Deonomastica

di Enzo Caffarelli*

Strana storia con fagiani e fantozziani

«Un martedì di luglio il faro della galleria illuminava la silhoutte di fagiano di un dongiovanni con tanta cipria e rimmel o mascara da sembrare il sosia della giunonica e gioviale sgualdrina in bikini e pantaloncini bermuda la cui berlina, senza benzina, caricava una damigiana di chinotto sbolognato per cognac e poi dalie, begonie, zinnie, ortensie, camelie e gardenia. Nel vicino pullman impantanato, un cicerone gradasso e beota, in jeans turchesi, cravatta fucsia e montgomery bordò, ripeteva che un fantomatico camorrista aveva sfregiato con un grimaldello, per pochi dollari, un fantozziano boéhemien che burchielleggiava alla carlona come un canarino».
D’accordo, il racconto sarà rocambolesco, ma plausibile, perché tutti e 50 i sostantivi, gli aggettivi e i participi che vi compaiono sono parte della lingua italiana e registrati da qualsiasi dizionario di lessico. Con una particolarità: derivano tutti e 50 da nomi propri, antroponimi o toponimi. Nascosti fra gli etimi, che in questo caso chiamiamo eponimi (per aver dato origine a un’antonomasia, a una metafora, a una metonimia o a un derivato suffissale), possiamo individuare l’isola di Pharos, la Galilea, la Faside in Asia Minore, Cipro, la città tunisina di Mascara, Bagdad, l’atollo Bikini e le isole Bermuda, Berlino, Giava, la Cina, Bologna, il comune di Cognac nella Charente, il lago Pantano (oggi di Lesina), la Beozia, Genova, la Turchia, la Crozia, Bordeaux, Gomorra, la Frigia, la cittadina di Skt. Joachimsthal e la Boemia in cui si trova, le Canarie. Personaggi mitologici come gli dèi Marte, Giove e Giunone; figure storiche come Giulio Cesare, Cicerone, Carlo Magno, il ministro francese Étienne de Silhouette, Mr. Rimmel, Madame Hortense Lepante, i botanici Dahl, Begon, Zinn, Kamel, Garden e Fuchs, l’ingegner Pullman, il maresciallo inglese Montgomery, il poeta fiorentino quattrocentesco Burchiello. E poi personaggi finzionali, da Sosia a Don Giovanni, da Gradasso a Pantalone, da Fantomas a Fantozzi, nonché nomi popolari come il fabbro Grimaldo o Dame Jeanne (il lettore potrà ritrovare i nessi meno immediati nel dizionarietto di questo stesso speciale). E non dimentichiamo Rocambole, l’avventuriero dei romanzi di Ponson du Terrail.

Un coro (nascosto) di voci deonimiche

Dire che la lingua italiana, al pari di molte altre, ha nel suo lessico un gran numero di voci derivanti da nomi propri è quasi lapalissiano (dal generale De La Palisse, alla cui eroica morte i suoi soldati intonarono un ritornello che diceva pressappoco “poco prima di morire era ancora vivo”). Meno ovvio che tali voci si chiamino deonomastiche – ma è meglio usare il termine deonimiche – e che al parlante spesso sfugga questa derivazione.
In Italia è stato pubblicato un solo dizionario di deonomastica, di Enzo La Stella T. (Dalie dedali e damigiane - dal nome proprio al nome comune, Bologna/Ginevra, Zanichelli–Olschki 1984); ma in Germania esce dal 1997 l’imponente opera di Wolfgang Schweickard, il Deonomasticon Italicum, che raccoglierà in 7 volumi le principali voci lessicalizzate derivanti da toponimi (primi 5 volumi) e da antroponimi (gli altri 2).
Oggi le cronache e i commenti giornalistici, la lingua di Internet con il suo conio continuo di parole derivate e composte, originano nuovi deonimici, soprattutto derivati di cognomi di personaggi noti. Non a caso nei dizionari di neologismi la quota di deonimici è sempre molto elevata.
Ma molte di queste parole sono apparse da secoli e spesso anche scomparse. Da Bretagna per es., appartengono al passato bertone, imbertonare e imbertonati. Altrettanto raro è sentire ancora i verbi buscherare o buggerare, originate da bulgaro, inteso dapprima come ‘eretico’ per eccellenza e poi come ‘imbroglione’ e infine ‘sodomita’. Lo stesso per bugia, dall’omonima città algerina; il piccolo candeliere la cui base è un piattello con manico.

