01 gennaio 1970

Dalie e sequoie: il caso dei deonimici vegetali

di Francesco Sestito*

Peonia, pianta divina La denominazione di specie vegetali a partire da nomi di persona è documentata già nell’antichità: nella Naturalis historia Plinio il Vecchio cita ad esempio il caso della peonia, che «nomenque auctoris retinet» (il dio della medicina Peone); dalla stessa opera abbiamo notizia di molte altre specie che traevano il nome da personaggi storici o mitici, dalla genziana all’euforbia alla lisimachia. Più vicino a noi, non è azzardato ipotizzare un influsso deonimico nel caso della margherita: le prime attestazioni del nome della pianta sono cinquecentesche, in un’epoca in cui la base etimologica della parola (margarita ‘perla’) era stata soppiantata nell’uso dalla forma moderna perla, mentre il corrispondente nome di donna conosceva un’enorme diffusione. E in epoche recenti l’uso popolare di denominare piante erbacee con nomi di persona non doveva essere eccezionale, se il Vocabolario della Lingua Italiana Treccani registra s.v. erba le locuzioni erba livia, erba luisa ed erba roberta.

L’anagrafe umana dei vegetali Di ben maggior rilevanza è però la presenza deonomastica nei nomi scientifici dei vegetali. Com’è noto, nel Settecento Linneo impose un metodo di classificazione basato su almeno due denominatori, uno, in forma di sostantivo latino, relativo al genere e uno, per lo più in forma di aggettivo latino, relativo alla specie. È da credere che fin dall’introduzione del sistema linneiano la denominazione dei generi, che per definizione non doveva comportare omonimie, abbia presentato difficoltà soprattutto in un’epoca in cui le scoperte geografiche mettevano continuamente gli scienziati a contatto con piante sconosciute. D’altra parte, lo scopritore di un genere o di una specie vegetale aveva e ha la massima libertà nell’attribuzione del nome scientifico, con l’unico vincolo di evitare le omonimie. Se in molti casi si rese opportuno per praticità l’uso di termini del latino classico (da Rosa a Salvia a Pinus, termini che per gli scienziati di oggi hanno lo stesso significato che avevano per gli antichi romani), soprattutto per le scoperte recenti spesso si adottò l’espediente di derivare il nome del genere da nomi e cognomi di persone.

Dedicati a personaggi famosi Il nome di un genere vegetale, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, raramente deriva dal cognome dello scopritore: ciò è avvenuto per l’Abelia, la cui specie chinensis fu scoperta nel 1816 dal diplomatico inglese Clarke Abel. Di solito però le denominazioni costituirono dediche a personaggi famosi, per lo più illustratisi nel campo botanico o più latamente scientifico ma senza legami diretti col vegetale in questione. Di alcuni personaggi dei secoli XVIII e XIX oggi è rimasta traccia quasi solo in deonimici vegetali: così la Bignonia deve il suo nome al bibliotecario di Luigi XV Jean-Paul Bignon, la Gardenia al vicepresidente della Royal Society Alex Garden, la Begonia a Michel Bégon, governatore delle Antille Francesi. Il navigatore Louis-Antoine de Bougainville sarebbe più noto per aver scoperto e assoggettato alla Francia (con effetti ancora durevoli) l’isola di Tahiti se più tardi non gli fosse stata dedicata la oggi notissima Bougainvillea. Non mancano dediche a personaggi non coevi (la Matthiola, volgarmente nota come violacciocca, ricorda il botanico senese del Cinquecento Pierandrea Mattioli) né a membri di case reali (l’Eugenia, la cui specie caryophyllata è nota perché produce i chiodi di garofano, fu dedicata al principe Eugenio di Savoia).

Paulownia batte Fittonia Molto raro è il caso in cui l’eponimo è una figura femminile: inoltre, a conferma del ruolo subordinato della donna nella società di un tempo, in genere la dedica assume il carattere di un galante omaggio a una dama anziché del riconoscimento di un merito scientifico. È il caso della Strelitzia, che ricorda Carlotta Sofia di Meclemburgo-Strelitz, futura regina d’Inghilterra, o della Paulownia, dedicata ad Anna Pavlovna, figlia dello zar Paolo I. Un’eccezione è la Fittonia, ispirata alle sorelle botaniche inglesi Sarah Mary ed Elizabeth Fitton.

I Cherokee nel latino botanico Dato che, per una convenzione adottata dalla comunità scientifica a partire da Linneo, i nomi di qualsiasi categoria vegetale devono essere espressi in latino e quindi rientrare in una delle declinazioni di questa lingua, per i deonimici, tratti per lo più da cognomi europei moderni, si è reso necessario l’uso di suffissi. Secondo un processo derivativo già antico (vedi sopra per la peonia) il suffisso più utilizzato è -ia, che per lo più ci si è limitati ad aggiungere al cognome dell’eponimo, creando anche risultati poco compatibili con il sistema grafico latino (Robin > Robinia, Fuchs > Fuchsia, Wistar > Wistaria, fino a casi limite come Edgeworth > Edgeworthia o Eschscholtz > Eschscholtzia); più raramente si è aggiunta la semplice -a (Gerber > Gerbera). Nel caso di basi terminanti in vocale, per lo più questa è caduta (Dierville > Diervilla, Sanvitale > Sanvitalia), ma in alcuni casi è stata mantenuta, perfino se non pronunciata nel cognome dell’eponimo (Feijo > Feijoa, Buddle > Buddleia, Bougainville > Bougainvillea). Camellia (< Kamel) e Matthiola (< Mattioli) procedono da forme cognominali già latinizzate. Non chiara, né motivabile con ragioni eufoniche, è l’alterazione della radice in Sansevieria (< San Severo); viceversa, la base è stata semplificata in Plumeria (< Plumier) e in Gleditsia (< Gleditsch). In Lobelia (< de l’Obel) l’articolo, ma non la particella, è stato agglutinato al deonimico; l’uso di altri suffissi, accomunati comunque dall’uscita in -a, ha dato luogo fra l’altro a Nicotiana (< Nicot) e a Fortunella (< Fortune). Infine, singolare è il caso di Sequoia (< Sequoyah), non solo perché rarissimo esempio di deonimico con alla base un personaggio non europeo, il meticcio civilizzatore degli indiani Cherokee, ma anche perché la finale -yah ha reso necessario un riaggiustamento grafico anziché l’aggiunta di un suffisso.

