27 febbraio 2013

Parole negli interstizi: dall'Eiar alla multiradio

di Giuseppe Sergio*
 
Non occorrerà insistere troppo sul ruolo che ha avuto la radio nello sfondare la barriera della dialettofonia. È infatti ben noto (De Mauro 1993) come, insieme al cinema, quello radiofonico sia stato per larghi strati della popolazione il primo medium a sonorizzare l’italiano, portando un fondamentale impulso verso l’unificazione della pronuncia; a differenza del cinema, la radio poteva inoltre contare sulla continuità di azione nel tempo e su di una penetrazione profonda anche fra i ceti meno abbienti e nelle aree geografiche più appartate.
 
Anni Trenta: Le “conversazioni” culturali
 
«Educare, informare, divertire» : questa è stata, da subito, la vocazione della radio in tutto il mondo, in Italia però messa in pratica solo negli anni Trenta. L’arretratezza culturale del nostro Paese fa sì che la radio degli esordi metta in dominante il polo del divertimento: negli anni Venti, la radio dedicava l’80% delle sue trasmissioni alla musica. Mentre nel 1928 un 5% delle trasmissioni veniva rivolto ai bambini, in coordinamento e a integrazione del lavoro dell’insegnante, la radio esplicava la sua missione educativa in senso più ampio soprattutto nelle “conversazioni” culturali: a dispetto del nome, si trattava di testi scritti e poi letti o recitati da intellettuali ed esperti con tono piuttosto omiletico e ben poco radiofonico, secondo una pronuncia tendenzialmente priva di inflessioni dialettali (anche se non andrà esagerata, per il primo quinquennio di trasmissioni, la monoliticità di questa lingua in cui si rifletteva il policentrismo aziendale dell’Uri: cfr. Raffaelli 1997).
 
Lezioni di lingue straniere
 
Costante è però l’incremento delle trasmissioni parlate, che guadagnano spazi sulla musica superandola nel ’37. Poiché fino agli anni Cinquanta non possediamo registrazioni radiofoniche, al riguardo risulta preziosa la rivista Radio Orario (1925-29; dal 1930 prosegue come Radiocorriere) che, oltre a essere l’house horgan dell’Eiar (già Uri e successivamente Rai), fungeva da archivio per i palinsesti e per i fluidi contenuti trasmessi dalla radio. Grazie a Radio Orario possiamo appunto verificare la crescita di contenuti vari, fra cui le radiocronache (quelle sportive dal 1928), i notiziari (il primo Giornale radio risale al 1929) e la trasmissione di conferenze (Simonelli 2012), tutti fondamentali veicoli per la diffusione della lingua italiana. Particolarmente significative, a partire dal 1927, le lezioni di lingue straniere, anch’esse poi pubblicate su Radio Orario; richiestissime fino agli anni Trenta, queste lezioni continuarono nel dopoguerra, quando furono prevalentemente rivolte a operai in procinto di espatriare, per poi andare sparendo con gli anni Settanta.
Lo stesso Radio Orario dà conto anche dei temi linguistici affrontati durante le trasmissioni, inizialmente in modo marginale e piuttosto blando: ad esempio nel 1925 si sottolinea «il contributo che [la radio] porta all’unità linguistica nazionale diffondendo nelle province a mezzo di annunciatori accuratamente scelti la buona pronuncia della buona madre lingua» (Radiofonia, fattore di Civiltà, cit. da Maraschio 1999: 49).
 
