24 dicembre 2018

La via dell’alfabetizzazione digitale

Io sono una sociolinguista. Mi occupo, come dico spesso semplificando, di come parlano e scrivono le persone, ma soprattutto del significato delle loro scelte linguistiche. Insegno, da contrattista, all’università di Firenze da una quindicina di anni. Ho gestito, dalla sua apertura nel 2012, il profilo Twitter dell’Accademia della Crusca, con la quale collaboro dal Duemila. Bruno Mastroianni è filosofo, giornalista e social media manager per programmi di Rai1 e Rai3. Spesso succede che, se io espongo un’idea nata dall’osservazione della realtà linguistica, lui sistematizzi con grande efficacia e precisione il mio pensiero. Quando le nostre visioni del mondo si sono incontrate, entrambi abbiamo apprezzato la scoperta di un punto di vista differente sulle stesse cose, riconoscendo l’importanza dell’approccio interdisciplinare per il campo che ci interessa, cioè la comunicazione.

 

Da “tienilo spento” a “tienilo acceso”

 

Prima di Tienilo Acceso, ognuno di noi due aveva dato alle stampe altri libri. In particolare, nel 2017, io avevo pubblicato Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network (la sintesi dei miei studi sulla comunicazione mediata dal computer) e Bruno La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico (a sua volta, la summa della sua visione filosofica della comunicazione), entrambi per Franco Cesati (Firenze). Abbiamo iniziato a tenere conferenze su questi due libri in tutta Italia, cercando di fare conoscere il nostro personale approccio alla questione della comunicazione online. Nel confrontarci con mille pubblici diversi (dai ragazzini delle elementari agli studenti dei master universitari; da quadri di grandi aziende ad anziani religiosi) ci siamo accorti di quanto, da una parte, sia diffuso un grande desiderio di riflettere sulle proprie competenze comunicative e su come “stare bene in rete”; dall’altra, di come una buona parte dello sforzo educativo in ambito digitale tenda a concentrarsi sulla parte disfunzionale, pericolosa, brutta e “deragliata” della comunicazione in rete. Si parla di hate speech, di cyberbullismo, di phishing, di truffe, dei pericoli legati alla diffusione delle informazioni personali, di istigazione al suicidio, di tutto ciò che su internet indubbiamente si trova, e indubbiamente va conosciuto e temuto.

L’impressione, suffragata da numerose pubblicazioni sul tema, è che la soluzione migliore a tutti questi pericoli sia spegnere, vietare, introdurre nuove regole, restringere l’accesso alla rete tramite una sorta di “selezione all’ingresso”, e così via. Da ogni parte si levano voci infastidite dall’ignoranza che si vede trapelare dalle interazioni online, o dalla maleducazione e dalla mancanza di competenze della “casalinga di Voghera” che oggi ha, pure lei, voce in capitolo nell’opinione pubblica. Ma sarebbe davvero auspicabile una rete in cui parlassero solo i competenti, in cui il dibattito pubblico tornasse a essere ristretto agli happy few con conoscenze, competenze e mezzi per farlo? Qual è, insomma, l’alternativa al chiasso telematico, al  tastiericcio, a questa specie di enorme bar diffuso in cui spesso abbiamo l’impressione di stare?

Per quanto sia suadente il canto delle sirene del digital detox, per quanto, senza ombra di dubbio, ci sia bisogno di regole, di leggi, di punizioni e anche di tenere spenti, nei momenti giusti, i nostri strumenti digitali, la retorica dello spegnere ha il limite di non riflettere su cosa succede quando poi, a un certo punto, accendiamo i nostri dispositivi. Perché presto o tardi lo facciamo tutti, anche il cyberluddista più renitente alla rete: accendiamo il computer, il tablet e il cellulare. E allora, al di là dell’indignazione per i comportamenti devianti e deviati, al di là della sdegnosa scelta di ritirarsi su una specie di Aventino della comunicazione, tacciando chi sta sui social di incompetenza e ignoranza, che cosa si può fare, ci siamo chiesti con Mastroianni, per vivere felici e connessi?

