12 novembre 2009

Se li azzecca pure Homer Simpson...

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di Giuseppe Patota*  

Da decenni, con geometrica regolarità, commentatori più o meno autorevoli tessono, contemporaneamente, l’elogio e il necrologio del congiuntivo, esaltandone le qualità raffinate e constatandone, contemporaneamente, il decesso o l’irreversibile agonia, in particolare nell’italiano parlato. Addurrò, in proposito, due esempi, che portano date e firme diverse ma che hanno molte cose in comune, compreso il luogo comune sulla scomparsa o rarefazione del congiuntivo dalla lingua della conversazione corrente. Il primo s’intitola Morte del congiuntivo, risale al 1984 e porta la firma di Cesare Marchi, autore del fortunatissimo Impariamo l’italiano; il secondo s’intitola Il club esclusivo di chi usa il congiuntivo, porta la data del 2008 e la firma autorevole di Piero Ottone, già direttore del “Secolo XIX” e del “Corriere della Sera”:
 
C’era una volta il congiuntivo [...]. Nei salotti i ben pensanti e i ben parlanti tremavano nell’affrontare la desinenza d’un congiuntivo, sbagliarla era una gaffe imperdonabile, peggio che indossare scarpe marrone (sic) con lo smoking... A cent’anni di distanza è morto anche il congiuntivo, ucciso da quegli strumenti di comunicazione che in anglo-latino si chiamano mass-media e in italiano mezzi di comunicazione di massa (Cesare Marchi, Morte del congiuntivo, in Impariamo l’italiano, Rizzoli, Milano 1984, p. 87).
Non sono un linguista, ma una recente conversazione con uno studente di Lettere mi ha indotto a riflettere sull’uso del congiuntivo. Che non ha, ai nostri tempi, grande fortuna. Ricevo lettere in cui lo si rimpiange, perché lo si usa sempre meno; e in cui si esorta a salvarlo, prima che sparisca del tutto. Ma perché è in crisi? Abbiamo riflettuto, lo studente e io, sull’evoluzione della lingua, che tende a semplificarsi [...]. L’agonia del congiuntivo è dovuta [...] alla semplificazione della lingua, e questa semplificazione, è dovuta a sua volta all’attenuazione, presto alla scomparsa, delle classi sociali (Piero Ottone, Il club esclusivo di chi usa il congiuntivo, “Venerdì di Repubblica”, 17 ottobre 2008). 
 
Era morto, vent’anni dopo è in agonia
 
Senza entrare nel merito di queste considerazioni, una domanda sorge spontanea: ma se il congiuntivo era già morto nel 1984, come può essere in agonia nel 2008?
In realtà, le geremiadi sulla morte del congiuntivo nell’italiano parlato hanno una storia ben più antica. Più di cinquant’anni fa Franco Fochi imputava il rovinoso declino di questo modo un po’ a Roma ladrona (di congiuntivi), un po’ ai meridionali, un po’ alla radio nazionale e un po’ anche a Indro Montanelli, toscano sì, ma traviato dalla residenza romana:
 
A Roma [...] si va sempre più diffondendo il mal uso di sostituire al congiuntivo l’indicativo nelle oggettive e soggettive dipendenti da verbi o locuzioni di dubbio, incertezza, probabilità, ecc. (come pensare, credere, sembrare, essere opportuno, esser facile), snaturando tali verbi e locuzioni e privando il modo congiuntivo di una delle sue principali funzioni: quella, appunto, di esprimere il dubbio, l’incertezza, ecc. Ma ciò è più grave, se si considera che l’errore di cui stiamo parlando è diventato una vera e propria regola, non solo tra “funzionari” (poco sottili in fatto di lingua e in gran parte meridionali), ma anche fra letterati di professione, fra uomini il cui nome potrebbe domani far testo [...]. Veramente, la spinta a usare l’indicativo invece del congiuntivo in dipendenza da verbi indicanti “credere” e concetti affini potrebbe provenire da vari dialetti centro-meridionali: ma sta di fatto che è soprattutto Roma che contribuisce a divulgare oggi questo costrutto. E Roma difficilmente perdona. Cominciamo con gli esempi orali, tutti dal Giornale Radio: Ore 20,30 (Progr. Naz.) del 16 novembre 1956: “...ritiene che l’Unione Sovietica non ha intenzione...” [...]. Strano che questo costrutto appaia anche sotto la penna di Indro Montanelli (nato a Fucecchio, abitante a Roma). Leggiamo infatti nell’articolo d’apertura intitolato Fabbri (Corr. della sera, 15 marzo): “Mi pare – dissi – che il qualcosa, a furia di cercarlo, l’hai trovato” (Franco Fochi, Credo che può bastare, in “Lingua Nostra” XVII [1956], p. 98).
 
