14 maggio 2014

Gianni Rodari: un classico del Novecento

di Lucinda Spera*
 
Molto è stato detto e scritto su Gianni Rodari (Omegna, 1920 – Roma, 1979) – autore di libri per bambini, di testi teatrali e di programmi televisivi, pedagogo, maestro elementare, giornalista dell’«Unità» e di «Paese sera», direttore di riviste – tanto che il nucleo più autentico e innovativo della sua opera sembra oggi quasi schiacciato dall’immagine stereotipata delineata dalla fama. Eppure la sua trentennale esperienza di autore per l’infanzia – nota in tutto il mondo – presenta (fortunatamente, si potrebbe dire) ancora nodi irrisolti. Un modo per rendere un omaggio non formale al nostro più grande scrittore per bambini del Novecento può essere dunque quello di evidenziare l’unicità del suo stile e dei suoi presupposti: tra questi ultimi c’è un’idea di non subalternità dell’infanzia che implica, fondamentalmente, la fiducia nella disponibilità e nella capacità dei bambini a impegnarsi nelle cose grandi.
 
«La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi»
 
Nel discorso pronunciato nel 1970, in occasione del conferimento del prestigioso Premio Andersen, Rodari disse: «Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire ad educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo…». È da queste premesse che nasce la Grammatica della fantasia (1973), il libro nel quale egli porta a maturazione e fissa per intere generazioni di insegnanti le basi teoriche di una didattica fondata sul connubio tra creatività e ragione. È stato evidenziato da alcuni studiosi il pericolo insito nel considerare questo saggio come la chiave per entrare nel laboratorio di scrittura dei suoi libri per bambini e ragazzi, in verità frutto di un approccio più immediato con la creazione fantastica di quanto si sia ritenuto per lungo tempo (nonostante l’utilizzo di tecniche retoriche e narrative derivanti dalla poesia popolare, dal futurismo, persino dal surrealismo); altrettanto riduttivo è poi interpretarlo quale teorizzazione di libri-giocattolo che nascono senza una precisa morale: strumenti in grado di stimolare la fantasia dei bambini e di impegnare la loro personalità, i libri di Rodari nascono infatti da una precisa formazione culturale tesa alla condivisione di principi e di valori imprescindibili. Quanto alle matrici letterarie della sua scrittura, Alberto Asor Rosa ha scritto che per lui la fiaba è «il mondo degli infiniti possibili: un mondo cioè in cui il paradosso, il rovesciamento, l’estraniazione, l’inverosimile non hanno neanche il bisogno di esser recuperati attraverso il gioco linguistico»: la fiaba, insomma, come «un destino di possibile libertà» praticata dai protagonisti.
 
«Ogni libro per ragazzi è un libro impegnato»
 
I temi affrontati da Rodari nelle sue filastrocche e poesie sono molto vari, sempre fortemente connessi alla realtà. Tra questi il mondo dei mestieri, il viaggio, gli animali, la solidarietà, la pace, proposti senza inutili patetismi:
 
O cenciaiolo, che hai nel sacco?
«una scarpa senza tacco,
un vecchio abito da sera
con più buchi del groviera […].
E in fondo in fondo, col naso per terra,
un ministro della guerra. »
(Stracci!stracci! in Filastrocche in cielo e in terra, 1972)
 
Come è evidente, la tecnica di accumulazione viene qui giocata sulla minorazione degli oggetti piuttosto che sulle suffissazioni tanto care alla poesia per bambini, mentre l’abbassamento del ruolo del ministro deriva più dall’impoverimento del contesto che da patetici inviti alla fratellanza.
Pur partendo dalla realtà del mondo contemporaneo, Rodari inventa personaggi in grado di esprimere fantasie e sentimenti di sicura presa sul pubblico infantile, inserendoli all’interno di situazioni umoristiche o, come nei versi che seguono, paradossali:
 
Con te la luna è buona,
mia savia bambina:
se cammini, cammina
e se ti fermi tu
si ferma anche la luna
ubbidiente lassù.
 
È un piccolo cane bianco
che tu tieni al guinzaglio,
è un docile palloncino
che tieni per il filo:
andando a dormire lo leghi al cuscino,
la luna tutta notte
sta appesa sul tuo lettino .
(La luna al guinzaglio, in Filastrocche in cielo e in terra, 1972)
 
Questa operazione di rinnovamento prevede anche il sapiente capovolgimento dei luoghi comuni della letteratura per l’infanzia, tra cui il mito del contentarsi di quello che si ha, del proprio ruolo:
 
Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
Che il più bel canto non vende, regala .
(Alla formica in Filastrocche in cielo e in terra, 1972)
 
Anche la saggezza dei proverbi viene rovesciata in un gioco che tende a rifiutare l’individualismo a favore della condivisione:
 
Dice un proverbio dei tempi andati:
«Meglio soli che male accompagnati».
Io ne so uno che più bello assai:
«In compagnia lontano vai» (Proverbi, in Il libro degli errori, 1964)
 
