01 gennaio 1970

Parole del palazzo e palazzi di parole: il nome proprio nella cronaca politica contemporanea

di Francesca Dragotto*

Trasmigrazioni di termini

L’osmosi contraddistingue da sempre il rapporto tra lingua comune e lessici specialistici e tra lessici specialistici propri di domini differenti. Passando di bocca in bocca e per effetto della manipolazione creativa esercitata dal parlante singoli termini o espressioni complesse fuoriescono dagli ambiti originari per acquisire una semantica nuova o rinnovata, quando non del tutto sganciata da quella di partenza. Regolato da una gerarchia suscettibile alle mode che segnano le diverse epoche, il travaso terminologico tra codici e sottocodici e più in generale tra varietà diverse di lingua ripercorre e ricalca l’interesse del parlante per un certo personaggio, una certa vicenda, un certo microcosmo, per parlare dei quali l’uso di termini già propri per quel dato contesto alterna con quello di forme piegate o plasmate ad hoc, in tutto o solo in uno dei formanti costitutivi della lessia. Non procurerà, perciò, eccessivo stupore, presupposto uno scenario consimile, constatare come negli ultimi anni si sia assistito ad una vera e propria transmigrazione di termini (più spesso di gruppi di termini correlati), ad esempio da lessici di arti e mestieri a discipline sportive, con o senza il passaggio attraverso i livelli meno specialistici della lingua (cfr. l’intervento di Marcello Ravesi su Guerre di metafore per Ringhio e per Long John, consultabile all’indirizzo www.treccani.it/site/lingua_linguaggi/archivio_speciale/calcio/ravesi.htm). Esemplifica questo stato di cose la nutrita serie di “prestiti” dall’ambito della musica, della pittura e dell’arte in generale a quello del calcio (es. lavoro di cesello, rifinitura, tocco, pennellata, capolavoro, fraseggio e tanti altri), o in senso contrario, lo scivolamento da un sistema ristretto, ancora quello del calcio, alla lingua cosiddetta comune.

Nomi propri tra politica e sport

Oggetto specifico di questo breve contributo è però una disamina sul ruolo del nome proprio nella formazione di nuovo lessico. Lessico che in forza della propria origine si definirà di formazione deonimica o deonomastica. Al fine di cogliere la vitalità e l’abbondanza dei deonimici nell’italiano dell’uso contemporaneo, si è deciso di selezionare un ambito di osservazione specifico, individuato nel linguaggio della cronaca politica. Due le ragioni principali di questa scelta: la prima connessa all’eterogeneità e numerosità del target cui si rivolgono i prodotti di comunicazione correlati alla vita politica italiana; la seconda per la fitta interrelazione con il linguaggio proprio della cronaca calcistica che ha fatto da sfondo alla digressione da poco conclusa. Sembrerebbe infatti il caso di dire che per il linguaggio della cronaca politica (in special modo per quella di alcuni quotidiani) la cronaca sportiva sia servita da prêt-à-porter. La facilità di importazione e il conseguente travaso dall’uno all’altro linguaggio sembra poi raggiungere picchi notevoli allorquando il “prestito” si caratterizzi per la capacità di concentrare nel corpo di una singola entrata lessicale un valore connotativo-espressivo fortissimo: peculiarità, questa, che ne consente l’immediata spendibilità nei titoli apposti ad articoli di vario taglio ed estensione, concepiti per essere arguti e taglienti, immediati e immediatamente esemplificativi dell’opinione relativa al fatto oggetto della cronaca più che del fatto stesso.

