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Liscio, gassato o doppio? Il titolo dei film stranieri

di Anna Angelucci*

Volendo esaminare le più recenti modalità della traduzione dei titoli dei film d’importazione, è opportuno riconoscere in via preliminare come le esigenze commerciali di distribuzione e di vendita del prodotto filmico influenzino fortemente le diverse opzioni linguistiche: è sul titolo, infatti, che si concentrano gli sforzi dei traduttori/adattatori per ottenere la massima efficacia comunicativa, finalizzata al raggiungimento della fascia o delle fasce di pubblico individuate dalla produzione come target di riferimento.
 
Eclettismo espressionistico
 
Nella titolazione dei film, dunque, la funzione conativa della comunicazione tende a prevalere sia nella lingua originale sia nella lingua d’arrivo, laddove naturalmente il film è sottoposto a traduzione, come accade in Italia.
Interessanti epifenomeni linguistici (lessicali, stilistici, retorici), ascrivibili perlopiù all’atteggiamento target oriented dei nostri traduttori, connotano tuttavia molte delle scelte di titolazione dei film acquistati e distribuiti nell’ultimo triennio (che costituiscono il corpus di riferimento di questa brevissima riflessione), particolarmente evidenti quando i processi di trasformazione e di adattamento transculturale appaiono più marcati. In generale, possiamo osservare che l’adesione ad una tipologia della traduzione dei titoli, piuttosto consolidata nella storia della nostra cinematografia, non di rado, oggi, sembra cedere il passo a un certo eclettismo, talora marcatamente espressionistico, nella scelta della corrispondente versione italiana, non sempre dunque facilmente riconducibile ad una casistica linguisticamente significativa.
 
Uomini e pecore
 
È il caso, per fare subito un esempio concreto, della recentissima commedia Tre uomini e una pecora (2012), dall’inglese A Few Best Men, in cui, se pure è evidente il riferimento ammiccante a un filone che arriva, dalla commedia francese Tre uomini e una culla (1985) e al suo remake hollywoodiano Tre scapoli e un bebè (1987), fino al nostrano Tre uomini e una gamba (1997), prevale tuttavia l’effetto allusivo, vagamente straniante ma assai di moda in Italia e nell’area anglosassone, del grottesco e del trash.
 
Attenzione al sex
 
O ancora, di un’altra commedia britannica di successo, Made in Dagenham (2010), distribuita in Italia con il titolo inglese We Want Sex: non una traduzione, quindi, ma una riscrittura enfatica in lingua originale, fortemente allitterante e di comprensione immediata anche per il vasto pubblico, che sostituisce al dato geografico, significativo sul piano politico (Dagenham è infatti la città in cui 187 operaie della Ford nel 1968 diedero vita ad uno sciopero a oltranza per protestare contro la discriminazione sessuale e per la parità dei salari), un esplicito richiamo sessuale, storicamente inattendibile ma assai più significativo ed efficace sul piano della commercializzazione del film.
 
Il Paradiso amaro dei Descendants
 
Tralasciando i film che ripropongono, nella titolazione italiana, modalità di adattamento già sperimentate, che vanno dal mantenimento del titolo originale, con o senza glosse esplicative, alla corretta traduzione letterale con piccole, accettabili modifiche ortografiche e/o grammaticali, fino alla piena riformulazione, con o senza significative modifiche e/o errori, è interessante osservare se e come si configurano, rispetto a criteri di traduzione/adattamento consolidati da quella che potremmo definire una tradizione, alcuni scarti significativi, in forme linguisticamente o stilisticamente marcate: è il caso, ad esempio, del film Safe House (2012) divenuto in Italia Safe House – Nessuno è al sicuro, dove la commistione inglese-italiano, qui tutta giocata, nel riferimento al thriller, sull’antitesi semantica e sulla specularità chiastica della sintassi delle due diverse lingue, produce effetti di particolare efficacia comunicativa. Ma è anche il caso di The Descendants (2011), in italiano Paradiso amaro, una riformulazione fortemente poetica che vira, anche attraverso il ricorso al facile ossimoro, dalla dimensione denotativa del titolo originale (i protagonisti sono i discendenti di una facoltosa famiglia hawaiana) a quella più malinconicamente connotativa della trama e delle vicende dei personaggi. E, ancora, osserviamo Haywire (2011), in inglese ‘disordinato, fuori uso, fuori controllo’, divenuto nelle nostre sale Knockout – Resa dei conti: tralasciato il riferimento ad una situazione iniziale indicata come genericamente problematica, appunto “disordinata, fuori controllo”, come appariva nel titolo originale, la scelta della distribuzione italiana marca l’indicazione di genere (è un thriller d’azione) su un piano lessicale, utilizzando un termine inglese ben noto non solo agli appassionati di pugilato e orientando il focus dello spettatore dalla premessa al dinamico scioglimento della narrazione.
 
Faust, ovvero l’eponimo non si tocca
 
Mentre restano inspiegabilmente non tradotti in italiano (scelta forse ascrivibile ad una percezione di autorialità non sempre condivisa) titoli come A Dangerous Method (2011), The Tree of Life (2011), Shame (2011), War Horse (2011), The Iron Lady (2011), Rabbit Hole (2010), Young adult (2012), Melancholia (2011) e Poetry (2010), quest’ultimo proposto in inglese dal coreano Shi, in italiano “poesia”, mantengono naturalmente la versione originale i titoli eponimi, ad esempio, Faust (2011), Jane Eyre (2011), John Carter (2012), Tamara Drew (2010), Thor (2011) oppure titoli referenziali come London Boulevard (2010), Hysteria (2011), In time (2011) o The Next Three Days (2010), variamente riferiti a coordinate tematiche o spazio-temporali delle vicende narrate.
 
Quando non tradurlo funziona
 
Per concludere, una riflessione su film italiani titolati in lingua straniera anche per la distribuzione interna: dal famoso This must be the place (2011) di Paolo Sorrentino, in cui viene citato il verso fortemente evocativo di una canzone dei Talking Heads che accompagna una delle scene più intense e significative del film, a Henry (2011), tratto dall’omonimo noir di Giovanni Mastrangelo, ambientato in una Roma straniata e multilingue, popolata da emigranti meridionali o africani, e ACAB - All Cops Are Bastards (2011) dove il titolo enfatizza nell’acronimo anglofono un sentimento fortemente percepito, fino al documentaristico Là-bas (2011), che in francese significa “lontano, laggiù”, espressione con cui gli africani indicano l’Europa, ma che nel film e nella tragedia narrata evoca, con uno scarto prospettico, la distanza incolmabile che li separa, che ci separa da ogni nostro possibile “altrove”.
 
*Anna Angelucci, insegnante liceale di lingua e letteratura italiana e latina, è studiosa di linguistica e appassionata di cinema. Collabora con la rivista «LId’O, Lingua Italiana d’Oggi», diretta da Massimo Arcangeli, nella sezione Lingua italiana e media.

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