A chi piacciono e a chi no

Si discute sull’utilità di registrare in un’opera lessicografica i deonimici di rara attestazione e di effimera esistenza. Ma il Grande Dizionario della Lingua Italiana fondato da Salvatore Battaglia riporta, per es. tra i derivati di Petrarca, petrarcume e petrarchizzante (Montale), petrarcale (Pascoli), petrarcalità (Caro), petrarchescaria (Aretino) e inoltre petrarcheo (L. Bellini), petrarchesato (Fagiuoli) petrachevoleria (Baldini) e altre voci che certo non possono dirsi consolidate, a dispetto dei loro illustri onomaturgi, più delle centinaia di suffissati, alterati e composti di Berlusconi che affollano le odierne pagine di giornali e siti web.
Il Grande dizionario italiano dell’uso (Gradit, Torino, Utet 1999) diretto da Tullio De Mauro, registra migliaia di deonimici risultando il più aperto, nella lessicografia contemporanea, a tale genere di neoformazioni. Il Supplemento al GDLI (2004), ha aggiornato i 21 volumi precedenti con un elevato numero di deonimici. Se analizziamo gli oltre 1.000 lemmi inizianti con B-, 1 su 6 appartiene a questa categoria: si tratta di aggettivi etnici, soprattutto di derivati, aggettivi e sostantivi, ma anche avverbi (baudelairianamente, boccaccescamente, brechtianamente) e verbi (borbonizzare, britannizzare), e metonimie, compresi oggetti, strumenti, unità di misura, ecc. che portano il nome di uno scienziato, il cui eponimo, tuttavia, è più spesso un toponimo (badminton, bologna, bordeaux, bottegone, bourbon, ecc.) che un antroponimo (baedeker, béchamel, bignami, bodoni, borsalino, braille, ecc.), con alcune metafore (bagonghi, brambilla, bronx, ecc.) e perfino nomi commerciali (Balacron, Betacom, Bren), derivati da sigle (bierrista) e un composto con deonimico (biodiesel).

Nei dialetti, tra i giargianise

Ogni parlata ha poi i suoi deonimici. L’opera I dialetti italiani. Dizionario etimologico di Manlio Cortelazzo e Carla Marcato (Torino, Utet 1998) riporta decine di voci, tra le quali ricordo qui il ciociaro casbarronë ‘uomo crudele’, dal brigante Antonio Gasparone da Sonnino; il friulano germaniòt ‘operaio stagionale’ (che dal Friuli emigrava ogni anno in Germania); il siciliano bbaialardu ‘grasso’, dall’alchimista salernitano Pietro Barliario, voce corrotta e incrociata con lardo; il messinese cabbarùsu ‘scampagnata del lunedì di Pasqua’ dalla località Calvaruso, meta di gite; i salentini giargianise ‘straniero dal linguaggio incomprensibile’, derivante da vigevanese, a motivo dei commercianti lombardi che si recavano in Puglia per comprare l’uva; e bbibbicàssu ‘cucina a gas’, adattamento di Pibigas, primo tipo di gas giunto in Salento.
Nel Vocabolario napoletano-toscano degli Accademici Filopatridi, pubblicato a Napoli nel 1789 presso Giuseppe Maria Porcelli per mostrare la superiorà del napoletano nei confronti del fiorentino, si legge una lista di nomi di luogo e di persona divenute parole del lessico, ma di cui non si ha alcuna notizia nell’italiano moderno e di cui s’avverte la forte connotazione locale: arzeneca da Seneca, ‘vecchio avarissimo’, combinato con arsenico; feluffe ‘denari’, corruzione di Filippo, nome di vari re di Spagna che batterono moneta; fajenzaro ‘vasaio di creta’, da Faenza, con passaggio a ‘imbroglione’; Autamura, ossia Altamura nel Barese, da cui il detto “Patentato d’Autamura” ‘essere rozzo, ostinato, zotico’; ferrannina, specie di stoffa in lana, che si fabbricava a Ferrandina in Basilicata, ecc.

