06 maggio 2019

Vogliamo davvero impoverire l’italiano (e imbastardire l’inglese)?

di Francesca Rosati*

Ho tracciato l’orientamento di queste brevi riflessioni sulla scia di una domanda posta con toni tra il perplesso e il preoccupato da un bimbo di non ancora nove anni al ritorno da scuola: “Ma è vero che tra qualche anno non parleremo più l’italiano ma solo l’inglese?”. Premesso che il bimbo in questione è alle prese con le sue primissime esperienze nell’ambito del CLIL (Content and Language Integrated Learning) – quella metodologia, cioè, che prevede l’insegnamento di contenuti disciplinari in una lingua straniera, nella fattispecie operazioni di matematica a livello di terza elementare in inglese – non è certo facile spiegare il panorama geolinguistico contemporaneo e i condizionamenti imposti alla normale evoluzione di una lingua non solo dall’inevitabile contatto con altre lingue ma anche da forze esterne legate alla politica, all’economia e alla finanza internazionali. Tuttavia, al termine di una spiegazione più o meno semplificata del problema e alla mia controdomanda: “Tu che ne pensi?”, è arrivata la seguente risposta, decisa e lapidaria: “L’inglese si può studiare e si può imparare a parlarlo, ma non può sostituire l’italiano perché l’italiano è la nostra lingua madre”. “Ho detto tutto!”, avrebbe concluso Peppino De Filippo nel celebre film Totò, Peppino e la … malafemmena.

 

Il catalogo è questo

 

Più o meno contemporaneamente a questo scambio di battute, leggevo l’osservazione esasperata di un’amica su Facebook che lamentava: “possibile che in tv continuino ad usare parole inglesi senza andare a vedere la pronuncia corretta? Eppure ci vuole così poco …”. La parola ‘incriminata’ era endurance /ɪnˈdjʊərəns/ ma personalmente potrei aggiungere management /ˈmænɪdʒmənt/, performance /pəˈfɔːməns, surplus /ˈsɜːpləs/ – esempi di parole prese in prestito non adattato dall’inglese che, nonostante abbiano precise corrispondenze in italiano, ormai fanno parte stabilmente del nostro lessico ma che, in virtù del fatto che sono tornate a noi attraverso il francese, vengono regolarmente pronunciate con l’accento sbagliato.

In questi giorni ho raccolto una serie impressionante di parole ed espressioni inglesi, spesso intere frasi, da pubblicità, programmi televisivi, quotidiani e riviste in ambito sportivo, economico-finanziario e politico, e devo dire che ne ho registrato un ab/uso tale che, se da un lato mi ha divertita, dall’altro mi ha suscitato qualche perplessità. Ne riporto qui di seguito alcune (corsivi miei), scelte tra quelle più recenti ed eclatanti, in ambito pubblicitario:

1. Regalati un veloce break e uno switch off dallo stress quotidiano. Nel centro storico di XXXX ti aspetta una Wellness Spa intima e suggestiva […] Scopri i nostri servizi in Day Use

2. Il "Day Use Hotel" è una formula che sta spopolando anche in Italia per una ragione semplice: funziona!

3. Il dress code per la cerimonia si fa easy: abiti leggeri e tute […] sono il nuovo must della stagione dei party. Trova il look per le tue occasioni speciali online […]

4. […] vi presentiamo UPTOWN: il distretto più green e smart d’Italia

5. 7 notti mezza pensione in eccellente Resort&Spa 5* […]

6. XXXX è da sempre main sponsor dell’evento

7. Affrettati! Il nostro Temporary Store in XXXX a XXXX sarà presente ancora per pochi giorni

8. Le migliori marche di make-up, cosmetica, integratori, farmaci da banco e molto altro

9. XXXX è un nuovo brand italiano dei profumi

10. Classe energetica A3, Roof Garden e Sala Fitness

11. Quale fra le cinque gamme MOST LOVED di XXXX vorresti provare?

12. Scopri uno dei più grandi store d’Italia … il nostro outlet … il nostro outfit of the day

e altre, selezionate dalla stampa sportiva:

