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Se la voce scompare. Il romanzo di Gaia Manzini

a cura di Saverio Simonelli**

Intervista a Gaia Manzini*, autrice di La scomparsa di Lauren Armstrong

Può un doppiatore sentire sulla propria pelle la scomparsa dell’attore cui presta la propria voce? E questo rapporto così particolare ed esclusivo che tipo di chiave di lettura può fornire per un’analisi sul senso di perdita e di vuoto che affligge le vite di ogni persona? E ancora, quanto un’improvvisa perdita può diventare occasione preziosa di ricerca all’interno della propria psiche? Sono le domande che fanno dell’ultimo libro di Gaia Manzini La scomparsa di Lauren Armstrong (Fandango, pp. 314, € 15) un testo che facilmente si sfila dal particolare per toccare significati condivisibili, universali, come il rapporto tra madre e figlia, l’esame del vissuto e del rimosso, il confronto con la realtà quando spinge a scelte imprevedibili, faticose, decisive.
Qui di seguito, la trascrizione dell’intervista all’autrice, andata in onda il 22 febbraio 2012 sull’emittente televisiva TV 2000 – che si ringrazia per aver concesso di pubblicare il testo –, all’interno della trasmissione La compagnia del libro (http://www.lacompagniadellibro.tv2000.it/).
 
Nel romanzo si parla di un personaggio che fa, per così dire, del non esserci la propria ragion d’essere: il doppiatore – in questo caso, una doppiatrice. La prima domanda che mi è venuta in mente, prima ancora di cominciare a leggere, è stata inevitabilmente questa: come mai un personaggio del genere?
 
Il personaggio è nato dalla necessità di sviluppare un ragionamento sulla scomparsa e l’annullamento di sé stessi. Ho pensato cosa voleva dire essere presenti solo attraverso la voce, cioè soltanto attraverso una parte di sé. Il mestiere di doppiatore mi faceva quindi gioco, perché doppiare vuol dire esserci senza mai comparire. Qualcuno neanche legge i loro nomi quando scorrono nei titoli di coda; in realtà, l’attività dei doppiatori cambia completamente la percezione del film. Mi ricordo quando ero piccola e c’erano De Niro e Al Pacino doppiati da Ferruccio Amendola. E poi? Ecco che a un tratto la voce di Al Pacino diventa quella di Giancarlo Giannini, e, a conferma del legame che si è creato tra voce e volto, lo spettatore disorientato si chiede se per caso è successo qualcosa all’attore…
 
Veniamo per l’appunto alla vicenda dell’attrice del romanzo, Lauren Armstrong. Che cosa succede nelle prime pagine del romanzo?
 
Lauren Armstrong, attrice americana molto famosa, scompare nel nulla, senza lasciare traccia di sé. Questa scomparsa, che avviene in America, ha una conseguenza diretta, nonostante la grande distanza fisica, sulla vita della doppiatrice italiana della Armstrong. Ho immaginato la doppiatrice, Eva Loi, come dire, “specializzata” nel dare la voce esclusivamente alla Armstrong. Facendo il suo lavoro, Eva ha imparato in qualche modo ad accettare, giorno dopo giorno, un altro corpo e un altro volto. Improvvisamente però, questo corpo e questo volto non ci sono più. Poiché da quel momento in poi Lauren Armstrong è data per dispersa e non farà più nessun film, Eva Loi probabilmente rimarrà senza lavoro. La prima cosa a perdere, in realtà, è il suo “altro” corpo, il suo “altro” volto. La conseguenza immediata nel suo vivere quotidiano è una sorta di somatizzazione della scomparsa.
 
Questo fa sì che in Eva riparta un’analisi su sé stessa e affiorino segnali e mancanze già avvertiti ma, forse, come offuscati dalla presenza forte di quest’altra persona.
 
Eva Loi ha scelto il lavoro di doppiatrice non tanto come uno scomparire in senso assoluto, ma come un nascondersi di fronte a qualche cosa di irrisolto. È stato un personaggio abbastanza difficile da scrivere, perché volevo che si muovesse per sottrazione. Non fa gesti eclatanti, preferisce piuttosto non fare, come Bartleby lo scrivano. Si trattiene, Eva, quasi come ingessata nella vita quotidiana, portandosi dietro e dentro un rapporto molto difficile con la madre, mentre – e questo mi è piaciuto molto immaginarlo – ha un passato eccezionale, perché da adolescente è sopravvissuta, unica, a un disastro aereo (e le conseguenze di questo fatto si vedranno, nel corso del romanzo). Eva è come un bambino che gioca a nascondino e che, una volta scoperto, deve affrontare il suo vivere nell’ombra e il suo passato.
 
A confronto con una mancanza, con un’assenza, la tua scrittura si rivela estremamente presente: molto letteraria, piena, ricca di metafore. Quasi che l’assenza abbia spinto l’autrice a riempire il vuoto con la sua voce e il suo stile?
 
