di Alessandro Iovinelli*
Quando qualche tempo fa è scomparso Robert B. Sherman, autore di molte colonne musicali, «Repubblica TV» gli ha reso omaggio proponendo l’edizione multilingue di una delle sue più celebri canzoni: Supercalifragilisticexpialidocious. Nel video Julie Andrews e Dick Van Dyke cantano in una babele di lingue (per l’esattezza 12). Grazie a un abile montaggio, questo medley musicale ci ricorda due verità dalle quali si dovrebbe partire allorché si discute del doppiaggio. Prima di tutto, è una pratica diffusa ovunque. In secondo luogo, è una forma di adattamento linguistico che agevola la diffusione di un’opera cinematografica con tutto quel che si trascina con sé – in questo caso una canzone ben presto diventata un ritornello ripetuto nel proprio idioma da diverse generazioni di bambini che hanno visto (e ascoltato) Mary Poppins.
La lunga fanciullezza del pubblico
Il richiamo all’infanzia non è casuale: non solo perché i fanciulli sono i primi beneficiari del doppiaggio – tant’è vero che perfino in Paesi dove tale tecnica ha una scarsa tradizione, i cartoni animati sono regolarmente doppiati – ma anche per un’altra ragione più profonda. C’è stata un’epoca nella quale lo spettacolo cinematografico ha costituito il principale strumento di intrattenimento. Arte di massa per eccellenza e in mancanza dei concorrenti che ne avrebbero incrinato il primato, il cinema ha riunito in sé le caratteristiche di un grande sogno condiviso da tutti, che avvicinava tra loro classi sociali, gruppi intellettuali, folle semianalfabete, e consentiva di superare confini nazionali, barriere culturali, divisioni linguistiche. Questa lunga fanciullezza del pubblico è andata dagli anni Trenta ai primi anni Settanta del Novecento.
Greta e Tina, John ed Emilio: matrimoni tra voci
In questo periodo capitava che in Italia si vendessero ogni anno più biglietti che in tutti gli altri Paesi europei messi insieme e che la gente si recasse al cinema sotto casa con la stessa assiduità con la quale poi avrebbe imparato ad accendere il televisore.
Negli anni d’oro del cinema si compì un altro prodigio: le star di Hollywood parlavano in italiano. Grazie alla persistenza di uno stesso doppiatore i divi finivano per essere identificati non solo per la loro immagine, ma anche per la loro voce italiana. Così la divina per antonomasia, cioè Greta Garbo, disponeva dei suoni fatali e fascinosi di Tina Lattanzi. Allo stesso modo, l’eroe del western, John Wayne, non poteva che esprimersi nel timbro virile di Emilio Cigoli. L’eleganza di Cary Grant era sempre sostenuta dall’inimitabile Gualtiero De Angelis e Lydia Simoneschi era l’interprete ideale di Ingrid Bergman, cui restituiva dolcezza e intensità. In certi casi, la mimesi tra l’attore italiano e il protagonista originale si è espressa in un solo film: basterebbe confrontare l’edizione svedese del Posto delle fragole con quella italiana, laddove il vecchio Victor Sjöström ritrova gli stessi accenti sofferti e pensosi nell’interpretazione di Amilcare Pettinelli. In Lolita la somiglianza vocale di Giulio Panicali con James Mason appare straordinaria: se si confrontano le due piste sonore, sembra addirittura che l’attore inglese si sia doppiato da solo.
Il virtuosismo di Giuseppe Rinaldi
Non mancarono poi casi nei quali il doppiaggio divenne un trasformismo virtuosistico, tanto che un gigante di quest’arte quale Giuseppe Rinaldi riusciva a moltiplicare il suo talento in una serie incredibile di celebri attori: da Jack Lemmon a Peter Sellers, da Marlon Brando a Paul Newman, e così via. Probabilmente l’effetto di Doppelgänger si è prodotto un’ultima volta con il binomio Robert De Niro – Ferruccio Amendola e Meryl Streep – Maria Pia Di Meo, nonché con l’assoluta equivalenza tra Woody Allen e Oreste Lionello. Ed è stato proprio il grande regista a onorarne la memoria nell’ambito del Gran Premio Internazionale del Doppiaggio (2009).