Si può fare la scelta di non occuparsi di chi “non sa stare in rete”, blastando gli ignoranti (cioè esponendoli a pubblico ludibrio e considerando l’educazione digitale diffusa una perdita di tempo; ma così si rischia di commettere il più classico degli atti di hybris, di tracotanza, che è una delle tentazioni di chi ha avuto la possibilità di studiare, di informarsi e di formarsi sull’argomento. Io e Mastroianni pensiamo di essere dei privilegiati per aver potuto vivere il momento del passaggio dall’analogico al digitale, e ci siamo sentiti quasi in dovere di provare a trovare delle soluzioni accessibili a tutti. Questo è il pensiero che si è concretizzato in Tienilo acceso.

 

La centralità della parola

 

Il nostro libro inizia con una sezione che si occupa proprio della comunicazione deragliata: apre il saggio da un lato perché è un argomento necessario, ma dall’altro perché secondo noi va anche presto superato; riteniamo che troppo spesso, invece, ci si fermi solo a questo, e non si proceda verso un pensiero realmente generativo. La situazione è indubbiamente preoccupante: ma cosa fare, a parte preoccuparsi, o indignarsi?

Dal mio punto di vista di linguista riconosco, nel mettersi in rete, l’assoluta centralità della competenza linguistica. “Language is the core property that basically defines human beings”, ricorda Noam Chomsky in un’intervista semiseria raccolta dallo pseudo-rapper Ali G, ossia l’attore Sasha Baron Coen. E la parola ci serve, sempre ma soprattutto in rete, per tre funzioni.

1) È un costante atto di identità: ogni parola che scegliamo o non scegliamo di dire racconta agli altri qualcosa di ciò che siamo. Questi atti di identità possono essere non-intenzionali (molto spesso) o diventare intenzionali (grazie a un preciso allenamento in tal senso). In rete, dove veniamo privati di prossemica, gestualità, tono della voce, espressioni facciali, il significato e la rilevanza delle parole nell’esprimere ciò che siamo o ciò che vorremmo essere sono ancora maggiori.

2) Serve per descrivere il mondo: dalla notte dei tempi, compito dell’essere umano è stato quello di dare nomi alle cose. Al mutare della realtà, tuttavia, cambia anche la lingua, che della realtà è specchio. Il fatto di essere all’interno di un perenne fluire linguistico può mettere a disagio e dare una sensazione di incertezza: è quello che vediamo succedere in numerose occasioni, per esempio nel caso dei femminili professionali, del tutto naturali da un punto di vista linguistico.

3) È il modo più approfondito per creare relazioni con gli altri. In particolare, la lingua unisce – con chi comunica come noi – e divide – da chi comunica in maniera diversa da noi. Ma se omofilia e xenofobia, nei loro significati etimologici (affetto per chi è simile a noi e paura di chi è diverso), sono normali, occorre rendersi conto che i fenomeni vengono amplificati online, dato che è molto più facile incontrare persone con convinzioni, abitudini, rituali completamente diversi dai nostri.

Ci sembrava importante iniziare da una riflessione metalinguistica, che a taluni può apparire banale, ma di fatto non lo è, dato che non viene quasi mai praticata durante il percorso scolastico; eppure, esulando dalla questione della rete, già De Mauro la considerava rilevante come chiave interpretativa del presente comunicativo; le sue parole sono però quasi sempre rimaste inattuate.

Chiaramente, come già menzionato, la rete complica ulteriormente le cose, dato che, prima di tutto, non ci vediamo in faccia e questo ci rende più disinibiti; in più, il pubblico di qualsiasi “oggetto comunicativo” è di fatto incontrollabile e potenzialmente enorme; infine, in quella che potremmo quasi considerare una nuova forma di democrazia, ma che in realtà contribuisce a ingarbugliare la situazione, si tende a non riconoscere l’autorità e l’autorevolezza, con conseguenti discussioni infinite.