Dalla metafora al degrado

Ma in quali àmbiti in particolare si sono formati i deonimici dell’italiano? Se parliamo di metafore e di antonomasie l’àmbito è soprattutto quello del carattere dell’uomo, dei suoi vizi e delle sue virtù. Nelle metonimie, invece, sono ben presenti scienziati nominati per l’invenzione che ne porta il nome, o personaggi che per primi usarono un certo oggetto, e poi, in grandissima copia, i luoghi dove furono rinvenuti o dove vengono prodotti bevande, cibi, tessuti, monete.
Quanto ai derivati, i filoni principali sono due: quello artistico, storico e politico, per cui da un cognome celebre si formano aggettivi e altre categorie grammaticali; e le scienze che, soprattutto nelle tassonomie, utilizzano in abbondanza nomi di persona e di luogo: così botanica, zoologia, mineralogia e petrologia, geologia, chimica e fisica, astronomia e medicina.
L’opera pionieristica e tuttora insuperata di Bruno Migliorini (Dal nome proprio al nome comune, Ginevra, Olschki 1927) documenta in modo ampio un’altra importante forma di lessicalizzazione: il degrado semantico dei nomi propri, soprattutto nomi di battesimo; quando diventano troppo comuni, la storia dimostra che vengono utilizzati per indicare l’uomo o la donna qualunque, poi vengono attributi ad animali o piante e a oggetti.

Da Barabba ai barabinesi

Il passaggio da nome proprio al lessico non è dato però una volta per tutte. Il lessico deonimico può dar origine a sua volta a nuovi nomi propri. Si possono scoprire, al proposito, filiere lunghissime. Dalle voci ebraiche bar ‘figlio’ e abba ‘padre, maestro’ si è formato il nome personale Barabba che, a causa dell’associazione al personaggio del Nuovo Testamento, ha assunto un particolare significato in vari dialetti, tra cui il ligure barabin ‘figuro poco raccomandabile’ e poi ‘poveraccio mal vestito’; di qui il cognome Barabino, portato dal celebre architetto Carlo (1768-1835) al quale sono stati intitolati a Genova vari enti e luoghi, compreso un liceo artistico i cui studenti, con un nuovo deonimico, si dicono barabinesi.
Il cognome Fuchs, legato a personaggi storici, ha generato sostantivi deonimici ben noti: dal medico e botanico bavarese Leonhart Fuchs (1501-1566) è stato denominato il fiore fucsia. Dal mineralogista tedesco Joahnn Nepomuk von Fuchs (1774-1856), il minerale fuchsite. Da fuchsia, a causa della pigmentazione, è derivato il color fuchsia nonché il sostantivo fuchsia, ‘colorante organico usato per tingere di rosso il cotone’, con l’alterato fucsina e di qui parafucsina, fucsone, fucsonofilia e fucsonimmina, da fucsina si diparte di un altro grappolo di voci tra cui l’acido fucsico, col (dimetil)fucsone, ecc. E il cipresso e il rame (nella forma greco-latino cupr-), sono strettamente legati tra loro attraverso un toponimo, Cipro.

*Enzo Caffarelli, fondatore (1995) e direttore della «Rivista Italiana di Onomastica» (RIOn), e delle collane QuadRIOn e QuiRIOn («Quaderni internazionali di RIOn» e «Quaderni italiani di RIOn»), è coordinatore scientifico del Laboratorio Internazionale di Onomastica presso l'Università di Roma 2 "Tor Vergata", dove insegna Onomastica nell'àmbito del Corso di laurea in Scienze della comunicazione. Ha dedicato i suoi studi al nome proprio con particolare riferimento ai prenomi e ai cognomi italiani, alla toponimia urbana, ai processi di lessicalizzazione (deonomastica) e di transonimizzazione (dal nome proprio al nome proprio), pubblicando oltre 200 titoli in Italia e all'estero.


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