13. “Nicolove” (Il Romanista, 14/2/2019)

14. “Icarday” (La Gazzetta dello Sport, 22/3/2019)

15. “YES WE KEAN. La baby Italia c’è” (La Gazzetta dello Sport, 24/3/2019)

16. “YES WE KEAN. L’Italia riparte da un millennial che alimenta eurosperanze” (Corriere dello Sport, 24/3/2019)

17. “TO BE CONTINUED” (Il Romanista, 8/4/2019)

18. “Elshow” (Il Romanista, 15/4/2019)

Devo dire che trovo interessanti le numero 13, 14 e 17, dal momento che il giornalista è riuscito a creare una “miscela” ibrida particolarmente efficace che sarebbe stata impossibile nei primi due casi con gli equivalenti italiani e meno di impatto nel terzo. Nel caso di “Yes We Kean”, dove è evidente la riproposizione in chiave calcistica dello slogan che, nel 2008, fu il leit-motiv della corsa alla Casa Bianca di Barack Obama, c’è tuttavia da osservare che il richiamo all’originale “yes we can” è possibile solo grazie al fatto che il calciatore è di origine ivoriana e che, di conseguenza, il cognome Kean vada pronunciato in francese /ˈkɛn/. In tutti gli altri esempi sopra riportati gli anglicismi sono francamente inutili, spesso ridicoli, e si sarebbe raggiunto lo stesso scopo – catturare l’attenzione del lettore o del consumatore – utilizzando gli equivalenti italiani.

 

La responsabilità delle istituzioni e dei media

 

D’altra parte il calcio è in piena era del VAR (Video Assistant Referee), del fair play non più solo in campo ma anche finanziario e della Goal-Line Technology; in politica è tornata in auge la flat tax, insieme agli onnipresenti governance, spending review e spread, a navigator e a quel revenge porn su cui ha dissertato di recente Michele Cortelazzo (2019); “il Premier Conte” si alterna a “il Presidente [del Consiglio] Conte”, mentre no-vax (un falso anglicismo quest’ultimo, perché in inglese si dice anti-vaxer) ha ceduto un po’ il passo sulla stampa e nelle TV italiane vista la carenza di notizie in tal senso. È sufficiente aprire il sito di MilanoFinanza (edizione web del 25/4/2019):

a. L'indice Ftse Mib è l'unico in territorio positivo in Ue, anche se lo spread Btp/Bund va verso 270 punti. Per gli economisti è troppo presto per trasformare l'outlook negativo di S&P in un downgrade.

b. Gli analisti di Rbc Capital Markets hanno individuato i titoli con il maggior potenziale di rialzo nel 2019. Ecco chi ha un total return che può arrivare al 65%

c. Deutsche Bank e Commerzbank hanno interrotto le trattative di fusione. I sogni del Governo tedesco, che sperava di dare vita a un colosso bancario per evitare tentativi di acquisto e scalate dall'estero, sono quindi andati in frantumi. I pretendenti non mancano da Unicredit a Ing, Bnp Paribas e Standander. Ipotesi bad bank per Deutsche Bank

d. Il memorandum of understanding sancisce la volontà di giungere in tempi brevi al rinnovo per i prossimi anni del contratto di fornitura di gas e degli accordi relativi al trasporto attraverso il gasdotto che attraversa il Mar Mediterraneo. Titolo in calo in borsa nonostante il rialzo del greggio e la raffica di buy dopo la trimestrale

e. Rbc, focus sulle utility europee. Gli analisti di Rbc Capital Markets hanno selezionato le utility da comprare e quelle da vendere sui listini europei. Rating e prezzi obiettivo a confronto

f. Société Générale, 5 buy e 5 sell in Europa

o quello del Sole24Ore (edizione web del 25/4/2019):

