Confessioni di una lessicografa: se ci sono stereotipi, scaricali dal dizionario

di Valeria Della Valle*

Alla fine del 2007, nel tracciare un bilancio della lessicografia degli ultimi decenni, mi dichiaravo convinta che si potesse finalmente constatare, e non più solo ipotizzare, che la recente produzione lessicografica italiana, superata definitivamente la lunga crisi, di nuovo alla pari con quella relativa alle altre grandi lingue di cultura, fosse capace di descrivere non solo la nostra lingua nei suoi molteplici aspetti, ma anche la società che attraverso quella lingua vive e si esprime (Della Valle 2007: 28-29).
Non immaginavo, mentre scrivevo quell’articolo, che di lì a poco avrei dovuto mettere in pratica e dimostrare che quell’aspirazione e quelle affermazioni non erano solo teoriche. Giuseppe Patota ha chiuso le sue confessioni ricordando che gli esami non finiscono mai.
 
Gli anni di Duro al lavoro
 
Io da quella stessa citazione eduardiana devo invece partire. Per farlo, devo almeno accennare a un dato biografico. Appena laureata entrai a far parte della redazione del Vocabolario della lingua italiana dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani. Il vocabolario era diretto da Aldo Duro, lessicografo rigoroso e di grande esperienza, alla cui scuola e pratica lessicografica fui addestrata nel corso di ventidue anni di lavoro redazionale. In quegli anni le voci dei vocabolari venivano ancora compilate in modo non molto diverso da come erano state preparate, a metà dell’Ottocento, quelle del Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini: scritte a mano perché fossero riviste, corrette, perfezionate (o censurate) da Aldo Duro, poi copiate definitivamente «in bella copia», con la macchina da scrivere. Partendo dal materiale del celebre Dizionario enciclopedico italiano pubblicato tra il 1955 e il 1961 dallo stesso Istituto dell’Enciclopedia Italiana, e raccogliendone la grande tradizione lessicografica, fu realizzata in questo modo artigianale, da una piccola redazione di giovani, la prima grande impresa della dizionaristica italiana del dopoguerra: 125.000 lemmi (160.000 considerando i sottolemmi), compresi in cinque volumi, in una riuscita fusione tra vocabolario e enciclopedia. Un innesto unico e originale, nel quadro della lessicografia italiana, per l’ampiezza delle informazioni, l’esaustività delle definizioni, l’accoglimento della terminologia dei linguaggi tecnico-scientifici e settoriali, l’attenzione alla norma, ma anche alla crescente influenza del parlato e dei nuovi mezzi di informazione. Basti ricordare che uno storico della lingua come Arrigo Castellani, che «non accordava a tutti i vocabolari la stessa autorevolezza normativa […] riconosceva il primato, tra i moderni, proprio a quello di Duro» (Marazzini, 2009: 401); che Pier Vincenzo Mengaldo lo ha definito «un’impresa decisiva» e «l’opera di consultazione essenziale per la lingua d’uso» (Mengaldo 1994: 29), che Luca Serianni ne ha parlato come di «una pietra di paragone dell’italiano moderno» (Serianni, 1994: 42), e che Claudio Marazzini lo ha considerato «l’ultimo risultato di una grande tradizione fiorentina, legata al magistero di Migliorini e all’enciclopedismo di Gentile» (Marazzini 2009: 401).
Ho ricordato il punto d’arrivo raggiunto da Aldo Duro con la prima (1986-1994) e la seconda edizione dell’opera (1997), perché a quelle edizioni se ne è affiancata una terza, che è stata pubblicata, questa volta con il mio coordinamento scientifico, alla fine del 2008, con il titolo Il Vocabolario Treccani.
 
