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Ce l’hai scritto in faccia / Comunicare con il volto

di Fabio Glielmi*

Attraverso il nostro viso, le sue espressioni, noi comunichiamo una quantità incredibile di informazioni; più del 70% è veicolato dalla parte della comunicazione che esula dalle semplici parole e dal linguaggio convenzionale: il non verbale. Il non verbale include i gesti, la nostra posizione corporea (postura), la posizione del nostro corpo nello spazio rispetto agli altri e agli oggetti (prossemica), il tono, il ritmo e il volume della voce; ma la parte del corpo che meglio e più comunica all’altro informazioni riguardo ciò che stiamo dicendo (e non dicendo!) è il nostro volto.
«Guardami in faccia quando ti parlo!», oltre a essere un’affermazione dal tono perentorio, implica un grandissimo significato: solo guardando il volto di una persona possiamo davvero comprendere e decodificare a pieno il senso di ciò che ci sta dicendo o, se l’altro non parla, possiamo in ogni caso capire il suo stato d’animo, le emozioni che prova in quel preciso momento dall’espressione del suo volto.
Espressione viene dal latino expressio, che indica letteralmente ‘l’azione e l’effetto dello spremere, far venir fuori qualcosa da qualcos’altro’. Nulla di più vero. Le espressioni che il nostro volto mostra sono il “succo” di ciò che stiamo provando, anche se non sempre intendiamo mostrarlo agli altri.
 
Il nostro cervello “rettiliano”
 
Vi è mai capitato di vedere un film divertente, da soli, e scoppiare a ridere a crepapelle? Vi è mai capitato di trovarvi in un gruppo di amici e cercare di nascondere le vostre emozioni ma sistematicamente uno di loro vi s’avvicina chiedendo «come stai? perché quella faccia?». Per quanto possiamo sforzarci di celare le nostre emozioni, per quanto la nostra cultura di appartenenza (e mi riferisco a tutte le culture, perché le espressioni del volto sono transculturali) ci abbia imposto e addestrato a nascondere e distorcere le nostre espressioni secondo regole ben precise (display rules, ovvero ‘regole di esposizione’), non possiamo controllarle del tutto; questo perché non è il nostro cervello evoluto (la neocorteccia) a controllarle. Le espressioni non sono soggette alla nostra volontà – possiamo al massimo dissimulare o fingere un’espressione, ma la differenza è rilevabile –, bensì controllate dalla parte antica del nostro cervello, la parte ereditata dalle specie dei nostri antenati, la parte “rettiliana”, ovvero la parte più interna del cervello da cui derivano le nostre emozioni e gli istinti.
 
Lo sviluppo filogenetico delle espressioni
 
La funzione espressiva e comunicativa del nostro volto va di pari passo con lo sviluppo filogenetico della specie umana. Gli animali raramente fanno uso delle espressioni del volto. I mammiferi hanno le espressioni più evolute. Pensate al cane che vi guarda mentre scodinzola, noterete i muscoli del muso rilassati; oppure il gatto mentre fa le fusa, noterete che ad ogni carezza chiuderà gli occhi distendendo tutti i muscoli superiori del muso. Le specie più in basso nella scala evolutiva (rettili, anfibi, uccelli) si esprimono invece usando la postura (pensate ad un coccodrillo con le fauci aperte e la coda tesa, pronto a scattare). Invece i primati, che vivono in gruppo ed hanno una vita sociale complessa, sono dotati, proprio per questa ragione, di un repertorio elaborato di espressioni facciali adeguate alle diverse relazioni interpersonali: dominanza, sottomissione, gioco, minaccia, cura parentale, atto sessuale e così via. Molti studi hanno permesso di far risalire le nostre espressioni facciali a quelle dei primati. Con l’evoluzione del genere umano, tali espressioni “universali” sono riconoscibili in tutte le popolazioni della Terra.
 
Un americano e un aborigeno si guardano in faccia
 
Secondo Paul Ekman, il maggiore studioso delle espressioni facciali e padre del FACS (Facial Action Coding System), primo sistema di codifica delle espressioni facciali, tutte le fondamentali emozioni umane si presentano a livello di mimica facciale in modo chiaro e riconoscibile. Ekman (ed altri studiosi) identificano sei emozioni fondamentali, codificate in altrettante espressioni facciali “universali”: rabbia, paura, disgusto, sorpresa, felicità e tristezza. Queste espressioni risultano non solo universali, quindi riscontrabili in popolazioni provenienti da diverse parti del mondo, ma anche innate (Ekman svolse a questo proposito uno studio sulle popolazioni della Nuova Guinea e del Borneo), ovvero non determinate da apprendimento culturale (dal quale, viceversa, dipendono le display rules): infatti, i soggetti appartenenti a queste popolazioni isolate e di cultura “primitiva”, posti di fronte a fotografie di volti di individui di razza caucasica che esprimevano emozioni, ne fornirono un’interpretazione molto simile a quella formulata da soggetti appartenenti alla nostra cultura. Hanno riconosciuto quelle espressioni come manifestazione di emozioni da loro già sperimentate. Per verificare la validità del test, furono videoregistrate delle sequenze con alcuni membri di queste tribù, sequenze poi sottoposte alla valutazione di studenti universitari americani: la corrispondenza tra le immagini mostrate e le espressioni identificate fu altissima.
 