g. Crack bancari

h. Facebook, sei nuovi impianti solari per alimentare data center

i. La scommessa (impossibile) della spending review

j. Voto di Midterm negli USA, ecco chi sono i volti nuovi

k. Kim partito per la Russia, summit con Putin

l. Spread, i fattori che potranno farlo scendere (o salire) nei prossimi mesi

m. Robotaxi, ecco i concept e i prototipi dei veicoli del futuro

n. Facebook, rally del 34% da Natale. Market cap da 140 miliardi

per verificare come e quanto la stampa economico-finanziaria pulluli di parole ed espressioni inglesi (corsivi miei) anche quando si potrebbero benissimo evitare usando le versioni equivalenti italiane – il caso di Belt and Road Initiative che da noi è “la nuova Via della Seta” docet.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito ma, nel tirare le somme, direi che forse stiamo sì esagerando ma anche che quella che appare come una pervasività incontrollata della lingua inglese – non voglio usare il termine invadenza – nei molteplici strati dell’italiano, dal linguaggio quotidiano ai numerosi linguaggi settoriali, può (e deve!) essere arginata: l’italiano va riportato su quella retta via che ha smarrito per la pigrizia e l’inerzia delle istituzioni e dei mezzi di comunicazione di massa dell’era contemporanea, perché è ‘figo’ (cool) parlare/scrivere in inglese anche quando non lo si sa fare; deve riscoprire se stesso e la sua capacità endogena di coniare nuovi termini, magari anche attribuendo significati nuovi e/o diversi a parole/espressioni preesistenti e cadute in disuso, per dare il nome a nuovi fenomeni e a nuovi eventi (in questo modo si potrebbe anche tornare ad usare l’atavico “albergo/hotel diurno” senza dare a tale espressione nessuna connotazione ambigua o dispregiativa). È troppo facile appoggiarsi ad un’altra lingua e vivere di rendita, in questo modo si rischia di impoverire il lessico settoriale e non di una lingua di cui ho già ricordato altrove gli illustri natali (Rosati, 2018b).

 

Navigator senza rotta?

 

È vero che, a differenza di altre realtà, lo status di lingua ufficiale dell’italiano non è sancito dalla nostra Costituzione ma è tale solo grazie allo Statuto di Autonomia della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige (DPR 670 del 31 agosto 1972), che fortunatamente ha valore di legge costituzionale e dove, all’articolo 99, è scritto che la linguaitaliana […] è la lingua ufficiale dello Stato”. Anche le istituzioni, quindi, devono fare la loro parte, ricominciando a chiamare le leggi con il loro nome e non act(s), sulla falsariga di una nomenclatura angloamericana che non ci appartiene; downgrade con declassamento; flat tax con tassa o imposta piatta; l’ormai stabilizzato ticket (altro falso anglicismo, giacché in inglese la parola esiste ma non nell’accezione con cui lo usiamo noi) con imposta sui servizi sanitari o sui medicinali; memorandum of understanding con protocollo di intesa; outlook con previsioni, prospettive; rating con classificazione; road map con piano d’azione; spending review con revisione di spesa; il famigerato spread con differenziale, differenza di rendimento;  start-up (anche nella variante ortografica startup) con impresa di nuova costituzione;  summit con incontro al vertice, e così via. Lo stesso navigator, così attuale di questi tempi, potrebbe essere affiancato, se non sostituito, da una locuzione certo più lunga e probabilmente meno efficace, come ad esempio “figura professionale per assistenza tecnica ai centri per l'impiego nella guida dei beneficiari del reddito di cittadinanza nella ricerca di un lavoro”, ma che perlomeno spiega ‘in chiaro’ di cosa si tratta. Perché, siamo sempre lì: navigator è una parola che in inglese esiste ma certo non con il significato che gli abbiamo attribuito. Il rischio che si corre, infatti, non è solo quello gravissimo di impoverire l’italiano ma anche quello di imbastardire l’inglese (cito su tutti un improbabile hashtag letto tempo fa su Instagram: #uncle&grandson; e know-how, al posto del quale si può usare benissimo “competenze”, inspiegabilmente diventato ‘know out’ in un’email ufficiale): non sono d’accordo con chi, forse in maniera solo provocatoria, propone sia di scrivere gli anglicismi così come si leggono sia di pronunciarli all’italiana (Zoppetti, 2019), perché i tratti identitari di ognuna delle due lingue vanno salvaguardati così come va salvaguardato e distinto il loro ruolo all’interno della comunità.

