Questo sito contribuisce all'audience di

Quale italiano per le leggi?

di Matteo Viale*

 
«Un’idea non può essere giuridica se non quando sia chiara, perché il diritto è arte di tracciare limiti; ed un limite non esiste se non quando sia chiaro»
 
Vittorio Scialoja
 
Agli sforzi intrapresi negli ultimi decenni, pur con esiti alterni, per semplificare il linguaggio usato dalle pubbliche amministrazioni nelle comunicazioni ai cittadini non è corrisposto con la stessa decisione un analogo impegno per quanto riguarda il miglioramento della qualità dei testi normativi a livello nazionale e regionale.
 
Un'inutile difficoltà linguistica
 
I tentativi non sono mancati: per limitarci ai più recenti, basti pensare alle Regole e suggerimenti per la redazione dei testi normativi dell’Osservatorio legislativo interregionale (terza edizione 2007) o alle Regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica dei testi legislativi(Circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 2 maggio 2001). Tutto ciò non sembra però aver scalfito la spesso inutile difficoltà linguistica dei provvedimenti legislativi, dalla complessità dei quali spesso deriva quella degli atti amministrativi e delle informazioni ai cittadini, con effetti a cascata sulla chiarezza della comunicazione istituzionale, troppo spesso incapace di svincolarsi dall’impostazione delle fonti normative.
 
Raccomandazioni europee
 
La gravità della situazione è stata messa in evidenza anche dal Rapporto del Comitato per la legislazionedella Camera dei Deputati, che nel giugno 2014 ha denunciato come la produzione legislativa risulti «sempre più complessa e di difficile interpretazione», oltre che «non sempre curata nella formulazione», specie per quanto riguarda la chiarezza delle espressioni utilizzate e l’imprecisione dei richiami normativi. Principi di chiarezza, sinteticità e comprensibilità che si ritrovano anche a livello europeo nel Decalogue for Smart Regulation del 2009, che raccomanda tra le altre cose che il testo normativo sia scritto in un «linguaggio chiaro che garantisca un'interpretazione inequivocabile» e che sia «il più breve possibile pur contenendo tutti gli elementi necessari».
 
«Una lingua straniera al popolo»
 
Raccomandazioni che richiamano alla memoria l’idea del filosofo ed economista del Settecento Antonio Genovesi, secondo il quale «ogni uomo ha diritto a saper la legge» oppure «l’errante instabilità dell’interpretazione» lamentata dal giurista Cesare Beccaria, che in un passo del suo Dei delitti e delle pene (1764) sosteneva che «se l’interpretazione delle leggi è un male, egli è evidente esserne un altro l'oscurità che strascina seco necessariamente l’interpretazione, e lo sarà grandissimo se le leggi sieno scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza di alcuni pochi».
 
Le due Costituzioni
 
Di questa eredità illuministica si trova traccia nel testo della nostra Costituzione, mirabile per limpidezza del dettato linguistico e chiarezza complessiva; non a caso è facile riconoscere nelle aggiunte intervenute in epoca successiva involuzioni sintattiche, stereotipi lessicali, rinvii muti del tutto assenti nello stile del testo originale del 1948.
 
Difficile anche per gli addetti
 
Una semplicità di stile molto lontana da quella che caratterizza gran parte della legislazione attuale, in cui ci si può imbattere in frasi scarsamente immediate anche agli occhi di un addetto ai lavori. Basti un esempio: «Per le amministrazioni di cui all'articolo 2, comma 197, della legge 23 dicembre 2009, n. 191, non si applicano, a decorrere dal 1° gennaio 2011, le disposizioni di cui all'articolo 383 del regolamento di cui al regio decreto 23 maggio 1924, n. 827» (decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, art. 4, comma 4bis). Il passo fa riflettere anche sul fatto che i testi normativi italiani sono caratterizzati da una complessità non solo legata alla formulazione, ma anche all’elevato numero di leggi collegate in modo ambiguo e spesso in contraddizione tra loro, a dispetto di quanto recentemente ribadito a proposito di semplificazione normativa(art. 3 della legge 18 giugno 2009, n. 69).
 
Precisione e chiarezza ancora lontane
 
Eppure, nonostante questa mancanza di chiarezza denunciata da più parti, i testi normativi, accanto e in forza del loro valore giuridico, dovrebbero essere caratterizzati dalla comprensibilità formale e sostanziale di quanto espresso, oltre che dalla necessità di evitare contraddizioni e incertezze legate alla formulazione. Come i linguisti hanno messo in luce, nei testi giuridici l’emittente pone infatti nei confronti del destinatario un “vincolo interpretativo” che non dovrebbe lasciare margini di incertezza né dar luogo ad equivoci. Un principio, del resto, espresso dall’art. 12 delle cosiddette Preleggi, secondo le quali «nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore». Ma l’univocità dell’interpretazione – anche senza addentrarsi nei problemi dell’ermeneutica dei testi normativi – presuppone una precisione e una chiarezza ancora lontana dalle pratiche redazionali del legislatore italiano.
 