Esercizi con Radio Rurale
 
Dagli anni Trenta il fascismo intensifica la battaglia per l’italianità della lingua (anche radiofonica) e per la sua promozione all’estero, mentre giunge a maturità l’uso politico della radio. Se così si possono ad esempio ricordare le conversazioni radiofoniche Condottieri e maestri (1930), che da un lato mostravano di intendere la radio come «nuova cattedra» e dall’altro erano caratterizzate da una forte ideologizzazione e da un linguaggio ritualizzato, l’esperienza più strutturata è però senz’altro quella dell’Ente Radio Rurale (1933-40): si trattava di un organismo statale con la funzione di «completare e illustrare le lezioni impartite dall’insegnante e far partecipare i fanciulli, anche quelli dei più remoti villaggi, alla vita della Nazione» (così la legge costitutiva, cit. in Ortoleva/Scaramucci 2003: 279). Che si trattasse di uno strumento del Regime era chiaro fin dalla radioscena Il duce e i bimbi, che il 10 marzo 1934 ne inaugurava le trasmissioni; e ispirato a toni propagandistici era anche il collegato mensile La Radio Rurale, contenente i testi messi in onda corredati da esercizi e rubriche varie, spedito gratuitamente ai radioabbonati che ne facessero richiesta.
 
Il Fascismo e La lingua d'Italia
 
Dall’incremento delle trasmissioni parlate e dal risvegliato interesse del Regime per la politica linguistica scaturiscono interventi mirati a normare la lingua radiofonica. In questo senso la prima esperienza significativa si ha nel 1938 con la trasmissione La lingua d’Italia. Ideata e diretta da membri dell’Accademia d’Italia quali Giulio Bertoni, Francesco Ugolini, Carlo Formichi, Alfredo Panzini, e voluta dall’allora ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai, La lingua d’Italia era rivolta in primo luogo agli insegnanti, a cui venivano indicate norme ortoepiche al fine di migliorare la didattica. In un secondo momento la trasmissione prese inoltre a ospitare i dubbi linguistici, con le relative soluzioni, inviati via posta dagli ascoltatori, poi pubblicati sul Radiocorriere in un’omonima rubrica e nel 1939, in forma organica, nel noto Prontuario di pronunzia e di ortografia di Bertoni e Ugolini. In linea con il mito fascista della romanità, questo fortunato manuale additava a speaker e ascoltatori una pronuncia unitaria di base romana e, in subordine, fiorentina, per essere soppiantato solo nel 1969 dal Dizionario d’ortografia e pronunzia di Migliorini, Tagliavini e Fiorelli, basato sul modello del fiorentino emendato.
 
Sdegno per Gadda
 
L’attenzione per la radiogenia è indicativa della maggiore consapevolezza sul linguaggio che contraddistingue il dopoguerra. In questi anni vengono non a caso pubblicati gli aurei manualetti Il giornale radio (1948) di Antonio Piccone Stella, La lingua e la radio (1951) di Ornella Fracastoro Martini e le Norme per la redazione di un testo radiofonico (1953) di Carlo Emilio Gadda. Queste ultime in particolare, inizialmente circolanti anonime, vennero spedite ai collaboratori del neonato Terzo Programma, provocando una reazione di sdegno. Varato nel 1950, il Terzo Programma si configurava come la prima esperienza di canale non generalista, nella fattispecie dedicato all’istanza educativa e culturale, rispondendo così a una domanda particolarmente avvertita nel dopoguerra.
 
La radio per le scuole
 
In quegli anni il testimone dell’Ente Radio Rurale era intanto passato a La radio per le scuole (1945-1975), anch’essa accompagnata da un’omonima pubblicazione atta a fissare e ad arricchire le lezioni. Ancora in onda nelle ore centrali del mattino e ancora precipuamente rivolta agli scolari delle elementari e delle medie, la trasmissione continuava a integrare le lezioni e a familiarizzare i discenti, soprattutto prima dell’avvento della televisione, con la lingua italiana orale, tanto più che se la formula era la stessa dell’Ente Radio Rurale,il linguaggio si era sfardellato delle istanze più fervorosamente retoriche.
 