 

A ciascuna (lingua) il suo

 

Pertanto, riallacciandomi alla conversazione che ha fatto da incipit a questo intervento, ripropongo qui un’interessante e fondamentale distinzione tra “languages of identification” e “languages of communication” (Hüllen, 1992; House, 2003): la L1 di una comunità, l’italiano nel nostro caso, deve fungere da strumento di identità nazionale, mentre l’inglese come L2 assolve la funzione più pragmatica di consentire la comunicazione con parlanti altre L1. Dal momento che queste due tipologie linguistiche sono connesse ciascuna con una funzione diversa, non devono trovarsi in competizione con il rischio che l’una fagociti l’altra ma possono, piuttosto, coesistere fianco a fianco senza invadere i rispettivi domini. Fermo restando quindi il ruolo dell’inglese come ‘lingua franca’ su scala mondiale in questo momento storico, la lingua inglese che auspicabilmente si studia nella scuola italiana per tredici anni dalle primarie alle superiori, quella nota come EFL (English as a Foreign Language), se vista nel ruolo corretto di lingua della comunicazione, non costituisce una minaccia per nessuna delle varie lingue nazionali europee che, invece, sono e restano le lingue dell’identità nazionale.

 

 

Biblio/Webgrafia di riferimento

Cortelazzo Michele, 2019: Le parole della neopolitica – Revenge Porn, www.treccani.it

House Juliane, 2003: “English as a Lingua Franca. A Threat to Multilingualism?”, in Journal of Sociolinguistics, 7(4), 556-578.

Hüllen Werner, 1992: “Identifikationssprachen und Kommunikationssprachen”, in Zeitschrift für Germanistische Linguistik, 20, 298-317.

Mura Davide, 2017: “La lingua italiana in Costituzione? Non c’è e può essere un problema”, www.primoarticolo.it

Rosati Francesca, 2018a: Economia, banche, finanza; l’inglese e l’italiano www.treccani.it

Rosati Francesca, 2018b: Inglese e italiano nei linguaggi scientifici, www.treccani.it

Totò, Peppino e la … Malafemmena, 1956: regia di Camillo Mastrocinque

Vaccarelli Francesca, 2019: “Miscele” inglesi (e italiane) per formare nuove parole, www.treccani.it

Zoppetti Antonio, 2019: Anglicismi e neologismi, diciamoloinitaliano.wordpress.com

www.corrieredellosport.it

www.gazzetta.it

www.ilromanista.eu

www.miur.gov.it/clil

www.ilsole24ore.com

www.milanofinanza.it

www.money.it/

www.oxfordlearnersdictionaries.com

 

 

*Francesca Rosati è professore associato di “Lingua e Traduzione – Lingua Inglese” presso la Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di Teramo. Il suo ambito di ricerca principale è la linguistica inglese, con particolare riferimento ai Domain-Specific Englishes e ai processi di word-formation – con l’ausilio degli strumenti elettronici della Corpus Linguistics. Si occupa, inoltre, di varieties of English (in particolare Canadian English, South African English e EuroEnglish), nonché di multilinguismo e politiche linguistiche nei Paesi anglofoni (Sud Africa, Ghana, Canada, India). Il filone di ricerca permanente riguarda gli anglicismi in uso nella lingua italiana di settore, con particolare riferimento agli ambiti economico-finanziario, turistico e, più di recente, medico-bio-veterinario, nonché alle problematiche connesse al fenomeno del language contact. Un altro campo di ricerca è rappresentato dagli aspetti lessicali e traduttivi della letteratura africana e canadese in lingua inglese.

 

Immagine: Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano

 

Crediti immagine: Goldmund100 at it.wikipedia [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0