01 gennaio 1970

Andare per minuscole: la deonomastica letteraria

di Roberto Randaccio*

Alla ricerca dei carneadi «Carneade! chi era costui? », ecco cosa don Abbondio «ruminava tra sé» all’inizio dell’ottavo capitolo dei Promessi sposi. Ignorava il povero curato che Carneade era un filosofo del secondo secolo a.C., ma, in fondo, lo ignoriamo anche noi; di sicuro sappiamo che il suo nome è divenuto proverbiale e che un carneade indica una ‘persona poco conosciuta o del tutto ignota’, un perfetto ‘signor nessuno’, insomma. Accade dunque che un nome proprio, una volta caduta la maiuscola, perda la sua connotazione onomastica e cada nell’anonimato divenendo un carneade linguistico. Andare per minuscole, così Primo Levi aveva definito uno «sport domestico» che consigliava ai suoi lettori: basta semplicemente prendere un dizionario e ricercare tutti quei nomi comuni che erano in origine nomi propri, «si tratta, insomma, di andare per minuscole, allo stesso modo come si va per funghi» (L’altrui mestiere, 1985). Si può affinare questa ricerca tenendo conto esclusivamente dei deonimici d’origine letteraria, come il nostro Carneade. Naturale decadenza di un paggio fernando Una ragione per cui il nome di un personaggio diviene un traslato (per antonomasia, metonimia o altro spostamento di significato) è data principalmente dal fatto che esso incarna su di sé vizi e virtù, temperamento e psicologia, umori e stravaganze dei suoi stessi lettori, diventa, in sostanza, un sinonimo per tipologie analoghe. Pertanto accosteremo ad un tipo violento e aggressivo o altezzoso e spaccone i deonimici barbablù, gradasso, rodomonte, sacripante; un avaro sarà un arpagone; un uomo fatuo e vanitoso verrà detto vanesio, mentre uno atletico e muscoloso diverrà un tarzan, un maciste; colui che si erge alla difesa di decaduti ideali è un donchisciotte; un infaticabile rubacuori sarà un dongiovanni; un ricco plurimilionario verrà detto un paperone. Come si vede, questo andare per minuscole può spaziare nel tempo e nei generi, può muoversi liberamente dal poema epico al fumetto. Molte di queste neoconiazioni non superano il periodo storico in cui l’opera e il personaggio furono creati e il loro uso diviene, col tempo, sempre più raro. Nell’Ottocento si poteva ancora sottintendere, dicendo un lovelace, un ‘seduttore’ (dal personaggio del romanzo Clarissa di Richardson), oppure un figaro, per intendere scherzosamente un ‘barbiere’ (dal Barbiere di Siviglia di Beumarchais, da cui è tratta l’opera del Rossini); così come dulcamara indicava un ‘ciarlatano’ (dall’Elisir d’amore di Donizetti) e un paggio fernando un ‘innamorato romantico’ (dalla Partita a scacchi di Giacosa). Nei secoli, da Galeotto a Fantozzi Si potrebbe, pertanto, tentare una catalogazione per categorie letterarie temporali, ad esempio vedere la produzione deonimica nel corso dei secoli. Il Trecento e il Quattrocento hanno dato: drusiana, galateo, galeotto, marcolfa, marfisa, morgana, zerbino; il Cinquecento e il Seicento: amleto, arlecchino, falstaff, meo patacca, otello, pulcinella, scaramouche, tartufo, zanni; il Settecento e l’Ottocento: ernani, faust, girella, jekyll, lelio, quasimodo, robinson, werther, e così via. Oppure si potrebbe ordinare secondo un identico topos letterario che nei secoli è stato assegnato a differenti personaggi (abbiamo già visto il tipo del ‘seduttore’ con dongiovanni, ma anche lovelace, a questi aggiungiamo casanova). Pensiamo a Fantozzi, il personaggio dell’impiegato frustato e sottomesso nato dalla fantasia del comico Paolo Villaggio, che ha originato il diffuso fantozziano, si sovrappone a quel Travet (da cui derivano travettismo e travettopoli), creato dalla penna di Vittorio Bersezio e che assunse subito il significato di ‘impiegato di basso ordine’. I proverbiali capponi di Renzo Ci sono poi i deonimici che derivano da toponimi letterari come bengodi, cuccagna, paese dei balocchi, lillipuziano, pandemonio, utopia. Ma non solo singoli deonimici derivano dalla letteratura, numerose sono anche le locuzioni divenute proverbiali. In questo caso il nome proprio, di solito, mantiene la maiuscola: farne più di Carlo in Francia ‘combinarne di tutti i colori’, molto simile nel significato a farne più di Bertoldo; il primo detto deriva dai poemi cavallereschi medioevali, il secondo dalla figura del popolano che trova nell’opera di G. C. Croce il suo massimo compimento letterario. Ritornando in ambito manzoniano, abbiamo la locuzione fare come i capponi di Renzo, detto