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La Chiesa e l’identità linguistica italiana

di Rita Librandi*

Per valutare il ruolo avuto dalla Chiesa nella storia linguistica italiana occorre distinguere almeno due grandi periodi, separati, nella prima metà del Cinquecento, da due avvenimenti importanti tanto per l’identità linguistica del paese quanto per il suo sentire religioso. La pubblicazione nel 1525 delle Prose della volgar lingua di PietroBembo, infatti, e l’apertura, pochi anni dopo (1542), del Concilio di Trento segnano l’avvio dell’unificazione linguistica italiana e il nuovo corso della Chiesa cristiano-cattolica. Sono, com’è facile intuire, due vicende del tutto indipendenti, anche se entrambe concorrono a rinnovare la comunicazione con i fedeli e a favorire tra loro la diffusione dell’italiano. L’affermazione della lingua unitaria tra le masse popolari non era un obiettivo prioritario né della cultura laica né del mondo ecclesiale, ma il convergere della prima su un unico idioma ha aiutato la seconda nell’estensione multiforme e capillare della fede cattolica. La costante volontà della Chiesa, infatti, di trasmettere con efficacia e chiarezza la parola di Dio sarebbe divenuta più pressante a seguito delle disposizioni tridentine e l’italiano sarebbe stato funzionale, in più di un caso, alle nuove strategie comunicative. Fino ai primi decenni del Cinquecento, al contrario, e sin dalle origini del cristanesimo, la comunicazione con il popolo aveva incoraggiato l’uso dei diversi volgari, favorendone l’affermazione nella scrittura a scapito del latino. Appare evidente, pertanto, come la storia della Chiesa si intersechi pienamente con le vicende della nostra lingua, connettendo con un filo ininterrotto il cristianesimo delle origini e la nascita del volgare alla Chiesa postconciliare del Novecento e alla lingua dei media.
 
Donna Bissodia in visibilio
 
Il cristianesimo, apparso in Italia già nel I sec., si somma alle forze disgregatrici che spezzano poco per volta la coesione linguistica dell’impero romano e si caratterizza fin dall’inizio per la capacità di attirare proseliti. La lingua di cui si serve accoglie molte parole nuove: a volte sono motivate dalla necessità di introdurre tecnicismi legati alla diversa concezione religiosa, come nel caso dei grecismi baptisma, angelus, episcopus ecc.; più spesso, però, sono giustificati dal desiderio di ottenere connotazioni espressive (immarcescibilis, beatificare, dilectio ecc.). Numerosi sono anche i volgarismi, visibili soprattutto nel mutamento semantico e grammaticale di alcuni termini, quali, tra gli altri, il verbo benedicere, che diventa transitivo e assume il significato di «invocare il favore divino su qualcuno» o di «consacrare». La gran parte delle nuove formazioni riesce a penetrare nella lingua comune e soprattutto a incidere sui futuri volgari dell’Italoromània.
La terminologia cristiana, d’altro canto, si protrarrà ininterrotta nei secoli, incorporandosi tanto nel lessico dell’italiano quanto in quello dei dialetti, e agirà con forza sulla cultura popolare, come testimoniano le tante deformazioni subite dal lessico più elevato o dal latino della liturgia: si pensi ad alcune formazioni quali donna Bissodia, derivato da da nobis hodie, o tantummergo per «cosa lunga e lenta». Nonostante ciò, lo scambio è stato privo di sopraffazioni e si manifesta ancor oggi in rifacimenti che si sono ben acclimatati nell’italiano e nei dialetti: basterà pensare a un’espressione come in visibilio che, derivata da un’erronea divisione del genitivo invisibilium del Credo, trova corrispondenza nella lingua nazionale, nei dialetti lombardi (in visibili) e in quelli siciliani (‘n visibiliu). L’amalgama del lessico cristiano con la lingua comune è divenuto tale da consentire ai parlanti un uso consapevole e pertinente dei tecnicismi religiosi (battesimo, confessione, grazia ecc.); a differenza di quanto accade con altra terminologia specialistica, infatti, non se ne percepisce la natura tecnica, ma li si sente parte integrante del proprio patrimonio linguistico e culturale.
 
