23 aprile 2018

Perché nelle nostre istituzioni si rema contro la lingua italiana

di Michele A. Cortelazzo*

Il lettore G. A. chiede alla Treccani: «Ho letto che in altre nazioni tipo Francia e Spagna ci sono istituzioni che difendono la lingua nazionale contro le parole straniere, specie quelle inglesi. [...] Qui da noi si fa qualcosa?»

 

Risponde Michele A. Cortelazzo

 

La domanda è espressa con grande cortesia, ma potrebbe essere riformulata in maniera molto più drastica: «perché in Italia si fa così poco per difendere la lingua nazionale contro l’introduzione di parole straniere?». In effetti, basta prendere alcuni casi davvero esemplari, come i corrispondenti francesi e spagnoli per quello che in Italia chiamiamo computer (rispettivamente ordinateur e ordenador, oppure computadora) o governance (rispettivamente gouvernance e gobernanca), per renderci conto che in quelle lingue c’è una maggiore attenzione alla trasformazione di possibili prestiti dall’inglese in parole più coerenti con la storia delle rispettive lingue, sia che si tratti, come nel caso di computer, di introdurre delle parole diverse da quella inglese, sia che si tratti più semplicemente, come nel caso di governance, di optare per l’adattamento dell’anglicismo alle regole fono-morfologiche della lingua ricevente. Un ruolo importante nella politica linguistica di Francia e Spagna l’hanno alcune istituzioni ufficiali, come l’Académie française o la Real Acadèmia Española, che hanno compiti espliciti a proposito della sostituzione degli anglicismi che potrebbero entrare nelle rispettive lingue: prima di tutto attraverso l’inserimento nel Dictionnaire de l’Académie o nel Diccionario de la lengua española dei neologismi di orgine straniera (oppure, nel caso di forestierismi ritenuti inaccettabili, attraverso il non inserimento). Il contributo dell’Académie française si esplica anche collaborando con la Délégation générale à la langue française et aux langues de France, chiamata a operare per il rispetto della Legge Toubon del 1994, relativa all’uso della lingua francese. Entrambe le accademie svolgono pure un’intensa attività di consulenza, anche attraverso il loro sito, per suggerire usi alternativi ai forestierismi.

 

Che cosa fa l’Accademia della Crusca

 

In Italia, l’Accademia della Crusca non ha gli stessi compiti, e gli stessi poteri, delle accademie consorelle. In Italia, a differenza della Francia, non esiste una legge che tuteli la lingua italiana; e da quasi un secolo tra le attività dell’Accademia della Crusca non c’è la redazione di un dizionario ufficiale della lingua italiana. La Crusca si occupa, comunque, di forestierismi all’interno della sua intensa attività di consulenza, rispondendo, da una prospettiva primariamente descrittiva, ai dubbi che le vengono sottoposti dal pubblico e facendo eco all’attività del gruppo Incipit, che da qualche anno si propone di segnalare possibili soluzioni alternative ai forestierismi che, soprattutto in ambito istituzionale, stanno entrando in italiano.

 

Limiti alla legge Toubon

 

Dietro la situazione che si è consolidata in Italia stanno almeno due considerazioni di fondo. La prima è che la lingua non è governabile con atti di imperio: è esperienza generale che obblighi e divieti linguistici hanno un’efficacia molto limitata nel regolare i comportamenti dei parlanti, agenti primari dell’evoluzione della propria lingua. C’è poi una seconda questione, che attiene ai principi: fa parte dell’inalienabile libertà di espressione dell’individuo anche la scelta del lessico con cui esprimersi. Questo principio ha fatto sì che il Consiglio costituzionale della Repubblica francese abbia dichiarato contrarie alla Costituzione alcune delle norme della legge Toubon, sancendo che la legge può normare l’uso linguistico delle istituzioni pubbliche (e delle istituzioni private che svolgono compiti di servizio pubblico), ma non il comportamento linguistico dei privati, comprese le emittenti televisive e radiofoniche.

 

Sensibilizzare i parlanti

 

Per quanto l’introduzione di forestierismi (soprattutto anglismi) in italiano sia in rilevante aumento, è difficile immaginare che si costituiscano in Italia istituzioni deputate a regolare d’imperio il comportamento linguistico, anche solo negli enti pubblici. Chi è preoccupato per l’ingresso di forestierismi nella nostra lingua non può pensare a politiche dirigistiche, utilizzate nell’Italia unita solo nel periodo fascista; piuttosto, può impegnarsi a sensibilizzare i parlanti ad avere un atteggiamento critico nei confronti dei forestierismi, proporre alternative che soprattutto le istituzioni potrebbero far proprie, denunciare le fonti, particolarmente quelle istituzionali, che ricorrono ai forestierismi in misura rilevante e senza fondate necessità. E per fare questo sarebbe opportuno utilizzare i mezzi che al giorno d’oggi garantiscono una comunicazione più efficace (a cominciare dai siti interattivi o dalle reti sociali).