Credo che sia vivissimo
 
In realtà, di questa presunta rarefazione del congiuntivo il romanesco e i dialetti centro-meridionali erano ben poco responsabili: la spinta all’uso dell’indicativo, se c’era, veniva piuttosto dalla pressione dell’italiano parlato. In quest’àmbito specifico, tuttavia, essa era, ed è tuttora, molto meno spiccata di quanto si sia portati a pensare. Nel 1999 Stephan Schneider, un brillante ricercatore dell’università di Klagenfurt, pubblicò uno studio (Il congiuntivo tra modalità e subordinazione, Roma, Carocci) che aveva, tra i suoi principali obiettivi, proprio quello di misurare la reale presenza del congiuntivo nell’italiano parlato, in particolare nelle frasi in cui esso era (ed è) tradizionalmente considerato a rischio, e cioè le frasi subordinate introdotte dalla congiunzione che rette da verbi come credere, pensare, immaginare, presumere, augurarsi, sperare, temere, sembrare e così via. La ricerca di Schneider si basò sul LIP, il Lessico di frequenza dell’italiano parlato, una ricchissima raccolta di testi parlati diversi per genere, stile e contenuto: dalle conversazioni casalinghe alle lezioni scolastiche, dalle chiacchierate in metropolitana alle trasmissioni radiofoniche, dalle telefonate fra amici alle arringhe giudiziarie: 500.000 parole parlate, raccolte e registrate nelle città di Milano, Firenze, Roma e Napoli fra il 1990 e il 1992 da un gruppo di studiosi guidati da Tullio De Mauro
I numeri (numeri, non chiacchiere) che si ricavano dalla ricerca di Schneider deluderanno tutti coloro che quotidianamene intonano il Requiem aeternam per il congiuntivo. In tutto il LIP si contano 532 frasi subordinate aperte da che e precedute da verbi del tipo di quelli citati poc’anzi. Di queste 532 frasi, 355 hanno il congiuntivo (“Penso che sia lui”), 41 hanno il condizionale (“Credo che sarebbe giusto”), e 246 hanno l’indicativo (“Pensavo che ti piaceva”, “Credo che avete fatto bene”). Nell’italiano parlato, dunque, l’omissione peccaminosa del congiuntivo è meno frequente della sua conservazione virtuosa, e il peccato di omissione di cui qui si tratta si riduce ulteriormente se teniamo conto del fatto che dei 246 indicativi registrati 30 sono dei futuri, cioè delle forme del tutto ammissibili dopo un “penso che” anche per il più intransigente dei puristi (“Penso che Marcella verrà”: chi avrebbe da ridire sulla correttezza di questo enunciato?). Come ha scritto Edoardo Lombardi Vallauri in uno studio del 2000 anch’esso dedicato alla vitalità del congiuntivo nell’italiano parlato, “che il congiuntivo venga sempre più frequentemente sostituito dall’indicativo appare abbastanza fuori discussione”; tuttavia proprio la sua ricerca dimostra che questa sostituzione è più lenta e meno generalizzata di quanto si sia portati a pensare (E. L. V., Vitalità del congiuntivo nell’italiano parlato, in Società di Linguistica Italiana, Italia linguistica anno Mille. Italia linguistica anno Duemila, a cura di Nicoletta Maraschio e Teresa Poggi Salani, con la collaborazione di Marina Bongi e Maria Palmerini, pp. 609-634; la cit. a p. 609).
 
