Tradurre le opere, leggere le traduzioni

 

In questo speciale dedicato alla traduzione letteraria e al possibile impiego della traduzione nelle scuole, Vincenzo Salerno ha tracciato una sintetica storia delle teorie e delle pratiche in Italia negli ultimi cent’anni, a partire dall’idealismo crociano, che per la traduzione indicò la strettoia antinomica “brutta fedele, bella infedele”, fino alla nascita e al consolidarsi degli studi scientifici di traduttologia. Franco Buffoni, creatore della rivista spartiacque “Testo a fronte”, sottolinea nel suo intervento come il passaggio da una concezione “essenzialistica” a una “fenomenologica” dell’arte consentì di lasciarsi alle spalle “secoli di dibattiti e di teorizzazioni: fedele/infedele, fedele alla lettera/fedele allo spirito; ut orator/ut interpres; traductions des professeur/traduction des poètes, sourciers/ciblistes, target-oriented/source-oriented”, permettendo di riflettere sul fatto che “tradurre vuol dire […] lasciarsi modificare da qualcosa di fondamentalmente estraneo, per modificarlo a nostra volta” (Daniele Petruccioli), che “la traduzione riguarda mondi possibili e rappresenta dunque un atto critico nell’interpretazione dell’opera” (Simona Mambrini), e che “la conoscenza della lingua non sarebbe sufficiente per tradurre un testo letterario, senza quella della cultura e della società di cui quel testo è espressione” (Antonietta Pastore). E a scuola, come concepire e sfruttare a fini educativi la ricchezza dei mondi culturali implicati dalla traduzione? Là dove si traduce dal latino o dal greco, scrive Simone Giusti (che ci ha prestato il titolo dello speciale, ripreso da quello di un suo recente saggio edito da Loescher), bisogna liberare la “versione” dalla meccanica grammaticale e attivare nello “studente-traduttore” l’idea che è ricchezza e vita il “tradurre dal latino all’italiano come si traduce dal francese o dal giapponese”, leggendo “un testo per riscriverlo”. In Italia, la riscossa dei traduttori, poco e superficialmente considerati sia dagli editori sia dai lettori, può partire proprio da questi ultimi, sostiene Petruccioli: “Forse una soluzione potrebbe essere smetterla di considerare la traduzione un atto meccanico e puramente linguistico e cominciare a far tradurre ai ragazzi non parole, ma storie. Sono sicuro che comincerebbero a capire”.
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