15 novembre 2012

Bersani: il futuro dal passato

di Maria Vittoria Dell'Anna*

« Adesso siamo qui, a Bettola, in un paese, e non aspettatevi il discorsone solenne. Starò sul tono della giornata. Checché ne dicano i comunicatori. E quindi la prima cosa che devo dire è spiegare ancora una volta il perché di questa scelta. […]. Il primo motivo è un omaggio che ho sentito di dover dare al mio paese. Il luogo dove c’è la mia famiglia, la famiglia di mia moglie, dove ci sono i familiari […]. L’altro senso di questa scelta mi è già capitato di dirlo in una trasmissione televisiva. Ma insomma mi sono chiesto, mi sono fatto questa domanda. Ma uno che si candida, che si presenta agli italiani, che cosa deve dire prima di tutto. Deve dire quel che farà, sì, ma prima di tutto deve dire chi è. Perché le parole su quel che si farà troppo spesso sono parole che sono state affidate al vento. Non è questa la nostra intenzione, ovviamente, però sappiamo anche che è proprio così, che gli italiani hanno percepito, dopo tanti e tanti anni di disillusione, che le parole svolte al futuro hanno sempre dentro un rischio, il rischio di un possibile inganno. Mentre invece quel che è stato è stato, è scritto, c’è. E quindi forse è più importante dire prima di tutto quel che si è».
 
«Checché ne dicano i comunicatori»
 
Pierluigi Bersani, da ottobre 2009 segretario del Partito Democratico, dà avvio con queste parole il 14 ottobre 2012, da Bettola (Piacenza), suo paese natale, alla campagna per le primarie con cui sarà eletto il candidato premier del centrosinistra per le elezioni politiche della primavera 2013. E lo fa chiarendo subito due punti che in altre occasioni aveva richiamato: il «tono non solenne» del discorso, «checché ne dicano i comunicatori», e il racconto di ciò che è, non (solo) di ciò che (si) farà. Che cosa, con quale lingua. E il tema della lingua deve essere caro a Bersani, almeno al Bersani più recente, se dichiara l’insofferenza verso il suo stesso politichese «ostrogoto» targato anni ’70 (intervista a Luca Telese, «Panorama», agosto 2009); se non aspetta il conio di un giornalista per parlare di bersanese, sulla scia dei vari e acclimati dipietrese e berlusconese; se − già esposto alla prova del comico, che lo imita in perfetto emiliano (ci riferiamo all’imitazione di Maurizio Crozza a Ballarò, RaiTre) − continua compiaciuto a esibire tentativi di saggezza proverbiale immancabilmente introdotta da quel “Oh ragassi… siam mica qui a…” che ai colori e ai sapori locali e popolareggianti mescola un’immagine, precaria, di lingua colloquiale.
 
Non accendere l'uditorio
 
Precaria, perché tale rischia d’essere se poggia solo sulla “nobiltà della metafora” quale antidoto, è lo stesso Segretario a dirlo, contro il vecchio “ostrogoto” infarcito di burocratismi e sindacalismi vari (a dir la verità, li si incontra ancora abbondantemente nei suoi discorsi). Ma se quell’ostrogoto allontanava, questa nuova veste − se avvicina − convince poco: non solo per qualche esecuzione imperfetta (frasi interrotte, parole mozzate) o per una pianificazione dei periodi a volte non organica, ma per uno stile che poco pare preoccuparsi di accendere l’uditorio, di spingerlo a sé (anche) con la forza dell’eloquio. Vόlto troppo spesso chino verso il basso e sguardo quasi mai diretto al giornalista o alla telecamera, Bersani mette in campo uno stile in cui sugli strumenti del rispecchiamento (ben noti ai comunicatori in politica) prevalgono una enunciazione lenta e toni poco attrattivi, sia nelle interviste, sia soprattutto nei congressi e nelle circostanze di piazza, dove la lunghezza dei discorsi richiederebbe capacità meglio affinate di non disperdere l’attenzione del pubblico, di non far sonnecchiare l’ascoltatore.
 