Cade negli spogliatoi
 
Qualcuno dirà: dal 2000 a oggi sono passati quasi dieci anni. Allora il congiuntivo era ancora vivo, oggi no: oggi è definitivamente morto. Neanche per idea. Nel 2003 Enrica Atzori ha analizzato accuratamente la lingua di oltre 10 ore di parlato radiofonico raccogliendolo da trasmissioni diverse per genere, contenuto e destinazione andate in onda su tre emittenti, una pubblica e due private: nella fattispecie, tre notiziari trasmessi in contemporanea da Radiouno, Radio 24 e RTL 102.5 e tre programmi di intrattenimento andati in onda su Radio Dimensione Suono e su RTL. Dall’analisi della lingua di questi programmi è emerso che “il congiuntivo si mantiene stabile e non si sono rilevati casi in cui, nella possibilità di scegliere fra indicativo e congiuntivo, si sia optato per il primo” (E. A., La lingua della radio. I linguaggi dell’informazione radiofonica, in AA.VV., La lingua italiana e i mass media, a cura di Ilaria Bonomi, Andrea Masini, Silvia Morgana, Carocci, Roma, pp. 33-66; la cit. a p. 52). L’orizzonte d’attesa dei necrofori del congiuntivo si restringe ulteriormente quando si tenga conto dei dati (sorprendenti) ricavabili da un’indagine sulla lingua della televisione che porta la data, recentissima, del 2008. Un gruppo di ricerca diretto da Gabriella Alfieri e Ilaria Bonomi ha analizzato la lingua di decine e decine di ore di trasmissioni televisive, distinguendo fra programmi d’informazione, divulgazione scientifico-culturale, intrattenimento, fiction, sport, tv per bambini e per ragazzi. Ne è nato un libro di quasi 500 pagine che descrive fin nei minimi particolari Gli italiani del piccolo schermo (Firenze, Cesati): grammatica, sintassi, lessico e organizzazione generale del discorso di tutti i possibili programmi televisivi sono distinti e scientificamente esaminati, descritti e valutati. In questo libro, numeri alla mano, si dimostra che il congiuntivo nel parlato televisivo tiene benissimo, perfino nelle trasmissioni sportive: anche se i miracoli, nel Processo di Biscardi, nella Domenica Sportiva e in Controcampo non li può fare nessuno: come era da aspettarsi, gli esempi quantitativamente e qualitativamente più significativi di caduta del congiuntivo si registrano nei campi di calcio, nei controcampi e negli spogliatoi. Spiccano, per marcatezza, gli indicativi di Aldo Biscardi (“Voglio provare a sentire Variale. Se lo chiamo io può darsi che viene”) e di alcuni intervistati della Domenica Sportiva (“però oggi credo che l’Udinese ha fatto una bella partita”), ai quali il conduttore Marco Mazzocchi consapevolmente o inconsapevolmente si adegua (“Ma credo che non ce la fa”). I tifosi del congiuntivo si consolino perché, per un Biscardi che non ne azzecca uno, c’è un Homer Simpson che, come si dimostra a p. 428 del poderoso volume di cui qui si tratta, li centra tutti.
 
*Giuseppe Patota è professore ordinario di Linguistica italiana presso il Dipartimento di Letterature Moderne e Scienze dei linguaggi dell’Università degli Studi di Siena. Si è occupato di lingua letteraria italiana sette-ottocentesca, di sintassi storica dell’italiano e di storia della grammatica italiana. Si è inoltre dedicato alla didattica dell’italiano antico e moderno, rivolta sia agli studenti italiani sia agli studenti stranieri. Recentemente ha pubblicato, insieme a Norma Romanelli, il corso multimediale di italiano per stranieri Percorso Italia (De Agostini Scuola, Milano 2008). Da poco nelle librerie è Viva il congiuntivo! Come usarlo senza sbagliare (Sperling & Kupfer, Milano 2009), scritto a quattro mani con Valeria Della Valle. Sempre con Della Valle ha pubblicato un manuale di scrittura, tre grammatiche destinate alle scuole superiori e numerose guide all’uso corretto e appropriato dell’italiano (per i tipi di Sperling & Kupfer).

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