 

Anglicismi nelle leggi italiane

 

Purtroppo, negli ultimi tempi alla storica, e sensata, mancanza di una politica linguistica di tipo dirigista, si è aggiunta una incredibile disattenzione delle più alte istituzioni per l’uso di parole italiane nei testi ufficiali, a cominciare dalle leggi (secondo un processo che Harro Stammerjohan, in una relazione al congresso annuale della Società di Linguistica Italiana (SLI) del 2000, aveva già osservato a proposito della Germania).

Dell’argomento si è occupato il gruppo Incipit nel suo ultimo comunicato, denunciando che la XVII legislatura ha mostrato un’eccessiva propensione per i termini anglicizzanti (stepchild adoption, spending review, jobs act, whistleblower, voluntary disclosure, flat tax, caregiver…): «il bilancio della legislatura sarebbe stato diverso se invece di tali espressioni si fosse parlato, più chiaramente, di adozione del figlio del partner, di revisione della spesa pubblica, di legge sul lavoro, di allertatore civico, di collaborazione volontaria, di tassa forfettaria …? Forse no, ma il cittadino avrebbe indubbiamente beneficiato di maggiore trasparenza. Gli effetti positivi sarebbero ricaduti sulla partecipazione generale al dibattito pubblico, oltre che sulla lingua italiana».

 

Ministero dell’istruzione anglomane

 

Paradossalmente, l’istituzione che pare essere più aliena da qualsiasi attenzione alla lingua italiana è il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Proprio nei giorni scorsi, Rossella Latempa, nell’articolo Il sillabo imprenditoriale del MIUR: “Oggi spieghiamo: il Business Model Canvas”, pubblicato nel sito ROARS, ha denunciato il modello sottostante al sillabo sull’“Educazione all’imprenditorialità” per le scuole superiori pubblicato dal Ministero il 14 marzo.  Il sillabo è illustrato con un massiccio ricorso ai forestierismi, incompatibile con le funzioni di promozione della cultura nazionale che dovrebbero essere proprie di un Ministero dell’Istruzione, in qualsiasi Paese: business model plan e canvas, case histories, design thinking, growth hacking, Hackaton, Innovation e Creativity Camp o Startup bootcamps, lean startup, matchmaking, personal model canvas, policy makers, silent coaching, team building, theory of change (oltre ai più diffusi brainstorming, budget, business plan, crowfunding, fundraising, know-how, leadership, (digital) marketing, mission, problem solving, vision).

Tornando alla domanda del lettore, possiamo concludere che la questione non è tanto perché in Italia non si adottano azioni nei confronti dei forestierismi, come si fa, invece, in altri Paesi, ma perché siano le istituzioni, per prime, a remare contro la lingua italiana.

 

*Michele A. Cortelazzo (Padova, 1952), allievo di Gianfranco Folena, è professore ordinario di Linguistica italiana e direttore della Scuola Galileiana di Studi Superiori dell'Università di Padova. Socio corrispondente dell'Accademia della Crusca, è presidente dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana (ASLI). Il nucleo fondamentale delle sue ricerche riguarda l′italiano contemporaneo, in particolare l'italiano istituzionale (politico, giuridico, amministrativo), quello medico, quello scientifico. In quest’ambito ha pubblicato nel 2016 nella collana curata dall’Editoriale L’Espresso e dall’Accademia della Crusca il libro Il linguaggio della politica. I suoi lavori scientifici più importanti sono stati riuniti in tre raccolte: Lingue speciali. La dimensione verticale (Padova, Unipress, 1990), Italiano d'oggi (Padova, Esedra, 2000), I sentieri della lingua. Saggi sugli usi dell'italiano tra passato e presente (a cura di C. Di Benedetto, S. Ondelli, A. Pezzin, S. Tonellotto, V. Ujcich, M. Viale, Padova, Esedra, 2012). Attualmente si occupa di similarità tra testi e di attribuzione d'autore: in particolare è impegnato a riconoscere le affinità tra le opere di Elena Ferrante e quelle di altri autori contemporanei.

 

Riferimenti essenziali

La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, a cura di Claudio Marazzini e Alessio Petralli, Firenze, goWare, 2015.

Harro Stammerjohann, L’italiano e le altre lingue di fronte all’anglicizzazione, in Italia linguistica anno Mille. Italia linguistica anno Duemila. Atti del XXXIV congresso internazionale di studi della Società di Linguistica Italiana (SLI), Firenze, 19-21 ottobre 2000, a cura di Nicoletta Maraschio e Teresa Pggi Salani, Roma, Bulzoni, 2003, pp. 77-101.

 

 

Immagine: Di Sailko [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], da Wikimedia Commons


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