Il dire e il fare
 
Ma a Bersani ciò non sfugge, tanto che dichiaratamente all’accesa, giovanilistica e a tratti pomposa comunicazione degli avversari (di destra e di sinistra) contrappone o, meglio, propone, l’alternativa (non sua, non nuova: è l’unica possibile) del fare. Nel discorso di Piazza San Giovanni a Roma del novembre 2011, qualche giorno prima che Berlusconi cedesse il passo al governo Monti, egli così si esprime sull’avversario: un «modello che comunica ma non governa, perché quel che conta non è fare, è raccontare; non è fare, è dire che si fa, è convincere che si sta facendo, è gonfiare con la comunicazione la bolla delle illusioni»; e continua: «Si deve discutere sui problemi veri, che i cittadini capiscono, e non sui problemi che capiamo solo noi e qualche organo di stampa.[…]. È perché pensiamo che la comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia: utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito!» E su questo argomento, la contrapposizione dire/fare, costruisce tanta parte dei suoi interventi più recenti, ancora per via di metafore e di antitesi presentate come nuove, ma tutte saldamente ancorate già almeno alla lingua della Seconda Repubblica: non tanto la contrapposizione vecchio/nuovo, che lo vedrebbe sbilanciato sul primo elemento, ma la dialettica continuità/cambiamento, che nel discorso di Bettola non solo gli suggerisce la metafora sin troppo diffusa delle foglie e delle radici («E io penso che in un paese che ha bisogno di futuro e di cambiamento, che ha bisogno di foglie nuove, beh io penso che le foglie nuove possono venire solo se ci sono le radici. Senza radici foglie non se ne fa»), ma lo induce a un correttivo della stessa opzione dire/fare, ai suoi occhi opportuno rispetto all’eterno racconto di alcuni avversari come pure al carisma ammiccante delle loro rassicurazioni sul fare.
 
Da ieri a oggi
 
Se dire è soltanto un dire per il dire, e fare coniugato al futuro è un insieme di parole affidate al vento (quello stesso vento che scuote e fa cadere le foglie, ma non le radici), la ricetta è allora dire ciò che si è fatto e partire dal racconto di sé. Il racconto personale di Bersani evoca immagini rasserenanti di un’Italia in crescita (l’Italia degli anni ’50). È esso stesso metafora: se la storia inizia da un distributore di benzina e da una crescita personale e collettiva da lì in poi andata avanti, allora il senso del racconto è volersi proporre come garante di una storia che esiste già e che va trasferita all’oggi, ammodernata, rinnovata. Se questa Italia esista ancora, non bastano i discorsi (dei politici) e le parole sui discorsi a dirlo. Ma se intanto volessimo guardare esattamente ai discorsi e alle parole, stupisce ascoltare o leggere che «le parole svolte al futuro hanno sempre dentro un rischio, il rischio di un possibile inganno»: anche il richiamo al «mio paese. Il luogo dove c’è la mia famiglia, la famiglia di mia moglie, dove ci sono i familiari» (questa volta è Bettola, non l’Italia, ma la dialettica o direzione semplice → complesso, piccolo → grande è un’altra metafora cara a Bersani) rischia, se non di nascondere un inganno, almeno di ricordare nelle immagini per nulla sbiadite di una memoria ancora fresca proprio quelle strategie di comunicazione e in definitiva quegli avversari che Bersani contesta.
 
*Maria Vittoria Dell’Anna è ricercatrice di Linguistica italiana presso l’Università del Salento. Si occupa di linguaggi specialistici dell’italiano, con riguardo per i temi della linguistica giuridica e per i l inguaggi della comunicazione politica e istituzionale. Sulla lingua politica ha già pubblicato vari articoli e contributi in rivista e volume e tre monografie ( Lingua italiana e politica , Roma, Carocci, 2010; La faconda Repubblica. La lingua della politica in Italia (1992-2004), Lecce, Manni, 2004, con Riccardo Gualdo; Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico nella Seconda Repubblica, Galatina, Congedo, 2004, con Pierpaolo Lala).

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