Le telefonate da casa
 
La vocazione educativa della radio va però via via flettendosi con gli anni Sessanta, vuoi per il mutato clima socio-politico, vuoi perché erano cambiati i palinsesti e, conseguentemente, lo status radiofonici. La riforma della radiofonia del 1966 aveva aperto a una notevole diversificazione dell’offerta, puntando in particolare sul fronte dell’intrattenimento. Trasmissioni come Bandiera gialla (1965) e poi Chiamate Roma 3131 (1969) e Alto gradimento (1970) avevano concorso in modo irreversibile a una perdita di autorevolezza della radio e a un generale rilassamento del linguaggio. Vista la centralità delle telefonate da casa, a premere sul medium erano in particolare le parlate diatopicamente connotate della gente comune: «Con il telefono la radio […] ha finito per mettere in scena una vera e propria performance continua della conversazione, della parola in libertà, della casualità e dell’apparente equivalenza (o, meglio, scambio paritetico) dei ruoli di chi trasmette e di chi riceve» (Bettetini 1984: 44).
 
Frammenti di lingua
 
Il colpo decisivo verso la definitiva frammentazione del modello linguistico radiofonico è assestato dalla riforma della Rai del ’75 (che fra le altre cose stabilisce che alla voce degli speaker professionisti fosse affiancata quella di giornalisti non necessariamente addestrati all’ortoepia) e dalla sentenza che l’anno seguente rompe il monopolio Rai autorizzando le trasmissioni locali via etere, così che già nel 1979 possono contarsi circa 2600 radio (Sergio 2004).
 
Qualche parola al giorno
 
La riforma della RAI porta a conclusione l’esperienza della Radio per le scuole, cui subentra, nello stesso 1975, una struttura con il compito di produrre trasmissioni didattico-educative e pubblicazioni variamente supportate. Si tratta del Dse, Dipartimento scuola ed educazione (che nel 1994 diventerà Videosapere e nel 1997 Rai Educational). Preferendovi la televisione (anche attraverso il varo di canali tematici) e poi Internet, la radio verrà inclusa nei progetti del Dse solo in minima parte, ma si può almeno ricordare Qualche parola al giorno (1976-1978) condotta dal linguista Tristano Bolelli, le cui trasmissioni diventano ancora una volta un libro (Bolelli 1979).
 
Libertà dalla pedagogia
 
Soprattutto dopo che la televisione ha attirato su di sé le istanze più ecumeniche e formali, alla radio si chiede di fare da sottofondo e di offrire programmi agili e differenziati, compatibili con un ascolto intermittente. La sempre meno autorevole radio viene liberata dalla missione pedagogica, anche dopo che il rilancio del settore negli anni Novanta ha rimesso sul tavolo le responsabilità educative della Rai. Anche per questo, a parte qualche episodio significativo mirato alla divulgazione dell’italiano, come La lingua batte condotta da Giuseppe Antonelli sul terzo canale, la radio costituisce un modello di lingua implicito.
 
Maestra presso pubblici stranieri
 
Un ruolo di maestra di lingua, in tempi recenti, la radio lo ha semmai svolto presso pubblici stranieri. Insieme alla televisione, la radio ha familiarizzato all’italiano popoli che in un secondo momento sarebbero immigrati nel nostro Paese. In alcuni casi la radio, veicolando una determinata immagine dell’Italia, ha avuto un ruolo non secondario nell’incentivare gli stessi flussi migratori. È ad esempio il caso dell’Albania (Dorfles 1991), in cui in tempo di dittatura non era consentito di seguire la televisione italiana, ma veniva tollerato l’ascolto della radio, e in cui anche oggi una buona percentuale di albanesi dichiara che il primo contatto con l’italiano l’ha avuto proprio attraverso la radio, anche perché poco costosa e quindi posseduta da pressoché tutta la popolazione.
 
