18 luglio 2013

«Politica: un temporale ciclico di parole nuove». Intervista con Gian Luigi Beccaria

a cura di Lorenzo Pregliasco*

Fra le tante parole che ha visto, vissuto, studiato nella sua lunga e decorata carriera di linguista, ci sono quelle della poesia e della letteratura italiana, ma anche le parole del cibo (in Misticanze), tante parole scomparse (I nomi del mondo), quelle dell’italiano di oggi (Per difesa e per amore). Gian Luigi Beccaria, professore emerito all’Università di Torino, accademico della Crusca e dei Lincei, saggista (l’ultimo titolo è Le orme della parola, uscito per Rizzoli), è anche un «divulgatore» appassionato di riflessioni sulla nostra lingua – sua la rubrica Parole in corso sul settimanale «Tuttolibri», suo il ruolo di giudice nel rimpianto programma televisivo Parola mia –.
Autore della postfazione al libro Il crollo , in un controcanto linguistico all’introduzione firmata dal sociologo Ilvo Diamanti, in questo colloquio tratteggia alcuni profili del linguaggio politico dei tempi recenti, in un viaggio attraverso le tante espressioni che, tenute a battesimo più spesso sui giornali che non nelle aule parlamentari, ci raccontano parola per parola i tempi che stiamo vivendo.
 
Professor Beccaria, perché le parole della politica spesso hanno vita breve, o brevissima?
Perché i giornali sono un po’ come i temporali estivi: si scatenano di tanto in tanto, e inondano di parole le strade del mondo. Parole che non durano niente, passano, proprio come i temporali. E dentro l’intercambio continuo fra i giornali e i politici – i politici prestano parole, i politici prendono parole –, mi pare che si intravveda quella peculiarità tutta italiana dell’edonismo linguistico (il filone inventivo dell’«eterna funzione Gadda» illustrata da Gianfranco Contini). Ai nostri giornalisti piace molto il “teatrino”, pensiamo all’ondata effimera di scilipotizzare, scilipotismo, scilipotese, espressioni che poi sono scomparse. È insomma un temporale ciclico di parole che vanno e vengono.
 
Il crollo è uscito appena un paio di mesi fa, ma già sembrano affacciarsi parole nuove…
Negli ultimi tempi si è nominata spesso la «Terza repubblica», c’è il governo Letta, vi è stato chi ha parlato di Lettusconi come si era parlato di Veltrusconi. Si scrive poi molto dei saggi, saggi dei quali in verità si sa poco, tanto che proprio nei giorni scorsi Libertà e giustizia ha rivolto loro un appello affinché l’opinione pubblica sia meglio informata delle discussioni tenute all’interno del «comitato dei trentacinque» sulle riforme costituzionali.
 
E poi c’è il governo, che diventa ora «governo di scopo», ora «governo di servizio».
Sì, un governo insomma che serve, che deve risolvere i problemi insieme, dopo lunghi litigi. Pensiamo all’espressione «decreto del fare», che a prima vista ricorda molto il lessico di Berlusconi, tutto incentrato sul lasciar lavorare, l’azienda Italia, il ghe pensi mi: quelle espressioni avevano il colore di un “lasciatemi fare liberamente”, senza lacci e lacciuoli. Vedremo poi che cosa effettivamente riuscirà a fare questo governo, se sarà capace di andare oltre a quelle riforme marginali che qualcuno ha efficacemente ribattezzato con il passaggio dal Porcellum al Porcellinum.
 
Il linguaggio della politica è spesso linguaggio di scontro. Di recente nel Movimento 5 Stelle sono nati «dissidenti» e «fedelissimi», per non dire di una parola divenuta ormai quasi onnipresente, divisivo
Da un lato è vero, c’è stata l’aspra polemica dentro i grillini, con i «fedelissimi» contro i «dissidenti», in questa coppia oppositiva di parole che sembra richiamare concetti propri dei regimi autoritari.
E poi si è affermata moltissimo una parola che un tempo non esisteva, almeno non con questo significato: divisivo, emersa nei giorni dell’elezione del presidente della Repubblica e poi usata ancora in questi giorni con la Santanché. Un’espressione che gode di massima fortuna ai tempi dell’accordo fra destra e sinistra, perché si cercano personaggi che uniscano e non dividano. E poiché in italiano non c’è una parola che riassuma tutti i tratti in un unico termine, si è ricorsi ancora una volta all’inglese divisive.
 