Ci sono un italiano, un giapponese e…
 
A proposito di display rules: vi è mai capitato di discutere animatamente con un giapponese? Difficilmente questi vi mostrerà un’espressione negativa di rabbia o tristezza, anche se dentro di sé dovesse provare tali emozioni. Questo perché nella sua cultura non è ritenuto positivo esprimere emozioni negative davanti ad altre persone. Le esprimerà tranquillamente soltanto in privato, sicuro di non essere visto. All’opposto, potreste trovare un occidentale che esagera in modo istrionico le proprie espressioni se si trova in compagnia.
 
Ekman identifica quattro display rules:
 
Attenuazione (ridurre l’intensità dell’espressione)
Amplificazione (esagerare l’intensità)
Nascondimento/dissimulazione (adottare un’espressione neutra)
Sostituzione (mostrare un’espressione diversa rispetto all’emozione provata).
 
In base a tali regole è facile, per un occhio esperto, discernere le espressioni spontanee da quelle controllate.
 
Il bambino e l’affiliazione
 
Il sorriso è forse l’espressione più studiata. E più “utile alla sopravvivenza umana”, perché – come evidenziato da molte ricerche – è un’espressione di affiliazione che, mostrando disponibilità, permette la convivenza e la vicinanza da quando si è piccoli: i bambini infatti spesso sorridono ad un altro bambino anche se non lo conoscono, mostrandosi ben disposti all’approccio e quindi all’avvio di una relazione sociale. Lo stesso vale per una madre che, ricevendo un sorriso dal proprio bambino in fasce, reagirà amorevolmente prolungando l’interazione con lui, attraverso le operazioni di accudimento e di cura.
 
Dominanti e dominati
 
Il sorriso, per ragioni culturali e sociali, non ha solo a che fare con l’espressione delle emozioni, ma è un vero e proprio strumento di interazione sociale, utile al mantenimento della stessa. In altri casi il sorriso può essere un indicatore di ruoli e poteri gerarchici. Chi è meno dominante (per ruolo o atteggiamento) tende a sorridere di più, proprio perché ha necessità di prolungare l’interazione e piegarla a suo favore. Vi sono anche differenze di genere: le donne, di solito, tendono a sorridere di più, rispetto agli uomini, per motivi affiliativi e perché possiedono maggiore sensibilità verso i propri interlocutori.
 
Filologia del sorriso
 
Il sorriso è l’espressione più soggetta alle display rules culturali. Nell’adulto si possono identificare alcuni tipi diversi di sorriso:
 
·         Il sorriso spontaneo coinvolge l’intero volto, con sollevamento degli angoli della bocca e degli zigomi; i denti si scoprono e si contraggono i muscoli orbicolari. Si dice che un sorriso è autentico se provoca le “zampe di gallina” ai lati esterni degli occhi di chi ride.
·         Il sorriso simulato: interessa soltanto i muscoli zigomatici, facendo sollevare i lati della bocca.
·         Il sorriso miserabile coinvolge solo la parte inferiore del volto. Si tratta di un sorriso forzato e infelice, che accompagna l’accettazione di un fatto spiacevole. A ben guardare, è molto simile all’espressione di tristezza.
 
Specchio dell’anima
 
Il volto è sempre stato considerato “specchio dell’anima”. Studiarne le espressioni ci permette di individuare dei sicuri indicatori di ciò che l’altro sta provando. Non è possibile controllare completamente le espressioni, poiché sono direttamente collegate con il nostro cervello “rettiliano”, con il sistema cerebrale atavico che gestisce le nostre emozioni. Quello che possiamo fare è “guardarsi in faccia” non cercando di nascondere a parole le proprie emozioni, perché comunque il nostro volto e le sue espressioni le racconteranno all’altro.
 
Riferimenti bibliografici
 
Argyle, M. (1978), Il corpo e il suo linguaggio: studio della comunicazione non verbale, Bologna, Zanichelli.
Ekman, P. (1998), new edition of C. Darwin, The expression of emotion in man and animals (1872), New York, Oxford University Press.
Ekman, P. & Friesen, W.V. (1971), Constants across cultures in the face and emotion, in «Journal of Personality and Social Psychology».
Ekman, P. & Friesen, W. V. (1975), Unmasking the face: A guide to recognizing emotions from facial clue,Englewood Cliffs, NJ, Prentice Hall.
Ekman, P. & Oster, H. (1979), Facial expressions of emotion, in «Annual Review of Psychology», 30, pp. 527–554.
Ekman, P. (1989), I volti della menzogna, Milano, Giunti Editore.
Knapp, M. L. & Hall, J. A. (19974), Nonverbal communication in human interaction, Holt, Rinehart and Winston, Inc.
Pacori, M.(2007), Come interpretare i messaggi del corpo, Milano, DVE Italia Spa.
 
*Fabio Glielmi è laureato in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, specializzato in tecniche di comunicazione (Pnl Certified) e gestione delle risorse umane. Si interessa da anni di comunicazione non verbale, ha condotto ricerche con la cattedra di Psicologia del lavoro dell’Università di Roma “LUMSA” sulla comunicazione non verbale nei colloqui di selezione. Ha collaborato con diverse società di formazione e svolto docenze presso l’Università di Roma “Roma 3” e l’ISSE (International Summer School of Entrepreneurship) all’Università di Salamanca sulla comunicazione non verbale e l’utilizzo del modello della PNL nel self marketing. È socio fondatore della società QuiFormazione srl.

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