 

Non è mai troppo tardi 2.0

 

Una situazione esplosiva, insomma, dalla quale non sembra esserci via d’uscita. Tuttavia, io e Bruno Mastroianni facciamo una proposta. Riteniamo che non ci sia bisogno (solo) di guru e di esperti che ci spieghino le cinque – o dieci, o venti – mosse per “stare in rete”; abbiamo piuttosto necessità di investire tempo nello sviluppo di competenze che tutti, semplicemente in qualità di esseri umani, possediamo. Si tratta di fare un’operazione ispirata al lavoro del maestro Manzi, o perfino a Don Milani, di alfabetizzazione 2.0 ad ampio raggio, in modo da permettere a tutti di diventare, in qualche modo, padroni delle proprie risorse comunicative.

Tullio De Mauro usava lo slogan “Non uno di meno” per indicare che l’intento doveva essere quello di portare l’alfabetizzazione letteralmente a ogni persona, senza esclusioni dovute alla provenienza sociale o alle preesistenti competenze. Questo atteggiamento, in realtà, non piace a molti, che ritengono “insalvabile” la maggioranza degli “imbecilli” che vediamo in rete, tanto per scomodare la famosa citazione di Umberto Eco (dimenticando, troppo spesso, che noi stessi, condividendo quella frase, diventiamo parte di quegli imbecilli che hanno la facoltà di discutere online senza impedimenti).

Secondo me e Mastroianni è giunto il momento di passare all’azione e di iniziare un’alfabetizzazione digitale a tappeto, coinvolgendo scuole, aziende, master universitari e ogni altro mezzo possibile. I problemi nello stare online non hanno età, ma coinvolgono, in forme diverse, dai più piccoli ai più anziani: gli adulti disprezzano i ragazzi perché condividono troppo sui social, finendo per esporre informazioni sensibili e pericolose; i ragazzi deridono gli adulti che salutano i loro coetanei con “Buongiornissimo! Kaffèèèè?”. Possiamo rimanere ognuno sulle proprie barricate, oppure cambiare il passo.

Non esistono soluzioni facili, non ci sono magie e nulla che potrà funzionare sul breve periodo. Occorre pensare a lungo termine, mirando a creare la consapevolezza che il metodo migliore per arrivare a vivere felici e connessi è trovare una dieta mediatica equilibrata, lontana sia da un’anoressia digitale (che ci priverebbe di esperienze e soddisfazioni rilevanti nella connessione) sia da una bulimia digitale (che ci renderebbe orfani di una rilevantissima parte esperienziale nella vita reale). Tienilo acceso si propone come un primo passo di una riflessione mirata alla ricerca del giusto equilibrio tra online e offline, con l’obiettivo finale di far sì che le persone, tutte le persone, abbiano l’opportunità di riflettere di più sulle loro capacità comunicative in modo da poter arrivare a usare la comunicazione senza farsene usare.

Facile? No. Veloce? Nemmeno. Ma da qualche parte, bisogna pure iniziare. Per noi, è iniziata con Tienilo acceso.

 

*Vera Gheno è una sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer. Tiene da un decennio il Laboratorio di Italiano Scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione all’Università di Firenze. Collabora dal 2000 con l’Accademia della Crusca; è membro della redazione di consulenza linguistica e gestrice del profilo Twitter dell’ente. Fa parte del comitato scientifico del progetto Parole O_Stili. Collabora con Zanichelli per questioni di lingua e lessicografia. Traduce letteratura dalla lingua ungherese. Ha scritto numerosi saggi e articoli sulla comunicazione mediata dal computer e ha pubblicato Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi) (2016), Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network (2017, entrambi per Franco Cesati Editore) e, insieme con Bruno Mastroianni, col quale collabora stabilmente sul tema dell’ecologia della comunicazione in rete, Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello (Longanesi, 2018).

 

Immagine: JJ Adibrata [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], from Wikimedia Commons

 


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