L’assenza viene riempita nel senso che la scrittura è chiamata a descriverla in tutte le sfumature. L’assenza è inesauribile. Un buco nero, una forza magnetica verso la quale tutto confluisce: la materia letteraria, quello che stai scrivendo, la storia. Da qui nasce l’esigenza, più che di “riempire l’assenza”, di farla emergere, di farla sentire al lettore. Un autore che amo, David Foster Wallace, diceva che la parola è sempre inappropriata per comunicare il nostro disagio interiore. Proprio in questo, però, sta il paradosso della comunicazione: più parole usiamo, più queste sono abbondanti, e più forte possiamo far sentire il disagio interiore, anche se non riusciamo a comunicarlo.
Lo stesso discorso, secondo me, può applicarsi all’assenza.
 
Hai nominato David Foster Wallace. Ci sono modelli ai quali ti ispiri, quando scrivi?
 
I gusti da lettore si modificano a seconda dei temi che decidi di affrontare da scrittore. Ultimamente amo tutti i romanzi che assomigliano un po’ a labirinti o forse a dei deserti, posti insomma dove smarrirsi tra mille possibili piste. Dietro c’è il disegno della costruzione del romanzo, ma all’inizio non lo avverti. Mi vengono in mente le prose ricchissime di Underworld di DeLillo, del Bolaño di 2666
 
Tu hai lavorato anche molto nella pubblicità. E lì come funziona, con le parole?
 
Lì con le parole funziona per sottrazione. La sintesi è il verbo della pubblicità, dove per sintesi s’intende una sinergia perfetta tra le parole e le immagini. Un esempio, celeberrimo: il “baffo” della Nike. Il pay off della pubblicità, la frase finale che una volta c’era scritta sotto, era just do it, “fallo”. Mi sembra ancor oggi un esempio di sinergia perfetta: l’idea del fare unita al “baffo”, il quale rende l’idea di un salto ma, allo stesso tempo, è la stilizzazione della Nike di Samotracia. Nella pubblicità c’è grande lavoro per arrivare alla massima concentrazione.
 
E ci sono committenze che chiedono qualche volta di realizzare il lavoro in tempi stretti…
 
Sempre e solo in tempi stretti.
 
Un bel clima di stress. Insomma, è meglio la scrittura.
 
È meglio la scrittura narrativa, perché ti confronti soltanto con te stesso.
 
Da lettrice e da scrittrice, ti trovi meglio con i racconti o con il romanzo?
 
Come scrittrice, non saprei scegliere. Il romanzo richiede uno sforzo maggiore di concentrazione su un determinato tema, ossia vuole che tu senta una storia come tua per molto più tempo. È uno sforzo anche psicologico più intenso. Lo scrivere racconti può essere altrettanto intenso, però hai a che fare con storie e ossessioni più minute, più controllate, di cui puoi “liberarti” più in fretta. Come lettrice, preferisco i romanzi. Leggere un romanzo è come guardare controluce un bicchiere rotto: hai l’idea dell’insieme, però ci sono tante sfaccettature sulle quali puoi concentrarti.
 
*Gaia Manzini è nata a Milano. Oggi vive a Roma, fa la consulente di comunicazione e collabora con «l’Unità». Alcuni suoi racconti sono comparsi su «la Repubblica», il «Magazine» de «Il Sole 24 Ore», «Flair», «Nuovi Argomenti», e nelle raccolte Il lavoro e i giorni (Ediesse, 2008) e Lieve sia la terra (Textus Edizioni, 2011). Nel 2009 ha esordito per Fandango con i racconti Nudo di famiglia.
 
**Saverio Simonelli, giornalista professionista, è vicecaporedattore e responsabile dei programmi culturali dell’emittente Tv2000. Cura il programma e il sito web La compagnia del libro (www.lacompagniadellibro.tv2000.it). È autore di numerosi saggi di critica letteraria pubblicati dall’editrice Frassinelli; ha tradotto dall’inglese e dal tedesco (Mann, Luckmann, Von Balthasar, Chesterton, Tolkien). Ultimamente ha pubblicato per Rubbettino il volume Storie Infinite, antologia di testi inediti di Michael Ende (traduzione, introduzione e cura). Per l’editrice Ancora ha tradotto e prefato la prima raccolta italiana delle poesie di Patrick Kavanagh, grande poeta irlandese del Novecento. È tra i curatori della collana “Tolkien e dintorni” dell’editrice Marietti. Un suo saggio è recentemente comparso nel primo numero dell’edizione italiana della «Chetserton Review». È tra i coordinatori e moderatori dell’evento editoriale “Scrittori in città”, convegno letterario internazionale di Cuneo. Collabora stabilmente con il Goethe Institut Rom.

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