L’Osservanza e i fedeli incolti
 
Una data che viene spesso indicata come rilevante per il passaggio dal latino al volgare è l’813 d. C., anno in cui il Concilio di Tours stabilì che le omelie si tenessero in «rustica romana lingua aut thiotiscam». La Chiesa, cioè, decise di predicare in volgare per privilegiare la piena comprensione del pubblico, un principio ribadito più volte nei secoli che separano il cristianesimo dell’alto medievo dal Concilio di Trento. Nello stesso periodo, peraltro, la storia della Chiesa sarebbe stata segnata da ciclici momenti di crisi, durante i quali il legame con i fedeli sarebbe stato rinsaldato dalla nascita di nuovi ordini e movimenti religiosi.
Una svolta decisiva fu rappresentata dall’apparire, tra il XII e il XIII sec., degli ordini mendicanti, che privilegiarono su ogni altra cosa la comunicazione con i laici ignari di latino. I frati domenicani, in particolare, posero il proprio lavoro di interpretazione biblica a servizio della predicazione e nutrirono grande fiducia nelle possibilità del volgare. Già dalla fine del Duecento, ma soprattutto nella prima metà del secolo successivo, si avviarono, in ambiente domenicano, traduzioni dal latino di testi esemplari, utili a istruire gli illetterati e a indirizzarne il comportamento. Volgarizzatori come Domenico Cavalca (1270-1342) e Iacopo Passavanti (1302 ca.-1357), per esempio, trasfusero in testi destinati ai laici argomenti un tempo affidati soltanto al latino.
Un nuovo incremento della letteratura religiosa in volgare si ebbe, tra la fine del XIV sec. e la prima metà del XV, con il movimento dell’Osservanza, nato all’interno dell’ordine francescano. Il ritorno all’«osservanza» della regola si irradiò molto presto anche agli altri ordini religiosi e si propose, tra i tanti obiettivi, quello di comunicare con i fedeli meno colti. A questi ultimi si indirizzarono sempre più numerose, soprattutto dopo l’invenzione della stampa, le opere pensate con intenti dottrinali ed educativi: si dispiegò una strategia pedagogica in grado di indirizzare verso la scrittura molti tra coloro che fino a quel momento ne erano stati esclusi. Destinatarie privilegiate furono in particolare le donne, che la società laica avrebbe tenuto per secoli distanti dalla parola scritta e dal sapere. La Chiesa, d’altro canto, mantenne nei loro confronti un duplice atteggiamento, guardandone con diffidenza la parola non vigilata, ma stimolandone l’alfabetizzazione e il ruolo di sorveglianti della fede. Non per nulla la gran parte delle scritture femminili che ci giungono dal passato sono di argomento religioso e includono sia testi importanti per la nostra storia linguistica e letteraria, come le Lettere di Caterina da Siena, sia testimonianze talvolta meno note, ma non meno rilevanti, come le tante scritture visionarie e autobiografiche delle mistiche.
 
Sermoni e catechesi dopo Trento
 
A una più ampia diffusione dell’italiano, come si diceva, contribuì, dopo la metà del XVI sec., la Chiesa postridentina che, per reagire alla riforma protestante, interruppe nei paesi cattolici ogni traduzione delle sacre Scritture. Ciò escluse il popolo dei fedeli dalla lettura personale e consapevole della Bibbia, ma non condusse, come molti studiosi tendono a interpretare, alla cancellazione di un apprendimento consapevole né alla separazione dalla lingua unitaria. La scelta di affidare al volgare soltanto la predicazione e la catechesi, infatti, si associò a un’azione capillare e a un imponente dispiegamento di forze, che fece sentire i suoi effetti anche dopo l’affievolirsi del pericolo protestante. Le strategie comunicative si raffinarono, adeguandosi al pubblico e alle diverse situazioni comunicative.
La predicazione, in particolare, spaziò tra i sermoni più elevati, spesso coincidenti con i modi della prosa letteraria e perlopiù destinati alle grandi chiese cittadine, e le prediche missionarie, condotte nelle campagne o nei quartieri più poveri delle città e caratterizzate dall’apertura a espressioni colloquiali, a regionalismi e a dialettalismi. L’ampia trattatistica sulla predicazione entrò in rapporto con la questione della lingua, si interrogò sull’opportunità di adottare o meno il fiorentino letterario e arrivò a indicare con precisione il lessico più idoneo. Francesco Panigarola, nel suo celebre manuale Il Predicatore (1609), consigliava una terminologia elegante e chiara al tempo stesso, per cui tramontana era migliore di rovaio, bellore era un arcaismo da fuggire, e smagare era termine ormai troppo difficile da comprendere. Sul versante, non opposto, ma complementare, delle missioni, molte raccolte di prediche fornirono modelli in cui ci si avvicinava ai modi espressivi del parlato familiare o alle lingue locali; ne furono un esempio i testi del grande innovatore della predicazione nel Settecento, il napoletano Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787).
L’altro grande strumento di educazione religiosa che, a partire dal Cinquecento, avrebbe plasmato per secoli la mentalità collettiva dell’Occidente cattolico e protestante fu la catechesi. In Italia, in particolare, l’obbligo imposto ai parroci di costituire, dopo il Concilio di Trento, scuole di dottrina in ogni parrocchia e l’istituzione, nel 1607, dell’Arciconfraternita della dottrina cristiana, che doveva favorire l’uniformità dell’insegnamento, assicurarono un’azione profonda e duratura. La catechizzazione dei fanciulli non sempre si associò all’insegnamento di lettura e scrittura, ma impose sempre l’apprendimento mnemonico delle formule della dottrina, facendo sì che almeno una buona quota di lessico e di forme dell’italiano si fissassero anche nella competenza dei dialettofoni. Il testo adottato uniformemente per molto più di un secolo fu il catechismo di Roberto Bellarmino (Dottrina cristiana breve perché si possa imparare a mente – 1597), che si prodigò con minuta attenzione nella ricerca di un’esposizione lineare e comprensibile. Solo nel XVIII sec. i vescovi decisero di autorizzare l’adozione di catechismi più adatti alle esigenze delle singole diocesi, favorendo la comparsa di testi aperti alle espressioni regionali o di catechismi in dialetto. Questi ultimi, tuttavia, non sarebbero intervenuti sui tecnicismi religiosi e dottrinali, di cui avrebbero adattato solo la veste fonetica: simbulu, Spiritu santu, cunsagrazioni, effusioni (entrambi sing.) si leggono, per esempio, in alcuni catechismi prodotti in Sicilia nel Settecento.
 