Tecnicismi sì, ma non fuga dalla realtà
 
È inevitabile che la complessità degli argomenti trattati porti i testi normativi a ricorrere a tecnicismi specifici (enfiteusi, usucapione), tra cui parole che nel linguaggio comune hanno un diverso significato, fonte di possibili ambiguità per il lettore non specialista (si pensi a multa e ammenda); lo stesso vale per alcune strutture sintattiche legate ad esigenze di evidenziazione di alcuni elementi, come la struttura verbo-oggetto-soggetto in “Formano oggetto del diritto di autore le opere dell'ingegno di carattere creativo che…”. Ma è soprattutto sugli aspetti non prettamente tecnici, quelli cioè che potrebbero essere espressi in un linguaggio standard il più possibile vicino al linguaggio comune, che il linguaggio dei provvedimenti normativi perde il contatto con quella realtà che dovrebbe regolare. Si pensi alle riprese anaforiche fonte di equivoci, alla complessità morfologica, macro- e microsintattica non legata ad esigenze di comunicazione specialistica (l’abuso del participio presente, l’omissione dell’articolo, tortuosi incastri di subordinate); si osservi il lessico che, pur in assenza di esigenze di denominazione referenziale, viene innalzato arbitrariamente e spesso inutilmente di registro (porre in essere per realizzare; ovvero, tra l’altro fonte di ambiguità per il suo duplice significato esplicativo di quindi e disgiuntivo di oppure). Il prezzo è quello di rendere il linguaggio delle leggi talmente arcaico ed elevato da perdere ogni contatto con gli usi comunicativi della lingua e allontanarlo dallo stile delle fonti normative di altre tradizioni nazionali, al punto da essere spesso considerato intraducibile in altre lingue.
 
La salvezza nella traduzione?
 
Al riguardo, alcune ricerche hanno messo a confronto leggi italiane e la traduzione in italiano di testi normativi europei. I dati mostrano come nelle direttive europee tradotte si possano riconoscere scelte stilistiche diverse rispetto alle leggi scritte direttamente in italiano: il lessico risulta meno ricco e meno vario (come normale in un testo tecnico); i connettivi più frequenti a vantaggio della coesione testuale; varie spie mostrano come la traduzione – con qualche eccezione – porti a un italiano di registro meno sostenuto rispetto alle leggi nazionali. Sarà la traduzione a salvare il linguaggio normativo italiano dalle sue astrusità?
 
Letture consigliate
 
Contro l’inutile complessità delle leggi è ancora attuale il pamphlet del costituzionalista Michele Ainis, La legge oscura. Come e perché non funziona, Roma-Bari, Laterza, 1997 (nuova edizione riveduta e aggiornata 2002).
Accanto ai lavori di ambito giuridico su “legistica” e “legimatica”, per quanto riguarda l’ambito linguistico vanno ricordati gli studi di Bice Mortara Garavelli (in particolare, Le parole e la giustizia. Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani, Torino, Einaudi, 2001) e quelli di Giovanni Rovere (in particolare, Capitoli di linguistica giuridica. Ricerche su corpora elettronici, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2005). L’idea del “vincolo interpretativo” che caratterizza i testi giuridici è sviluppata da Francesco Sabatini in particolare nel suo Analisi del linguaggio giuridico. Il testo normativo in una tipologia generale dei testi, in Corso di studi superiori legislativi 1988-89, a cura di Mario D’Antonio, Padova, Cedam, 1990.
Alcuni dati linguistici sulle criticità della produzione legislativa si ricavano dallo studio di Maria Emanuela Piemontese, Leggibilità e comprensibilità delle leggi italiane. Alcune osservazioni quantitative e qualitative, in Linguistica giuridica italiana e tedesca / Rechtslinguistik des Deutschen und Italienischen, a cura di Daniela Veronesi, Padova, Unipress, Piemontese 2000, pp. 103-117.
Utili osservazioni sul rapporto linguistico tra legislazione nazionale ed europea emergono dal lavoro di Michele A. Cortelazzo, Leggi italiane e direttive europee a confronto, in Realizzazioni testuali ibride in contesto europeo. Lingue dell'UE e lingue nazionali a confronto, a cura di Stefano Ondelli, Trieste, Eut, 2013, pp. 57-66. Di Michele A. Cortelazzo si veda anche La scrittura delle leggi: dalla parte del destinatario, in La buona scrittura delle leggi, a cura di Roberto Zaccaria, Roma, Camera dei Deputati, 2012, pp. 115-122.
 
*Matteo Viale è ricercatore di Linguistica italiana all’Università di Bologna. Si interessa di lingue speciali dell’italiano (in particolare lingua della scienza e dell’amministrazione), di evoluzione del sistema grammaticale e di problemi legati all’educazione linguistica. Ulteriori informazioni: www.matteoviale.it.
 
 
 
 
 
 
Decalogue for Smart Regulation dell’Unione Europea del 2009
 
 

UN LIBRO

Un delitto del ’43 e altri racconti

Mario Quattrucci

La pubblicazione di questa raccolta può costituire un’ottima occasione per accostarsi alla narrativa di Mario Quattrucci. Infatti, i vari testi mostrano bene la varietà di stili e modalità rappresentative con cui l’autore declina il prediletto genere poliziesco, perseguendo sempre il divertimento nella sua accezione più nobile.