di Stefania Penasa*
All’interno della ricerca linguistica di Gabriele D’Annunzio, costantemente tesa alla riscoperta di significati ad accezioni nuove o cadute in disuso, il lessico cromatico svolge un ruolo fondamentale.
La necessaria coesistenza tra ricerca della massima precisione ed eleganza formale spinge costantemente l’autore ad arricchire le serie morfologiche già esistenti, o a trarre dalle fonti spunti lessicali inediti o desueti. D’Annunzio, nella sua prosa, ricorre a tutte le strategie lessicali che la lingua italiana gli offre per coniare cromonimi, fornendo un corpus particolarmente ampio, ricco di derivati, composti e, soprattutto, termini referenziali, scelti tra i meno logori e sottoposti a frequenti processi di risemantizzazione e rietimologizzazione. Per dare autorevolezza anche ai termini più inusuali, ricorre alle fonti lessicografiche più note, alla ricerca delle denominazioni, e talvolta anche delle citazioni, più appropriate.
Satura e brillante
Il ricco patrimonio lessicale, composto da centinaia di termini, evidenzia una strutturazione primaria divisa in nove sottoparadigmi, corrispondenti a quelli dell’italiano: azzurro, bianco, giallo, grigio, marrone, nero, rosso, verde, viola. I termini basici, utilizzati per indicare una gradazione satura e brillante, sono scelti frequentemente dallo scrittore, che, in alcuni casi, tuttavia, preferisce specificarne la sfumatura facendo ricorso all’apposizione di determinanti, utili a suggerire esattamente il grado di chiarezza o di vivacità.
Particolarmente interessante è il sottoparadigma dannunziano dell’azzurro che, rispetto alla tradizione, pare ormai definitivamente avviato verso una semplificazione, con l’arabismo azzurro in posizione di arcilessema, laddove il latino aveva varie denominazioni. Contrariamente alla tendenza delle lingue contemporanee, e in special modo dell’italiano, D’Annunzio utilizza come basico azzurro, non blu. Il francesismo, infatti, ricopre nelle opere analizzate un ruolo estremamente marginale, affermandosi solamente nel Notturno, a Novecento inoltrato.
Niente rosa
Analoga è la situazione del sottoparadigma del marrone, termine assente nella maggior parte delle opere, sostituito dal più frequente bruno. L’aggettivo, sebbene di origine germanica, estraneo quindi alla tradizione latina, è preferito al francesismo, ritenuto termine alla moda, non attestato nelle fonti e quindi ancora privo di sufficienti garanzie di letterarietà.
Il paradigma del colore dannunziano, inoltre, non presenta il sottoparadigma del rosa; sebbene il termine sia impiegato anche dallo scrittore come astratto, passibile di derivazioni (es. rosato, roseo), in taluni casi è ancora percepito come referenziale strettamente connesso al colore del fiore omonimo e come gradazione del rosso. La strutturazione primaria del lessico cromatico, quindi, è parzialmente diversa rispetto a quella della lingua italiana dell’epoca, riflettendone, probabilmente, uno stadio precedente, conforme al carattere conservativo della lingua dannunziana.
Sfumature di azzurro araldico
Tale aspetto conservatore pare coesistere, paradossalmente, con una forte spinta innovatrice e modernizzatrice, che si esprime nella strutturazione secondaria del lessico. La terminologia utilizzata da D’Annunzio per esprimere gradazioni e sfumature, costituisce un insieme vasto ed eterogeneo, in cui spicca l’importanza demandata ai termini derivati (aggettivi suffissati e verbi parasintetici) e ai referenti.
Ai derivati, in special modo, spetta il compito di esprimere le multiformi sfumature della prosa dannunziana. Essi sono per lo più aggettivi alterati che lo scrittore crea sfruttando tutti i procedimenti morfologici che la lingua gli offre, così da completare serie fortemente espressive, in precedenza solo tentate o usate senza sistematicità. La preferenza dell’autore va a quei suffissi che gli permettono di esprimere gradazioni insature, veicolando al contempo una connotazione sentimentale. La ricca serie degli aggettivi approssimativi-diminutivi sfrutta in particolare in suffissi -astro, -iccio, -igno, -ognolo (connotati negativamente, ad indicare un colore insaturo, non bello); e -etto, -ino (connotati, invece, positivamente, sottolineando una partecipazione affettiva). Per suggerire sfumature preziose, eleganti, o semplicemente molto vivaci, D’Annunzio, data la povertà dell’italiano nella suffissazione accrescitiva-intensiva, ricorre, invece, prevalentemente all’uso di sintagmi composti dal cromonimo più un determinante di chiarezza o di vivacità. Spesso conia sintagmi mai attestati nelle fonti precedenti, che nascono dalla lessicalizzazione di un paragone (es. verde smeraldo, verde malachite), o dall’autonoma fantasia dell’ “Immaginifico” (es. azzurro araldico, azzurro soave, ecc.).