Papa Wojtyla, il predicatore mediatico
 
Una nuova unificazione nell’insegnamento della dottrina si ebbe nel 1912, con la pubblicazione del Catechismo essenziale della Chiesa cattolica e del più ampio Catechismo della dottrina cristiana, noti, in generale, come il «catechismo di Pio X». Il primo, in particolare, è stato usato, ancora fino a pochi anni fa, per preparare intere generazioni di italiani ai sacramenti e ha comportato la memorizzazione comune di molte espressioni. Il legame con il cristianesimo delle origini, pertanto, non è mai stato spezzato e ha continuato a tessere fili di parole unitarie, costitutive della nostra identità. Non per nulla, il Compendio promulgato da Benedetto XVI, e tratto dal Catechismo emanato da Giovanni Paolo II nel 1992, è riuscito a classificarsi come il libro più venduto nel 2005, anche grazie all’efficacia di un’esposizione del tutto rinnovata.
Il recente cambiamento delle strategie comunicative inizia con il Concilio Vaticano II (1962-65), il cui effetto più vistoso è l’abbandono del latino nella liturgia. Gli organismi ecclesiastici pongono grande cura nella traduzione dei testi, ma la messa in italiano non può più esercitare sulla diffusione della lingua la stessa azione svolta in quegli anni da fattori sociali più influenti. Il ruolo delle comunicazioni di massa, per esempio, ha acquistato grande rilevanza con l’arrivo della televisione, e la Chiesa comincia ad avvedersene già con Giovanni XXIII, il pontefice che per primo intensifica l’uso dei nuovi mezzi. La via sarà ripresa e seguita soprattutto da Karol Wojtyla, il «papa mediatico» capace di catturare l’attenzione dei fedeli e dei non credenti. Le sue doti comunicative sono agevolate dalle giovanili esperienze teatrali e dall’ampia conoscenza delle lingue, ma la sua capacità di attrazione nasce sia dalla partecipazione diretta alla vita dei devoti, che gli consente di continuare la comunicazione affettiva di papa Roncalli, sia dalla convinzione autentica della verità cristiana, che gli permette di conferire autorità persuasiva ai propri discorsi. La distanza dai due pontefici che lo hanno preceduto e seguito appare anche al confronto tra i discorsi tenuti per la preghiera degli Angelus: papa Wojtyla, per esempio, preferisce un vocabolario di base e adopera una percentuale più alta di termini di maggiore frequenza rispetto a quella cui ricorrono Paolo VI o Benedetto XVI. Con Giovanni Paolo II si attualizzano le tecniche degli antichi predicatori, quasi a comporre la sintesi di una storia ininterrrotta che, nel congiungere la parola dei primi cristiani alla Chiesa mediatica, ha inciso stabilmente sulla nostra identità linguistica e culturale.
 
 
*Rita Librandi è professore di Storia della lingua e Linguistica italiana e insegna nell’Università di Napoli “L’Orientale”. Si è occupata principalmente di testi e volgare della scienza nel Due-Trecento, dell'italiano della Chiesa e della scrittura delle mistiche, della storia linguistica di alcune aree meridionali; su ognuno di questi temi ha pubblicato diversi studi. Si segnalano qui solo i contributi più recenti relativi alla lingua della comunicazione religiosa; da qui, infatti, sarà facile risalire alla bibliografia molto ampia sulla storia della Chiesa e sul suo intreccio con la storia linguistica italiana: Dal lessico delle «Lettere» di Caterina da Siena: la concretezza della fusione, in Dire l’ineffabile: Caterina da Siena e il linguaggio della mistica, a cura di L. Leonardi e P. Trifone, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2006; Lessico e identità cristiana, in L’identità europea: lingua e cultura, Atti del Convegno internazionale (Roma 21 giugno 2007), a cura di P. Martino, Roma, Edizioni Studium 2008; Il predicatore recita e il fedele traspone. Carlo Goldoni e i sonetti del «Quaresimale in epilogo», in «Lingua e stile», XLIII, 2008; La lingua della Chiesa, in Lingua e identità. Una storia sociale dell'italiano, a cura di P. Trifone, Roma, Carocci, 2009 (nuova ed.).

 

 

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