Selettività e inerzia
 
L’allestimento di una nuova edizione di un dizionario comporta scelte difficili e delicate, tanto più quando ci si debba confrontare con un precedente così autorevole. Da una parte si vorrebbero rispettare fino in fondo le caratteristiche e l’impostazione dell’opera, dall’altra la consapevolezza del modificarsi e rinnovarsi della lingua costringe, col passare degli anni, a revisioni e aggiornamenti. Tanto più necessari se si tiene conto delle osservazioni fatte, in proposito, da Giovanni Nencioni, che già nel 1985, individuando nella selettività e nell’inerzia i difetti essenziali della lessicografia ottocentesca, e constatando il mutamento avvenuto nel rapporto tra il dizionario e il suo lettore, aveva scritto: «non è più il dizionario che, pedagogicamente, prefigura lo scolaro o lo scrittore da educare e guidare, ma è il consultatore che cerca uno strumento lessicografico capace di rispondere a domande che investono la lingua in sé stessa e nei suoi rapporti con la cultura, con la realtà, con la prassi sociale» (Nencioni 1985: 10).
 
Par condicio fra tradizione e rinnovamento
 
Nella preparazione della nuova edizione del vocabolario ho scelto di procedere con la dovuta cautela, un po’ come fa il restauratore alle prese con un dipinto di valore: in alcuni casi eliminando la patina del tempo, in altri mantenendo ancora, come segno distintivo e riconoscibile della prima edizione, qualche tratto legato alla tradizione artigianale dell’opera. La squadra redazionale che ho guidato si è arrampicata sull’impalcatura del restauro con vari compiti: arricchire il lemmario con le accezioni e le novità lessicali stabilmente penetrate nella lingua italiana nel corso dei vent’anni ormai trascorsi dall’inizio della pubblicazione della prima edizione (da mobbizzare a par condicio a quote rosa), aumentare l’esemplificazione fraseologica tratta dall’uso (per fare un solo esempio, l’uso figurato del verbo spalmare nel senso di ‘distribuire qualcosa, più o meno uniformemente, nel tempo o nello spazio, spec. nel linguaggio della pubblica amministrazione o della politica: spalmare i debiti, rateizzarli; spalmare gli aumenti delle tasse su tutti i contribuenti), integrare con nuove entrate o nuovi significati il lessico d’àmbito tecnico-scientifico (da bioarchitettura a domotica a OGM), assistere il lettore in tutti i casi nei quali cerca una risposta a dubbi linguistici, fornendo spiegazioni non solo rispetto alla corretta pronuncia e grafia delle parole italiane e straniere, alla grammatica del nome o del verbo, alla sintassi, ma anche rispetto ai cambiamenti, alle novità e alle “parole di plastica” dell’italiano contemporaneo (si veda, s. v. piuttosto, l’avvertimento che segnala come improprio l’uso di piuttosto seguito da che con il sign. di «o», «oppure» per indicare un’alternativa).
 
Non archivio, ma specchio
 
Ben consapevole che i dizionari dell’uso non sono solo «repositories of words» (Jackson 2002: 1), né archivi di parole immobili nel tempo, e che, al contrario, sono lo specchio della cultura e delle idee del momento storico in cui sono prodotti, ho sottoposto a controllo e revisione, in particolare, le voci più legate al modificarsi dei costumi: voci talvolta venate, nelle definizioni, da pregiudizi, stereotipia o anche solo perbenismo e conformismo (Giacomo Devoto, in una recensione al Vocabolario dell’Accademia d’Italia, lo definì «suono ottuso impersonale piccolo borghese» (Devoto 1941: 132).
Ricordo che nel 1979 Marina Yaguello pubblicò un libro rimasto unico nel genere, Le mots et le femmes, poi tradotto in italiano nel 1980. In quel libro un capitolo era intitolato “La lingua del disprezzo”, e un altro, provocatoriamente, “Bisogna bruciare i dizionari?”. In essi l’autrice esaminava il fenomeno della dissimmetria, della stereotipia, dei luoghi comuni che continuano a essere perpetuati dalla nostra tradizione lessicografica nei confronti delle donne. Da allora molte cose sono cambiate: le redazioni dei dizionari, composte fino agli anni Settanta del secolo scorso soprattutto da uomini, sono ora composte in gran parte, e talvolta anche guidate, da donne. Redattrici e redattori, attenti a mantenere un giusto equilibrio tra la necessità di documentare usi linguistici non condivisibili ma documentati e ancora in uso, e la volontà di stigmatizzare abitudini ed espressioni deprecabili, ricorrono a indicazioni e prese di distanze da tali usi (per esempio, i proverbi nei quali è presente la parola donna, come «chi disse donna disse danno», «donne e buoi dei paesi tuoi», «chi vuol vivere e star sano, dalle donne stia lontano», «le donne ne sanno una più del diavolo», ecc., sono segnalati come “tradizionali, ma ormai di poca attualità”). 
 