Ingiallire, arrossare, annerire
Alle formazioni aggettivali si aggiungono numerose forme parasintetiche costruite con l’annessione di un circonfisso alla base aggettivale, costituita prevalentemente da aggettivi basici: azzurro> inazzurrare; bianco> imbiancare, sbiancare; giallo> ingiallare, ingiallire; nero> annerare, annerire; rosso> arrossare, arrossire; verde> inverdire. Semanticamente, essi sono utilizzati dall’autore per esprimere un colore ancora insaturo, in divenire.
Nella definizione delle diverse sfumature, alla ricchezza di derivati non corrisponde un equivalente profusione di composti che, rispetto alla poesia sono in numero assai inferiore. Si tratta di formazioni prevalentemente formate da Aggettivo + Aggettivo o Aggettivo + Nome, adoperati per indicare al meglio sfumature ai margini della banda, intermedie tra i due costituenti cromatici (es. grigioverde, verdazzurro).
Pendente un poco nel fulvo
Per suggerire la transizione dinamica da un colore all’altro, invece, D’Annunzio si serve prevalentemente di forme perifrastiche del tipo tra … e… (es. tra roseo e azzurrognolo), o del tipo pendente in… (bianco indefinibile pendente un poco nel fulvo). Esse paiono comunque complementari alla diffusione di suffissati o referenti, poiché D’Annunzio fa ricorso a tali formulazioni soprattutto nei sottoparadigmi in cui ha a disposizione meno alterati e referenti.
A tale regola fa eccezione solamente il sottoparadigma del rosso, per il quale D’Annunzio utilizza contemporaneamente sia numerose forme sintetiche (suffissati e referenti), che numerose forme perifrastiche. Ciò è dovuto, forse, agli innumerevoli significati simbolici che il rosso dannunziano assume, tali da richiedere una maggiore disponibilità lessicale, diversa anche a seconda del registro stilistico delle varie opere.
Un pallido bianco, non più latino
Sono condotte sistematicamente anche le frequenti operazioni di risemantizzazione, che consentono a D’Annunzio di recuperare dal passato significati e accezioni cadute in disuso nel corso dei secoli, ridando trasparenza etimologica a parole opache. L’ambiguità delle scelte dannunziane sta nel conflitto tra una morfologia moderna, mutuata dai linguaggi scientifici, e l’uso di materiale lessicale antico, non solo classico, ma lirico e arcaico. Esempio è l’accezione cromatica di fosco e diafano, persa nella formazione delle lingue romanze. Particolarmente interessante, a tal proposito, è anche l’evoluzione dell’aggettivo pallido e della sua serie; D’Annunzio pare accogliere pienamente i significati attestati nelle fonti lessicografiche ottocentesche, declinando il pallido come delicata sfumatura della pelle, tendente verso un bianco positivo quando accostato alle figure femminili; nella tradizione latina, invece, tale aggettivo indicava primariamente un vero e proprio colore giallo, per lo più nelle sue tonalità più opache e spente (giallognolo, giallastro).
Tra sperimentazione e conservazione
Il lessico cromatico di D’Annunzio prosatore, dunque, è soggetto ad una continua evoluzione che muove dapprima verso l’esasperazione formale raggiunta nei romanzi, per poi ripiegare su sé stesso e far ritorno ad una espressività più immediata, naturale, priva di forzature retorico-stilistiche. Il sistema così definito si differenzia a livello strutturale da quello dell’italiano, caratterizzandosi per un rigido monolinguismo che accoglie di rado esotismi e solamente dopo averli adattati foneticamente e morfologicamente all’italiano. Si crea quindi un sistema fortemente conservativo a livello primario, ma al contempo aperto alla sperimentazione a livello secondario.
*Stefania Penasa, nata a Cles (Trento) nel 1983, è insegnante di Lettere presso l’Istituto comprensivo Alta Val di Sole; contrattista con incarico di esercitatore nei corsi di italiano scritto e cultore della materia (Storia della lingua italiana e italiano scritto) presso l’Università degli Studi di Trento. Dopo la laurea in Lettere moderne, ottenuta nel 2007 con una tesi in Storia della lingua italiana sulla cromonimia e la lingua della prosa dannunziana, ha seguito un corso di perfezionamento in Didattica dell’italiano scritto ed è entrata a far parte dell’équipe di Italiano scritto della Facoltà di Lettere di Trento, coordinata dalla professoressa Serenella Baggio. Ha al suo attivo pubblicazioni in ambito linguistico (sulla lingua dannunziana e sul lessico cromatico) e in ambito pedagogico.