di redazione della rivista «Trame di Letteratura comparata». Le sue ricerche vertono principalmente su questioni di teoria e storia della traduzione letteraria nel mondo classico, nella letteratura italiana e nella letteratura inglese. Fra le sue pubblicazioni più recenti, la traduzione commentata e annotata del Samson Agonistes di John Milton (Bologna, 2013); la cura del volume collettaneo La Parola del Poeta. Tradizione e «ri-mediazione» della Commedia di Dante nella cultura contemporanea (Salerno, 2015); Paraphrase. Ovidio, Teocrito, Omero, Virgilio e Chaucer tradotti da John Dryden (Salerno 2017); Dante. Traduzione, tradizione, intertestualità (Modena 2017).

 

Immagine: By prof. Arnaldo Polacco (1876-1960) (UnknownUnknown source) [Public domain], via Wikimedia Commons

 


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