Per Rodari le parole sono al tempo stesso vincoli che impediscono di leggere dietro le facciate e strumenti di libertà in grado di scompaginare ogni convenzione. È per questo che l’incomunicabilità tra la cultura degli adulti e quella dei bambini è fondamentalmente legata a un conflitto tra i loro linguaggi:
 
Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
Vidi salire un uomo con un orecchio acerbo […].
È un orecchio bambino, mi serve per capire
Le voci che i grandi non stanno mai a sentire:
ascolto quello che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,
capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose.
(Un signore maturo con un orecchio acerbo, in Parole per giocare, 1979)
 
Le avventure di Cipollino
 
Anche nel personaggio di Cipollino (protagonista del noto romanzo apparso nel 1951 e poi, con varianti, nel ’57) realtà e fantasia si mescolano toccando con leggerezza temi quali la solidarietà tra diversi e l’amicizia. Col suo fagottello infilato in un bastone, Cipollino si mette in viaggio dopo aver salutato il padre, imprigionato ingiustamente dal Principe Limone. Alla fine la giustizia trionferà: i birbanti se ne andranno e nei loro parchi andranno a giocare i bambini.
 
«Mai lasciarsi spaventare dalla parola»
 
C’era due volte il barone Lamberto è l’ultimo romanzo, scritto mentre le sue condizioni di salute peggioravano. È forse per essere più libero di rievocare il mondo della sua infanzia e i luoghi nativi che Rodari si rivolge ora ai ragazzi, non ai bambini, raccontando la storia di un vecchio di novantaquattro anni che dopo molte avventure diventa un ragazzino di tredici. È stato notato che queste pagine sono fortemente legate a riflessioni intime e risentono di un tormento interiore di vecchia data forse irrisolto, di una incombente sensazione della fine. Ne nasce l’utilizzo di artifici narrativi, di moduli espressivi (umoristici, polizieschi, fantascientifici) e di un linguaggio non sempre adeguati all’età dei suoi presunti giovani lettori. Nonostante ciò, il finale lascia una via d’uscita connessa, ancora una volta, alla libertà della fantasia: «Non tutti saranno soddisfatti della conclusione della storia. Tra l’altro non si sa bene che fine farà Lamberto e cosa diventerà da grande. A questo, però, c’è rimedio. Ogni lettore scontento del finale, può cambiarlo a suo piacere, aggiungendo al libro un capitolo o due. O anche tredici. Mai lasciarci spaventare dalla parola».
Della disponibilità a rimettere in discussione i propri approdi, sino all’ultimo, è testimonianza una poesia ritrovata da Marcello Argilli tra i suoi appunti inediti all’indomani della prematura scomparsa:
 
Io non sono che uno sforzo per esistere
qualcosa che arranca
nel nulla quotidiano
per giungere alla sponda dell’essere
mille volte ricade
mille volte ritenta
s’arrampica s’aggrappa
 
Bibliografia di riferimento
 
Marcello Argilli, Gianni Rodari, Einaudi, Torino, 1990
Alberto Asor Rosa, Gianni Rodari e le provocazioni della fantasia, in Le provocazioni della fantasia: Gianni Rodari scrittore e educatore, a cura di M. Argilli, L. Del Cornò, C. De Luca, Editori Riuniti, Roma, 1993
Pino Boero, Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari, Einaudi, Torino, 1992
Gianni Rodari, I cinque libri. Storie fantastiche, favole, filastrocche, disegni di B. Munari, con una nota di P. Boero, Einaudi, Torino, 1993
Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, Torino, 1973.
 
*Lucinda Spera insegna Letteratura italiana nell’Università per Stranieri di Siena. Ha dedicato numerosi saggi alla produzione italiana del Seicento; si occupa inoltre di didattica della letteratura e di studi di genere. Ha collaborato al Dizionario biografico degli Italiani (Istituto della Enciclopedia Italiana) e alla Letteratura Italiana Einaudi e ha partecipato a progetti di ricerca della Scuola Normale di Pisa e dell’Università Jagellonica di Cracovia. Ha pubblicato i volumi Il romanzo italiano del tardo Seicento (Milano 2000), Verso il moderno. Pubblico e immaginario nel Seicento italiano (Roma 2008) e Due biografie per il principe degli Incogniti. La Vita di Giovan Francesco Loredano di Gaudenzio Brunacci e di Antonio Lupis (Bologna, i.c.s.); ha curato la raccolta di studi La novella barocca (Napoli, 2001) e il volume Percorsi d’altro genere. Per una riflessione sui canoni storico-letterari (Pisa, 2013). È recentemente intervenuta sulla produzione di Italo Calvino (Calvino e gli dei della città, «Bollettino di Italianistica», 2, 2013). Ha scritto insieme ad Alberto Asor Rosa e a Monica Cristina Storini una Letteratura italiana per i licei (Firenze, 2012, voll. 7). Dirige per Pacini Editore (Pisa) la collana Parole diverse. Su Galilei ha pubblicato «Specolando nelle tenebre»: su alcune lettere galileiane dall’esilio di Arcetri, «Bollettino di Italianistica», 2, 2011.

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