Veltronesco Superveltroni

Accade perciò, ad esempio, di incontrare formazioni in –ata a partire da nomi propri ogni qualvolta ci sia la necessità di riferirsi a episodi ritenuti di non totale correttezza, o comunque tacciati di essere stati originati da furbizia talora ingenua, aventi per protagonisti politici di entrambi gli schieramenti. «Milano mette al bando le "veltronate"», recita il titolo di un articolo di Nicoletta Orlandi Posti su Libero del 06/02/07, in cui considerazioni di ordine linguistico fanno da apri-pista a giudizi poco lusinghieri sull’operato politico del sindaco di Roma: «Veltronata. La Treccani ha già inserito il neologismo nell'area linguistica. Insieme a veltronismo, veltroniadi, veltronizzato, veltroniboy, veltronianamente. Nuovi termini che sono entrati nella nostra lingua parlata e scritta e che derivano dal quel fenomeno politico rappresentato dal sindaco di Roma. Il più delle volte, però, nell'accezione negativa. […]». Ed effettivamente non scarseggiano i deonimici da nomi di politici censiti all’interno della sezione della Treccani on-line dedicata alla schedatura dei neologismi. Una rapida scorsa già nel corso della passata primavera consentiva di raccogliere - oltre al citato veltronata -, veltroneggiare, veltroniade, veltroniano, veltronianamente, veltroniboy, veltronico, veltronismo, veltronizzato, cui andrebbero aggiunti almeno veltronicamente, veltroneide, veltronite, veltronare (anche nella forma flessa veltroniamo) e veltronato, inveltronato (ma non inveltronare o inveltronarsi), inveltronito (ma non inveltronire o inveltronirsi), veltronesco, superveltroni, il già citato veltroneggiare anche nella forma flessa veltroneggio, veltronese, veltronaccio, veltronuccio, veltronino, e i fumettistici veltronero veltronez. I processi di formazione sottostanti a ciascuno di questi termini (e a tutti quelli che pur non essendo attualmente attestati per Veltroni potrebbero esserlo in futuro, o per qualche altro politico o ancora più in generale nome proprio) sono chiari: il parlante, fondandosi sulla competenza linguistica di cui dispone, seleziona – avendone ricavato la semantica a partire da liste di parole note – il formante linguistico che meglio si adatta ad esprimere le connotazioni di cui necessita per poi “attaccarlo” alla base onomastica, presa nella sua interezza o modificata tenendo conto delle regole di adattamento operanti per basi affini (cfr. la cancellazione della vocale finale in veltroni + ata > veltronata o, al contrario, l’inserzione, che si avrebbe in *miccichettata < Micciché, se fosse attestato; entrambi fenomeni, questi, compensativi della struttura fonetica della base da impiegare nella lessicalizzazione). Il risultato di questa operazione è un deonimico doppiamente significativo, contenente al contempo la duplice referenza al personaggio e a ciò che del personaggio si vuole enfatizzare, stigmatizzare, condannare, colpevolizzare, ironizzare, esaltare e così via per tutte le possibilità espressive a disposizione del parlante stesso.

Soffrire di berlusconite

Altrimenti detto, dato –ese, suffisso di formazione ricorrente in prima battuta per la formazione di glottonimi a partire da forme di etnici (cfr. inglese, francese…), si avrà una lingua propria di ciascuno dei nomi impiegati come base per la derivazione: il veltronese per Veltroni, il dalemese per D’Alema, il prodese per Prodi, che però può vantare un secondo glottonimo: il professorese, così come l’antagonista politico, per il quale ci sono il berluschese e il berlusconese ma non il cavalierese, quasi a compensare l’assenza per casinese e finese, ‘lingua di Casini e di Fini’ (nel primo caso probabilmente interdetta da ragioni di semantica indotte dall’omofonia), il mastellese per Mastella e così continuando.  A proposito di Mastella si registrano ad oggi anche mastellata, mastellite, mastellare (anche nelle forme flesse mastellando, mastellante), mastellizzare (anche nella forma flessa mastellizzo, mastellizzando), mastelloso, mastellone, mastellazzo, mastellino, mastellato, mastellico, mastello, super(-)mastella, mastelluccio, mastelluzzo, mastellozzo, mastellinuccio, mastellame, mastellume, mastellaccio, mastellopoli, mastelletto, mastellaio e, seppure da un radicale diverso, il ceppalonico, che, alla stregua di ceppalofilia, impiega come base Ceppaloni, comune di nascita di Mastella che attualmente ne è anche sindaco. Se dunque –ese è il formante per i glottonimi e –ata quello che rimanda a gesti o azioni non ordinarie compiute dalla persona indicata dalla base e connotati per lo più in senso spregiativo o comunque ironico (cfr. andreottata, berlusconata e cavalierata, bertinottata, bondata, boninata, bossata, buttiglionata, calderolata, capezzata, castellata, cesata, ciampata, craxata, d(’)alemata, dell(‘)utrata, demichelisata, dilibertata, dipietrata, fassinata, gasparrata, giordanata, napolitanata, occhettata (già in un documento del 1999, a riprova della vitalità del termine), pannellata, parisata, pollastrinata, prodata e professorata, rizzate, rotondata, ruinata, bascagnata, rutellata, scalfarata, sirchiata, bindata e persino sarkosata ma curiosamente non mussata), per riferirsi invece ad un comportamento patologico simile a quello manifestato da un certo uomo politico il parlante disporrà prontamente del suffisso –ite, impiegato per berlusconite, prodite, casinite, dalemite, buttiglionite, pecorarite, gasparrite, bassolinite, craxite, fassinite, castagnettite, bersanite, dilibertite, formigonite, frattinite, bindite, calderolite, mussolinite (anche in un blog d’Oltralpe: «Ce sont des maladies bien française, en Italie ils ont chopé une Mussolinite aiguë avant de s'attrapé Berlusconite chronique»), bossite, (la boninite non ha invece a che fare con Emma Bonino) sircanite.