La coppia, di fatto
 
A proposito della stereotipia e del conformismo che, a volte per inerzia, rischiano di perpetuarsi attraverso il tempo anche attraverso le pagine dei dizionari, mi limiterò a fare pochi esempi che testimoniano la volontà di rinnovamento, mettendo a confronto definizioni o parti di definizioni di voci della prima e della terza edizione. Per il lemma coppia nella prima edizione si spiegava: “in partic., di fidanzati o di sposi: essere, formare una bella coppia (e con riferimento antonomastico alla coppia di sposi e alla vita matrimoniale, ma anche, in genere, alla coppia uomo-donna conviventi in unione libera: i problemi della coppia; la crisi della coppia nella società moderna). Nella terza si è passati a: «In partic., due persone legate da un rapporto amoroso o dal vincolo coniugale: essere, formare una bella coppia; i problemi della coppia; la crisi della coppia nella società moderna; coppia di fatto, due persone conviventi legate da un rapporto amoroso stabile (è detta anche unione di fatto); coppia aperta, con riferimento a due persone che, pur legate da una relazione amorosa stabile, accettano che il partner abbia rapporti sessuali e sentimentali con altri». Allo stesso modo le locuzioni dichiarazione d’amore, fare una dichiarazione ecc. erano seguite dalla spiegazione «manifestare a una donna il proprio amore», diventato nella terza «manifestare il proprio amore alla persona amata». Ancora: la voce omosessualità, definita nella prima edizione: «Tendenza a rivolgere l’interesse libidico verso persone del proprio sesso, che può essere presente in forme e gradi diversi, ora latente e inconsapevole, ora manifesta e più o meno inibita o realizzata come pratica erotica» si è trasformata, nella terza edizione, in «Attrazione sessuale verso persone del proprio sesso (in contrapposizione a eterosessualità): omosessualità maschile; omosessualità femminile»; infine, a testimoniare la presenza di voci superate e inattuali talvolta rimaste immutate, come residui d’altri tempi, nella prima edizione, ecco la voce caterinetta, che era così definita: «Nome con cui si designano in Piemonte (da s. Caterina d’Alessandria loro patrona) le sartine o le modiste, spec. quelle che s’avviano a rimanere zitelle», passata nella terza a: «Nome con cui si designavano nel passato, in Piemonte, (da s. Caterina d’Alessandria loro patrona) le sartine o le modiste, spec. quelle che s’avviavano a rimanere nubili».
 
Neologismi ma con giudizio
 
Una cautela particolare è stata riservata all’accoglimento dei neologismi. Memore dell’insegnamento di Bruno Migliorini e dei suoi consigli sul criterio dell’“uso incipiente”, si sono accolte soprattutto le neoformazioni per le quali l’attecchimento nell’uso era non solo prevedibile, ma già ampiamente documentato (da graffitaro a messaggino a stragismo), destinando ad altro tipo di repertorio la registrazione delle numerosissime neoformazioni che hanno testimoniato la capacità di innovazione e la produttività lessicale della lingua italiana nell’ultimo decennio (per le quali rinvio a Giovanni Adamo, che racconterà la sua esperienza di neologista).  
 