D’altra parte, forse questa stagione del compromesso fra destra e sinistra, oggi al governo insieme, si riflette anche in un “disgelo” linguistico.
Sono tempi cauti, sì, il momento attuale mi pare un po’ consociativo, è una fase di attenuazione dello scontro in cui si cerca di mettere a posto le cose dopo lunghi litigi. Fra destra e sinistra paiono congelate le polemiche, e forse questo congela anche la creazione di parole nuove: sono soprattutto la vivacità, le fiammate polemiche, a far scaturire le parole “forti”, quelle che finiscono poi col fissarsi nel vocabolario politico.
 
E Letta? Il suo è un linguaggio “democristiano”, come sostengono alcuni?
Di certo Letta, che viene dalla tradizione democristiana, qualcosa ha ereditato da quel parlare cauto, ovattato, prudente, della Dc dei tempi andati: allora, negli anni Sessanta, era in ballo un accordo con la sinistra, che si voleva fare ma non si doveva dire, ed ecco il florilegio di convergenze parallele (tanto paradossali quanto geniali), di cauti accostamenti, di progressi nella continuità. E forse non è un caso se oggi Letta appare molto più cauto e misurato nell’eloquio rispetto ad altri leader politici.
 
Intanto, Matteo Renzi ha intitolato il suo libro Oltre la rottamazione.
Se ha sconfessato – anzi, rottamato – la rottamazione forse è perché si è reso conto che si era troppo inimicato i “rottamandi” (o “rottami”, dirà qualcuno) e tenta ora di recuperarli. Ma rottamazione è una parola, e innanzitutto un’idea, affermatasi anche al di là del settore politico. Si parla molto di rottamazione in altri campi; per esempio nella scuola, nell’università, nel mondo del lavoro. Forte è il tema della disoccupazione giovanile, si dice “largo ai giovani”, e l’espressione ne trae giovamento.
 
Di sicuro sembra rottamata la parola partito: soppiantata da Movimenti, Scelte, Poli e Popoli. Come mai?
Movimenti, Poli, Leghe, ora pare che tornerà anche Forza Italia – che peraltro nasce come slogan elettorale della Dc –. La parola partito sa troppo di “apparato”, di passato, e così si ritrova a usarla soltanto il Pd. Quel che colpisce, d’altro canto, è che i giornalisti continuano a usare i nomi delle correnti: i dalemiani, i veltroniani, i giovani turchi… Il che sembra riportarci ai tempi della Prima repubblica, quando le cronache erano fitte di dorotei, pontieri, miglioristi, tutte parole oggi completamente ignote a chi non abbia vissuto quegli anni.
 
In questo alternarsi di parole effimere ed evanescenti, resistono parole “forti”, piene di significato?
È risaputo che anche le parole importanti progressivamente si svuotano, nel dibattito politico: le grandi parole, come democrazia, libertà, giustizia, sembrano aver perso la propria forza, il proprio senso. E sempre più si usano parole che soltanto in apparenza sono chiare, solide, concrete: si parla di programmi o proposte concrete – ma poi quel concreto risulta vago e generico –, di vere riforme – quali? –, di vera giustizia, seria e responsabile.
Di questo passo perderemo, insieme al senso delle regole, il senso delle parole che usiamo, manipolate ogni giorno da un uso improprio: se le parole diventano vuote, obbedienti alle convenienze politiche, allora possono mentire. Ciascuna di esse, a usarla male, può racchiudere il suo contrario.
 
*Lorenzo Pregliasco è nato nel 1987 a Torino, dove si è laureato in Linguistica cognitiva con una tesi sul linguaggio politico di Obama. Giornalista e imprenditore, è direttore di YouTrend ( www.youtrend.it ) e socio fondatore dell’agenzia Quorum. Ha collaborato con la Rai e la rivista «Aspenia». Il suo primo libro, Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda repubblica, è uscito per Editori internazionali riuniti nel 2013.
 

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