Un laboratorio creativo

Proprio il portavoce del Presidente del Consiglio dei Ministri ha costituito la base per un deonimico fresco di conio: «Gli faccio da Sircana», dice Antonio Ricci autocandidandosi a portavoce di Beppe Grillo il 21 settembre 2007, sfruttando un processo formativo diverso dalla derivazione, che ha caratterizzato la stragrande maggioranza delle forme finora raccolte, e dalla composizione, che sta dietro a forme del tipo mastellandia o moggiopoli, calciopoli, vallettopoli, motoropoli, farmacopoli, stadiopoli cui si potrebbero aggiungere, già solo tra quelle in –poli, varie decine di altre formazioni ultima delle quali goggiopoli coniata da un utente per il suo blog subito dopo lo screzio tra Loretta Goggi e Mike Buongiorno in occasione dell’edizione televisiva 2007 di Miss Italia. Per la sua neoformazione deonomastica Ricci ha sfruttato infatti il valore antonomastico del nome del portavoce, impiego reso possibile, oggi più che in passato, per la maggiore ricorrenza dello stesso nella cronaca dei mesi scorsi. Infine una considerazione d’insieme. A tutti i casi di deonimici fin qui considerati se ne potrebbero aggiungere senza dubbio centinaia di altri: il parlante, forte della conoscenza della struttura linguistica e degli usi degli elementi che la costituiscono, acquisisce statuto di onomaturgo ogni qualvolta le circostanze esterne alla lingua lo spingano, lo stimolino a ricercare soluzioni espressive per le quali il materiale già pronto all’uso in seno ai registri linguistici da lui posseduti non appaiano sufficienti o pienamente adeguati. Pensare di poter giungere ad una raccolta esaustiva di tutti gli elementi del lessico cosiddetto comune connessi col nome proprio appare pertanto, più che per altre raccolte di corpora, un’operazione impossibile. Rinunciare però a saggiare la vitalità della lingua realizzata dalla immensa potenza creatrice del parlante, quand’anche si trattasse di neo-formazioni destinate a dissolversi alla stregua di meteore insieme alla memoria del fatto che le ha originate, impedirebbe di godere della prontezza con la quale, dato un fatto nuovo, si possano approntare parole nuove per poterne parlare. Un esempio. L’italiano, per riferirsi a qualcuno che ha idee o progetti troppo ambiziosi, poco conformi alla consuetudine, o troppo numerosi, suole ricorrere all’espressione sentenzioso-popolare avere (troppi) grilli per la testa. E l’italiano di questo scorcio di fine estate, plasmandosi sulle necessità e sugli umori della cronaca nazionale, sembra proprio abbondarne: beppegrilli, beppegrillismo, grillante e beppegrillante, grilliano e beppegrilliano, beppegrillese, beppegrillico, beppegrillaro, beppegrilleggiare, (anche nella forma flessa beppegrilleggia), beppegrillone, beppegrillino, beppegrillata (nella maggior parte delle occorrenze con semantica di -ata più sfumata rispetto al consueto uso, così che il riferimento alla “trovata” prevale su quello scandalistico), beppegrilleide, beppegrillite, grillini, (www.corriere.it del 23 settembre 2007) ma non (ancora) beppegrilloso, beppegrillume, beppegrillaccio, beppegrillazzo, beppegrillamente, beppegrillopoli, beppegrillaggio.

Bibliografia

Adamo Giovanni, Della Valle Valeria, 2006 parole nuove. Un dizionario di neologismi dai giornali, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006 Adamo Giovanni, Della Valle Valeria (a cura di), Che fine fanno i neologismi? A cento anni dalla pubblicazione del Dizionario moderno di Alfredo Panzini, Olschki, Firenze, 2006 Beccaria Gian Luigi, Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi, Garzanti, Milano, 2006 De Mauro Tullio, Dove nascono i neologismi, in Adamo Giovanni-Della Valle Valeria (a cura di), Che fine fanno i neologismi? A cento anni dalla pubblicazione del Dizionario moderno di Alfredo Panzini, Olschki, Firenze, 2006 Dragotto Francesca, Se stramoggiare non è più uscir fuori dal moggio: il neologismo come respiro vitale della lingua, Scuola Iad, Roma 2006 Grossmann Maria, Rainer Franz, La formazione delle parole in italiano, Niemeyer, Tübingen, 2004 Ravesi Marcello, Guerre di metafore per Ringhio e per Long John, Speciale in Treccani on line, 2007 (http://www.treccani.it/site/lingua_linguaggi/archivio_speciale/calcio/ravesi.htm)

*Francesca Dragotto, ricercatrice nel settore Glottologia e Linguistica presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, ha interessi nell’ambito classico per la grammatica tardo-antica e le questioni connesse col cosiddetto latino volgare e, in ambito moderno, per lo studio degli effetti dell’interdizione linguistica in italiano e per i processi di creazione e modificazione del lessico.


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