Da Arbasino alla Parrella
 
Maggiore spazio è stato dato, invece, alla lingua degli autori. Consapevole che non sono più gli scrittori a rappresentare un modello di imitazione per la lingua scritta (Coletti 1989: 11), ho scelto di accostare ai nomi ormai consacrati dalla storia della letteratura anche poeti e prosatori importanti per la storia della lingua italiana, ma non presenti nelle due edizioni precedenti: Alberto Arbasino, Umberto Eco, Raffaele La Capria, Claudio Magris, Alda Merini, Ermanno Rea, Francesca Sanvitale, Clara Sereni, Antonio Tabucchi e moltissimi altri, fino a comprendere autori più giovani, di fama e diffusione più recente, proprio per testimoniare e documentare, attraverso citazioni tratte dalle loro opere, l’uso di una lingua più vicina ai modi e alle strutture del parlato. Per fare solo qualche nome, Eraldo Affinati, Niccolò Ammaniti, Silvia Ballestra, Alessandro Baricco, Giuseppe Culicchia, Andrea De Carlo, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Marco Lodoli, Melania Mazzucco, Michele Mari, Antonio Pascale, Valeria Parrella, Francesco Piccolo, Lidia Ravera, Roberto Saviano, Domenico Starnone, Sandro Veronesi, e molti altri.
 
Il “restauro conservativo”
 
In questo modo, attraverso la scelta del “restauro conservativo” l’opera è stata arricchita di nuove tonalità e nuove sfumature, nel tentativo di offrire ai lettori uno strumento capace di rappresentare la lingua italiana in tutti i suoi aspetti: dalla grande tradizione letteraria alla terminologia tecnico scientifica, dagli usi scritti a quelli del parlato informale.
Il compito del lessicografo è un compito ingrato e faticoso: Bruno Migliorini, in un suo famoso volumetto (Migliorini 1961: 77), ricordava le parole di A. Ewald, autore di un vocabolario bilingue ottocentesco: «Tutti gli altri autori possono aspirare alla lode; i lessicografi non possono aspirare che a fuggire ai rimproveri». Pur condividendo in parte quell’affermazione e quel destino, preferisco concludere queste riflessioni citando le parole tratte da un libro di Gesualdo Bufalino (Bufalino 1984: 78): «Se finissi in un’isola […] non vorrei altro libro che un dizionario. Tante sono le grida e le musiche ch’è possibile udire nelle sue viscere vertiginose».
 
Bibliografia di riferimento
 
Bufalino, G. (1984), Argo il cieco ovvero i sogni della memoria, Palermo, Sellerio.
Coletti, V. (1989), Italiano d’autore. Saggi di lingua e letteratura del Novecento, Genova, Marietti.
Costa, C. (1985), Rassegna bibliografica della lessicografia italiana recente, in «Bollettino di Italianistica», III, fasc. 1/2, pp. 1-13.
Della Valle, V. (2007). La lessicografia italiana, oggi, in «Bollettino di italianistica»IV (2), pp. 20-29.
Della Valle, V. (2005), Dizionari italiani: storia, tipi, struttura, Roma, Carocci.
Jackson H. (2002), Lexicography. An introduction, London and New York, Routledge.
Marazzini, C. (2009), L’ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani, Bologna, il Mulino.
Mengaldo P.V. (1994), Storia della lingua italiana. Il Novecento, Bologna, il Mulino.
Migliorini, B. (1961), Che cos’è un vocabolario?, Firenze, Le Monnier.
Nencioni, G. (1985), Verso una nuova lesssicografia, in «Studi di lessicografia italiana», VII, 1985, pp. 5-19.
Serianni, L. (1994), Panorama della lessicografia italiana contemporanea, in Atti del Seminario Internazionale di Studi sul Lessico, a cura di H. Pessina Longo, Bologna, CLUEB, pp. 29-43.
Yaguello M. (1980), Le parole e le donne, Cosenza, Lerici.
 
*Valeria Della Valle è professoressa di Linguistica italiana alla Sapienza Università di Roma. Oltre a numerosi saggi di lessicologia e lessicografia, ha pubblicato, insieme a Giovanni Adamo (con il quale dirige l’Osservatorio neologico della lingua italiana ILIESI-CNR), il volume Neologismi. Parole nuove dai giornali (Istituto della Enciclopedia Italiana, 2008). Coordinatrice scientifica del Vocabolario Treccani (2008), nel corso degli anni ha pubblicato insieme con Giuseppe Patota un manuale di scrittura, tre grammatiche destinate alle scuole superiori, numerose guide all’uso corretto e appropriato dell’italiano (per i tipi di Sperling & Kupfer) e, nel 2009 (sempre per Sperling & Kupfer), Viva il congiuntivo! Come e quando usarlo senza sbagliare.

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