Volgarmente detti in italiano… Fin qui si è trattato dei nomi scientifici dei vegetali espressi in latino, gli unici riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale. In italiano e nelle altre lingue moderne i nomi scientifici sono per lo più affiancati da termini volgari, propri dell’uso non specialistico e scritti con l’iniziale minuscola, che possono designare una singola specie o più solitamente un genere. Naturalmente nel caso di piante note prima dell’introduzione della tassonomia attuale il nome volgare è quello tradizionale; invece per le scoperte più recenti quasi sempre si usa come nome volgare il nome scientifico, con alcuni adattamenti alla lingua italiana. Per i deonimici, derivati in buona parte da cognomi talvolta foneticamente molto distanti dalla nostra lingua, il processo di adattamento non sempre è agevole. Se nessuna modifica si è resa necessaria in casi come gardenia o magnolia - che del resto oggi pochi riconoscerebbero come derivati da cognomi stranieri -, laddove il nome scientifico comporta grafie non previste dall’italiano, i mutamenti possono essere notevoli: soppressione di h (Dahlia > dalia, Fuchsia > fucsia); adattamento di k, w, x, y (Kentia > chenzia, Gloxinia > glossinia, Martynia > martinia); semplificazione di nessi consonantici (Eschscholtzia > escolzia); resa di ou di origine francese con u, mentre gli altri dittonghi rimangono normalmente immutati e vengono per lo più pronunciati all’italiana (Broussonetia > brussonezia, Poinciana > poinciana, Dieffenbachia > dieffenbachia); resa di t(h) immediatamente precedente al suffisso -ia con z, per influsso della pronuncia latina convenzionale (Godetia > godezia, Tradescantia > tradescanzia, Forsythia > forsizia). In camelia < Camellia lo scempiamento della l potrebbe essere sostanzialmente eufonico, ma forse va chiamato in causa anche l’influsso del francese camélia, amplificato nel secondo Ottocento dall’enorme fortuna del dramma La dame aux camélias.

Pronunce e grafie a rischio In ogni caso, i nomi volgari dei vegetali di origine deonimica (e non solo) presentano una situazione altamente caotica in cui si oscilla fra la fedeltà alla lingua dell’eponimo e l’adesione alle strutture dell’italiano, dovuta sia allo scarso interesse manifestato fino a tempi recenti dai linguisti per il lessico tecnico non solo botanico, sia all’indifferenza - che per contro, non sembra diminuire - dei botanici per questioni linguistiche: è tuttora insolito che dizionari anche di ottimo livello registrino (e a maggior ragione, che forniscano in merito indicazioni di ortografia o di pronuncia) nomi di piante tutt’altro che sconosciute come forsizia o rudbechia; d’altro canto molte pubblicazioni di botanica anche divulgativa sembrano ignorare l’esistenza del nome volgare, rendendo non solo poco agevole la consultazione (difficilmente un floricoltore alle prime armi cercherebbe, in una lista alfabetica, notizie sulla calla sotto il nome scientifico del genere Zantedeschia), ma contribuendo anche a creare una sorta di terra di nessuno nel campo della lingua italiana. Raramente tecnicismi della matematica o della medicina, per quanto complessi concettualmente, pongono problemi di ortografia o di pronuncia anche a non specialisti. Non così per un settore tutto sommato alla portata di tutti come la denominazione dei vegetali: se ogni italofono colto riconosce in dalia l’unica grafia accreditata e al di fuori di contesti tecnici considererebbe dahlia un errore o uno snobismo, chi e su quali basi potrebbe stabilire se è più corretto scrivere deutzia o deuzia, o pronunciare “dèuzia”, “deúzia” o magari “dözia”, sulla base della pronuncia del cognome dell’eponimo, il botanico olandese Johann Deutz? Del resto, in una lingua come l’italiano, in cui il sistema grafico-fonetico si caratterizza per un’estrema regolarità, alcune delle più significative “eccezioni” riguardano proprio la categoria succitata: pronuncia velare di g davanti a e/i in lagerstroemia o weigela (ma non in gerbera né in billbergia, parimenti di origine germanica); presenza di gruppi consonantici altrimenti ignoti alla nostra lingua (vr- iniziale in vriesia, -ddl- in buddleia, -rnb- in sternbergia); violazione di regole ortografiche notissime come la presenza obbligatoria di m davanti a b/p (dieffenbachia).

*Francesco Sestito (Roma, 1971) si è laureato in Storia della Lingua Italiana nella cattedra di Luca Serianni presso l’Università “La Sapienza” di Roma e ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia della lingua e dei volgari italiani nella stessa università. È collaboratore del Lessico Etimologico Italiano (LEI) e dell’Opera del Vocabolario Italiano (OVI). Si è occupato di nomi propri partecipando a numerosi convegni internazionali e collaborando alla «Rivista Italiana di Onomastica».


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