di ‘coloro che, trovandosi in una stessa situazione disgraziata, litigano tra loro’ (i Promessi sposi sono altamente produttivi in fatto di deonimici: perpetua, azzeccagarbugli, griso, don Abbondio, adelante Pedro). Anche i due grandi poemi della letteratura classica, l’Iliade e l’Odissea, hanno dato origine ad alcune locuzioni (con valore negativo): un’iliade di disgrazie; un’iliade di mali; il termine odissea è invece divenuto sinonimo di ‘viaggio travagliato’, di ‘lunga serie di peripezie’: l’odissea dei naufrahi, ecc. Sfumature pirandelliane Da un deonimico fondante, possono aversi numerosi derivati come nel caso di ‘donchisciotte’ da cui derivano donchisciottesco, donchisciottismo, donchisciottata e donchisciottescamente (il capolavoro di Cervantes ci ha dato anche ronzinante ‘cavallo malandato’ e dulcinea ‘innamorata’). I lessici registrano arlecchinata, edipico, gattopardesco, machiavellico, oblomovismo, saffico, wellerismo. Abbiamo usato prima il termine manzoniano, questo, come moltissimi altri, è una coniazione che possiamo definire di “terminologia filologica” a cui accosteremo boccaccesco, bernesco, carducciano, dantesco, foscoliano, gaddiano, leopardiano, marinismo, pasoliniano, petrarchesco, petrarchista, ecc.; derivati che, attraverso le diverse sfumature nei suffissi, vogliono indicare stili, correnti di pensiero o specifiche produzioni letterarie. Alcuni di questi possiedono un’ulteriore sfumatura di significato. Pirandelliano è certamente relativo alla poetica di Pirandello, ma indica anche una situazione di drammatica estraneità dalla realtà; così kafkiano diviene sinonimo di ‘oppressivo, allucinante, assurdo’; l’aggettivo machiavellico ha assunto ormai il significato di ‘astuto’. Molti di questi derivati resistono più a lungo del nome stesso che li ha originati. È più facile sentir dire mefistofelico, piuttosto che un mefistofele (abbastanza frequente anch’esso); si dice spesso pantagruelico, ma non sentiamo più dire un pantagruele. Il termine rocambolesco è ancora molto usato, mentre è sempre più difficile definire una persona come un rocambole (personaggio nato dalla fantasia di Ponson du Terrail); a questo eroe da romanzo popolare si può associare Fantomas (eroe inafferrabile creato da P. Souvestre e M. Allain), da cui deriviamo il termine fantomatico. Forse le abilità d’azione e di fuga degli eroi letterari ottocenteschi sono state sostituite da nuovi emergenti eroi, da Zorro a Superman fino all’Agente 007, alias James Bond (per quest’ultimo si trovano registrati zerozerosette, bondismo e jamesbondismo); in questo senso la moderna filmografia ha dato un grande contributo, si pensi al personaggio di Rambo, da cui è derivato rambismo e rambizzare. La deonomastica va dall’analista Infine abbiamo visto che, termini come kafkiano, hanno sviluppato metafore più articolate e ambiti di riferimento ben lontani dall’originale. La psicoanalisi è forse la scienza che ha fatto maggior uso di queste metafore per classificare alcune patologie; basterà citare il complesso di Edipo, senza dimenticare il bovarismo, il masochismo, il sadismo. Ci sono poi le sindromi associate al nome di un autore o di un personaggio: la sindrome di Peter Pan, quella di Stendhal, di Proust (‘ipersensibilità olfattiva che provoca un potenziamento anomalo della memoria’), e perfino quella di Münchhausen (‘simulazione di malattie e disturbi fittizi al fine di ottenere un ricovero ospedaliero’). E forse si può ipotizzare, in un futuro prossimo, qualcuno che denomini la sindrome che colpisce colui che, andando per minuscole, si metta a «ruminare» sopra un termine deonimico: la sindrome di don Abbondio.

*Roberto Randaccio (Cagliari, 1958) ha collaborato per molti anni con la Cattedra di Etnologia della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, impegnato nello sviluppo di modelli genealogici e onomastici nella Sardegna del Settecento. Studioso appassionato di letteratura italiana dell’Ottocento, ha diretto la sua attenzione verso le problematiche filologiche, critiche e lessicografiche nell’opera di Carlo Collodi, con pubblicazioni e partecipazioni a numerosi convegni internazionali. Attualmente lavora all’edizione critica delle opere di Antonio Fogazzaro. Dal 1997 collabora con la «Rivista Italiana di Onomastica», con articoli e saggi che analizzano l’onomastica letteraria del XIX secolo, in particolare esaminando lo sviluppo e i mutamenti della terminologia deonomastica.


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