Del resto, la fascinazione della simbiosi tra l’icona di un attore e il suo correlativo doppiato non è stata il frutto soltanto di un pubblico italiano, ancora naïf e successivamente pigro e viziato, se pensiamo che perfino un autore cinéphile come François Truffaut dichiarava di prediligere la versione francese del Fiume rosso rispetto a quella originale.
I nemici del doppiaggio, oggi: le Major e il mondo che cambia
Ma, come si è detto, i tempi sono cambiati. Innanzi tutto il volume di opere audiovisive si è centuplicato tra cinema, televisione e videogame di larghissimo consumo. Solo questo dato quantitativo renderebbe oggi impossibile l’esistenza di un’unica cooperativa di doppiaggio, come la leggendaria CDC che negli studi della Fono Roma agiva nei termini di una vera e propria compagnia teatrale. Il lavoro del doppiatore, pur protetto in termini di categoria, ha perduto l’aspetto della bottega artistica o quanto meno artigianale (da trasmettere di padre in figlio), procedendo invece con modalità e tempi più simili alla produzione industriale. Per fare un esempio, trascurando ogni coerenza timbrica, un attore come Leonardo Di Caprio ha oggi ben quattro doppiatori italiani. Un buon doppiaggio richiede il contributo di molteplici professionalità: attori, traduttori, adattatori, direttori di doppiaggio, ecc. Come ogni altra rappresentazione artistica, il suo risultato finale è il figlio del tempo impiegato e delle risorse a disposizione. Contrariamente a quel che si pensa, i primi nemici del doppiaggio di qualità sono proprio le Major, che preferiscono risparmiare sui costi di distribuzione all’estero, avvalendosi di vari sottotitolisti specializzati, i quali con un programma ad hoc possono realizzare a casa le didascalie di un film nella lingua richiesta. Infine c’è un altro fattore da considerare: il pubblico è cambiato. La versione originale non è più preferita soltanto dai cinéphile, bensì da quanti viaggiano all’estero, sono in contatto con altre lingue e culture, o semplicemente si avvalgono dell’apposita funzione indicata dal menu dei dvd.
Non toccateci Bart Simpson
Nel nostro tempo il cinema lo si fa e lo si segue in condizioni molto differenti dal passato e inimmaginabili appena una generazione fa. Dunque, come tanti fenomeni del XX secolo, anche l’epoca dei grandi doppiatori è tramontata e non ritornerà mai più. Paradossalmente, una concezione classica del doppiaggio sopravvive nella serialità televisiva: quando si tratta di telefilm e cartoon, ogni cambio di voce italiana provoca la protesta degli spettatori – si prenda come ultimo esempio il caso dei Simpson. Non si può per anni seguire le vicende di Homer, Marge e famiglia per poi ritrovarseli snaturati con un’altra voce che non è più quella che li ha resi familiari ed era in ultima analisi la loro voce.
*Alessandro Iovinelli (Roma,1957) ha pubblicato opere di critica (L’autore e il personaggio. L’opera metabiografica nella narrativa italiana degli ultimi trent’anni, Rubbettino, 2005 e Il salto oltraggioso del grillo. Saggi di narrativa e cinema, Albatros, 2010); poesia (Le amorosi visioni, Firenze Libri, 1988, Notizie di un viaggiatore disperso, Mobydick, 1996 e Il porto delle navi che volano, Caramanica, 2011, vincitore del Premio Gozzano) e narrativa (Demenza precoce, De Luca, 1986, Callunavulgaris, Mobydick, 2008, e L’uomo che amava Kirsten Dunst, Aracne, 2011 http://www.treccani.it/percorsi_81.html).