Trascurato, fatico e sbracato
 
Alla radio la parola è intensificata, ma paradossalmente risulta più difficile mantenere l’attenzione: impegnando il solo senso dell’udito, permette di fare altro e di spostarsi durante la sua fruizione; grazie ai podcast, l’ascolto può venire differito ed eventualmente ripetuto. Più che per la labilità con cui scorrono i suoi messaggi, le possibilità di promozione linguistica della radio appaiono limitate dal tipo di lingua diffusa. Passando da “prima scuola” di italiano a quintessenza delle abitudini linguistiche della società, nel suo complesso la lingua della radio mostra una tendenza molto accentuata a servirsi di un registro parlato-parlato e spesso iperparlato. Un dilagante tono trascurato caratterizza ormai molta lingua trasmessa, anche quella di speaker professionisti, e soprattutto nelle emittenti private che sono sempre più “di contatto” che “di contenuto”. Il pericolo è che questo italiano trascurato, fatico e sbracato, venga coonestato dai più giovani come modello prestigioso, rischiando così di diventare tappa ultima nel processo di acquisizione della lingua: un italiano da usare in ogni occasione, per ogni argomento e con ogni interlocutore.
 
Modello radio-Rai?
 
Anche se dopo la liberalizzazione dell’etere, insieme a tanti ascoltatori, la Rai ha perso molto del suo prestigio, la lingua che trasmette conserva un ruolo insostituibile di modello per un parlato semplice e intelligente, negli ultimi anni positivamente insapidito da molteplici registri d’uso e da varietà prima censurate, ponendosi come attivo e importante modello linguistico. Ma è fin troppo ovvio che un modello, per essere efficace, deve venir diffuso e concretamente fruito, e sappiamo che fra gli ascoltatori della Rai i giovani sono una netta minoranza. Essi preferiscono infatti sintonizzarsi sulle radio commerciali, che, con un’ininterrotta proposta musicale e una struttura a rotation (che cioè si ripropone ciclicamente, con modifiche solo superficiali, ogni ora) offrono un prodotto più congeniale alle modalità fruitive tipicamente interstiziali del medium: se ne può dedurre che è il parlato spesso fuori norma dei dj, e non quello più composto dei conduttori Rai, a influenzare le nuove generazioni.
 
Bibliografia di riferimento
Aa. Vv. 1997 = Gli italiani trasmessi. La radio, Firenze, Accademia della Crusca.
 
Bettetini 1984 = Gianfranco B . , La radio come mezzo di comunicazione di massa, in Monteleone/Ortoleva 1984: 37-59.
 
Bolelli 1979 = Tristano B., Qualche parola al giorno. Conversazioni alla radio sulla lingua, Pisa, Giardini.
 
De Mauro 1993 = Tullio De M., Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza [I ed. 1963].
 
Dorfles 1991 = Piero D. (a cura di), Guardando all’Italia. Influenza delle TV e delle radio italiane sull’esodo degli albanesi, Roma, RAI, Segreteria del Consiglio di amministrazione.
 
Maraschio 1999 = Nicoletta M., “Radio Orario”: un osservatorio linguistico privilegiato, in Parola 1999: 45-68.
 
Monteleone/Ortoleva 1984 = Franco M., Peppino O., La radio: storia di sessant’anni, Torino, ERI.
 
Ortoleva/Scaramucci 2003 = Peppino O., Barbara S. (a cura di), Enciclopedia della radio, Milano, Garzanti.
 
Parola 1999 = Luigi P., E poi venne la radio. Radio Orario 1925-1929, Roma, RAI-ERI.
 
Raffaelli 1997 = Sergio R., La norma linguistica alla radio nel periodo fascista, in Aa. Vv. 1997: 31-68.
 
Sergio 2004 = Giuseppe S., Il linguaggio della pubblicità radiofonica, Roma, Aracne.
 
Simonelli 2012 = Giorgio S., Cari amici vicini e lontani. L’avventurosa storia della radio, Milano, Bruno Mondadori.
 
*Giuseppe Sergio è ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, dove insegna Linguistica italiana e Lingua italiana per stranieri. Si è occupato di italiano contemporaneo, dei linguaggi settoriali della pubblicità e della moda e della lingua letteraria del Novecento. I suoi ultimi libri sono Parole di moda (FrancoAngeli, 2010) e Liala, dal romanzo al fotoromanzo (Mimesis, 2012).
 

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